Opera Soap
(un divertissement a puntate in ciascuna delle quali, fateci caso, c'è un riferimento al tema del pulito, dello sporco, dello sporcare e del pulire nell'arte e in alcune cose che le stanno intorno)
a cura di Rosella Gallo
Notate bene: l'argomento che affrontiamo è insaponato. È, cioè, fluido, poco stabile, soggetto a variazioni di forma nei suoi diversi stadi; potrebbe accadere di trovare una puntata diversa da come la si era lasciata o di incontrarne una nuova non ancora sottoposta a pulizia. Probabile che si formino anche delle belle (e fragili) bolle di sapone. Leggete con la giusta disposizione d'animo e partecipate dando una mano, se non proprio a tirare a lucido i discorsi, almeno a segnalare soggetti e temi. Grazie.
1. Andiamo con le citazioni

Marlene Dietrich

Charlotte Perriand
'FACCENDE DOMESTICHE
È la migliore terapia di lavoro; ed è anche la più utile. È una delle rare occupazioni che danno risultati immediati, il che (come minimo) dà molta soddisfazione.' (Marlene Dietrich, Dizionario di buone maniere e di cattivi pensieri, 1984)
'A casa mia, una volta alla settimana, il giovedì, prendevo possesso della cucina... pulivo le verdure, giocavo alla negoziante con il riso, il sale, le paste. Mi piaceva. Lavavo le stoviglie e ancora oggi posso farlo senza dispiacere, senza guanti. Fare ordine, fare piazza pulita mi calma'
(Charlotte Perriand, Une vie de création, 1998)
2. Cominciamo con il cinema

Le Fabuleux destin d'Amélie Poulain
'...oggi...diventa possibile, anzi, necessario, produrre una definizione del film non più a partire dal campo ristretto della storia del cinema ma a partire da quello, più ampio, della storia dell'arte.' (intervista a Philippe-Alain Michaud, Cahiers du cinéma, maggio 2005)
Corrono tempi sporchi e disattenti.
Eppure al cinema puliscono, non dico volentieri ma, almeno, spesso. Pulisce la bonne de chambre in Ultimo tango e lo fa con lentezza e accuratezza narrative: passa e ripassa la vasca sporca di sangue nella quale Rosa si è suicidata, lascia scorrere l'acqua a lungo, si siede sul bordo e racconta che cosa le hanno chiesto i poliziotti. Non indossa guanti di gomma, ha con i liquidi un rapporto di famigliarità e dialogo.
Puliscono le donne dei film di Ozu, a ginocchioni per terra, sfregano i pavimenti con accuratezza, strette nei loro chimoni. Il loro pulire ha nei film la doppia funzione di presentare la nettezza delle case come abituale e di costituire uno spazio di tempo all'interno del quale accadono le azioni.
Pulisce la concierge de Il favoloso mondo di Amélie (Le Fabuleux destin d'Amélie Poulain, Jean-Pierre Jeunet 2001), sfrega il mancorrente delle scale e le cassette della posta, del resto quale migliore occupazione per una portinaia? Così è in mezzo al passaggio dell'atrio, nel cuore dell'edificio, che lei accudisce e, quindi, possiede, può vedere, ascoltare, controllare. E deve essere, quello delle pulizie, un destino anche per Yolande Moreau, la brava attrice che interpreta la concierge perché puliva anche in Senza tetto né legge (Sans toit ni loi, Agnès Varda 1985), era la cameriera che condivideva la casa con l'anziana zia e il letto con uno dei balordi del film, spolverava vaga le colonne a tortiglione del mobile e diceva che erano belle ma che era difficile togliere la polvere da tutti quegli anfratti, e nel suo grembiule riconosceva se stessa, senza era un'altra persona.
Pulisce pure William, il fiscalista scambiato per psicoanalista da Anna in Confidenze troppo intime (Confidences trop intimes, Patrice Leconte, 2003), film piccolo e squisito che da solo sarebbe in grado di incarnare il valore del cinema francese dei nostri giorni: non un computer né un cellulare guastano l'atmosfera nonostante ciò del tutto contemporanea nella quale si muovono Sandrine Bonnaire e Fabrice Luchini, tutti e due impegnati a cambiare vita sbagliando porta e persone. Qui il pulire è dedicato ai giocattoli collezionati dal protagonista maschile che, vestito in giacca e cravatta, li sposta tutti con cura e si dedica al ménage della mensola sulla quale sono collocati. Uno spesso strato di polvere (la medesima che, apprendiamo in un dialogo concitato, ha sommerso secondo lui l'esistenza dell'ex compagna, prima aspirante scrittrice e ora bibliotecaria senza sogni né intuizioni) viene eliminato con straccio e bomboletta spray mentre dalla finestra di fronte si scorge una domestica (lei, sì, in uniforme adeguata) che pulisce un altro appartamento. I due pulitori si scambiano uno sguardo al quale la complicità è estranea. Lei è nel ruolo, lui ci si è messo perché l'incaricarsi personalmente delle pulizie ha il valore simbolico di protezione di uno spazio privato nel quale ama sostare, in compagnia di un buon film e di una bottiglia di bordeaux.
La camera dei genitori è chiusa (ciò significa che non viene pulita o che viene pulita solo di rado, come certi ambienti delle case di un tempo in cui il soggiornare era un raro segno di festa), però l'andamento via via sempre più liberatorio della narrazione ci autorizza a pensare che questo stato non durerà a lungo e che essa, pure, subirà una mutazione e si aprirà all'esterno.
Pulisce la sua barra una delle lap-dancers che lavorano nel locale sotto la casa di Pauline in In the Cut (Jane Campion, 2003); forse la barra va mantenuta netta per poterci scivolare meglio, o forse è un istinto di cura domestica che anche la più disinvolta delle spogliarelliste esprime in un thriller poliziesco singolare e fitto di dettagli in cui la protagonista Frannie, insegnante di Letteratura, cerca di comprendere il mondo attraverso le parole in una fase rischiosa della sua esistenza.
Pulisce anche, ed è normale che lo faccia, la madre del piccolo Michele in Io non ho paura (Gabriele Salvatores, 2003): nell'altopiano delle Murge, in un'estate torrida nella quale la vita quotidiana viene attraversata dal crimine e dalla compassione, una casalinga lava e stende il bucato, cucina e cura la casa, e i gesti sono concreti e il regista filma con sapienza il mondo visibile e il suo parallelo mentale.
Pulisce Jeanne Hébuterne/Elsa Zylberstein in I colori dell'anima - Modigliani (Mick Davis, 2004), passa lungamente una spazzola sul gabinetto, è a terra, ma tanta prostrazione non basta a dare spessore al film, che langue nella sua finzione.
E pulisce il suo tavolo, prima di mettersi all'opera, Sally Potter in Lezioni di tango (Tango Lesson, 1997), anzi, il film comincia con una lunga inquadratura dello straccio passato insistentemente sul piano sul quale verranno poi appoggiati ritualmente carta e penna.
Anche qui l'idea dell'inizio è legata a quella del fare nettezza.
* È vero che puliscono, e puliscono vigorosamente, le proprie tombe, quelle di famiglia ma qualcuno anche quella sua personale, le donne che introducono coralmente il canto singolare di Volver (Pedro Almodóvar, 2006), 'sereno film sulla morte che fa ridere' (Morandini) ma anche opus tutto al femminile in cui le protagoniste e le comprimarie si sporcano generosamente le mani di tutte le immondizie dell'esistenza, ivi comprese quelle spirituali, forse le più riottose all'ubbidienza che dovrebbe imporre il principio dell'ordine. (segnalazione di Elisabetta Perazzo, 12 gennaio 2007)
Dov'è finito, oggi, il pulire? Dove sono le casalinghe che negli anni '60 esistevano perché facevano le faccende di casa, i mestieri, come dicono al nord, dove sono le massaie affaccendate, con la fissazione delle superfici lucide e senza macchia? Da chi, da che cosa sono state sostituite, da pulitrici estranee alla casa, da se stesse trasformate in altro, da modelli presi da quali reti televisive? Chi pulisce le seconde case, le case dei colleghi pendolari che dividono le spese e tacciono sulle scorte da mettere in dispensa, sui turni del cambio delle lenzuola, sulla biancheria della cucina usata anche da altri, ci si confronta mai sul come piegare nello stiro gli asciugamani, come impilarli, tutte tecniche che nei collegi svizzeri (ma non solo in quelli) venivano insegnate e dovevano essere rispettate pena punizioni severe?
Sembra che ci sia disattenzione su ciò che accade negli interni e che le faccende domestiche siano argomento trascurabile.
Allora il mondo è sporco ed è meglio abitarci dentro senza farci troppo caso?
inizio3. Ed ora passiamo alle arti visive

Roy Lichtenstein. Washing Machine, 1964
A frequentare l'arte se ne vedono di tutti i colori. Storia, miti, religione, grandi racconti morali, natura, animali, oggetti, nascita, morte, sesso, malattia, denaro, musica, pittura nella pittura, guerra e pace, terra e cielo, divinità, santi, angeli, sport, danza, vino, abiti, quadri nei quadri, maschere, orrori, estasi, banalità, momenti di eccezione.
Eppure un tema è trattato di rado e a seguirne la tracce si fatica: il pulire e le pulizie latitano, certe volte sembrano addirittura il vero soggetto tabù, la tessera mancante nel grande mosaico complessivo della storia delle opere più alte dell'ingegno umano. Proviamo, allora, a porre rimedio alla situazione e andiamo a cercare, nel grande mare dell'arte, le gocce che ci interessano, quelle relative a quell'attività del ménage che in privato tutti praticano e che scandisce l'atto del vivere, anche di quello più eroico, con implacabile puntualità.
4. Una storia singolare per avviare il discorso

Walter de Maria, The New York Earth Room, 1977 www.earthroom.org
Quando è apparso il libro di Louise Rafkin Lo sporco degli altri, Avventure di una donna delle pulizie da New York a Kyoto (Feltrinelli, Milano 2000; tit. or. Other People’s Dirt, A Housecleaner’s Curious Adventures, New York 1998) mi sono davvero chiesta da dove fosse uscito.
La protagonista confessa che da ragazzina sognava di fare la spia e che aveva cominciato a esercitarsi osservando di nascosto una vedova, che viveva lì accanto e che sospettava essere stata sposa di un pluriomicida. Visto l’interesse che suscitava il suo appartamento, la vedova aveva pensato bene di offrire alla giovane e intraprendente vicina un lavoro di pulizie due volte la settimana dopo la scuola per due ore a due dollari l’ora.
Il presunto pluriomicida era stato, in realtà, un dentista, la biancheria da lavare si era rivelata meno interessante del previsto, l’impiego era durato un solo mese ma ormai era fatta: il modo per entrare nelle vite altrui era stato individuato e consisteva nel pulire lo sporco degli altri.
Singolare destino, quello della Rafkin: scrittrice per bambini e giornalista di costume, armata di stracci, detersivi e aspirapolvere, percorre gli Stati Uniti e anche un pezzo di Giappone facendo ordine nel mondo e, metaforicamente, nella propria vita.
Il libro è frizzante e per niente scontato, affronta i contatti con chi ha fatto le pulizie in case famose, le specializzazioni alle quali non avremmo mai pensato (le pulizie sulla scena del delitto), quelle inconfessabili (le ragazze vestite del solo grembiule su richiesta del cliente), riferisce in dettaglio il contenuto dei frigoriferi, dei secchi della spazzatura, del pavimento sotto i tappeti, dello scarico della vasca da bagno, dei cesti di fazzoletti usati dai pazienti in lacrime nello studio degli psicoanalisti, dei camion che trasportano i rifiuti.
Procede toccando il domestico e la chimica, la religione e il collezionismo, il feticismo e l’acquisto compulsivo, gli animali in casa e quelli in laboratorio, i corpi cremati (con le ceneri da disperdere quasi di nascosto ‘con il dubbio di compiere qualcosa di illegale. Come se ci stessimo liberando della spazzatura’), il rapporto con il cibo, con l’alcool, con il sesso, con il dolore, con la scrittura.
E con l’arte.
Racconta a un certo punto la Rafkin di essere stata invitata da un’amica a vedere, a New York, la Earth Room di Walter de Maria, l’installazione di ‘una stanza tutta piena di terra. In realtà, diverse stanze piene di terra. Un appartamento di mille metri quadri sepolto sotto duecentocinquanta metri cubi di terra’. L’approccio all’opera è da manuale. Si accorge subito che la terra non è né sporca né disordinata, che è stesa uniformemente con una profondità di mezzo metro, che è raccolta e disposta con attenzione, che ha, dunque, qualcuno che se ne prende cura. Il tutore della Earth Room si chiama Bill Dilworth e il suo compito è quello di ‘innaffiare, raccogliere, rovesciare e sarchiare il terreno’ per mantenerlo così come è stato pensato da de Maria nel 1977, quando una società di Long Island specializzata in architettura dei giardini ha effettuato il trasporto di tutto quel materiale soffice e umido che, mentre l’arte andava nella natura con l’esperienza della Land Art, portava la natura in un luogo d’arte e voleva mantenerne i processi basilari.
Il martedì è il giorno di pulizia della stanza terrosa. Dilworth indossa stivali di gomma e tuta e, con gli attrezzi da giardino, inizia la sua attività di ‘antigiardinaggio’.
Ama l’installazione, la rispetta, possiamo dire che la capisce meglio di chiunque altro. Con ‘cura a attenzione’ (l’essenza della pulizia) Bill si muove sul plateau di terra come su un altare. A primavera la terra, anche ‘quella’ terra, esprime il suo desiderio di semi, c’è pure l’episodio del visitatore che compie un atto di sabotaggio sull’opera (di aggiunta, non di sottrazione) e getta dei semi d’erba che presto germogliano generando ciuffetti di piantine che vengono prontamente eliminati.
C’è chi rimane sconcertato di fronte a tanto costoso spazio utilizzato da decenni ‘solo’ per custodire terra; chi si lamenta della mancanza di vegetazione.
Louise, entrata nelle simpatie di Bill, un giorno viene invitata ad aiutarlo. 'Soffice, appena scivolosa, sporca', in mutazione: la terra di de Maria cambia da una stanza all’altra, al riparo del sole sul fondo è più soffice, diviene più dura quando è colpita direttamente dalla luce, si trasforma in materia quando, bagnata dal getto di acqua, schizza sulle pareti come il colore manovrato da Pollock.
Il tempo trascorso sullo ‘sporco fatto di terra’ cambia la relazione della scrittrice con lo spazio, così come fare le pulizie muta il suo rapporto con la casa, la frequentazione dall’interno dell’opera ne varia la percezione e lei si accorge che c’è una parte della galleria che si può vedere solo se si cammina davvero sulla terra e che è, dunque, interdetta al normale visitatore.
Privilegio della frequentazione ravvicinata dell’arte, accesso al toccare e al praticare, atti di solito vietati e, quindi, ambiti, esame ravvicinato dell’opera che sorprende e apre nuove strade mentali.
inizio5. Notiziola del 30 dicembre 2006

Anna Netrebko ne Le Nozze di Figaro
Anna Netrebko, soprano (Krasnodar, Russia, 1972), per pagarsi gli studi di canto, fece le pulizie al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo fino a che non fu scoperta dal Maestro Valery Gergiev.
Debuttò nel ruolo di Susanna ne Le Nozze di Figaro di Mozart.
6. Un cartone animato perché è il Capodanno 2007

Topolino in Fantasia, Walt Disney, 1940
Nel 1938 Walt Disney era preoccupato per la tenuta della carriera di Mickey Mouse, il topo suo alter ego, star dei cartoons da ormai dieci anni.
Decise allora di introdurlo nella storia de L'apprendista stregone, un racconto dalla duplice fonte, una poesia di Goethe e un pezzo da concerto del compositore francese Paul Dukas. Mickey è l'apprendista che abusa dei poteri magici creando un disastro.
Bellissime le scope che puliscono da sole, un augurio a tutti coloro che fanno i mestieri di casa per un buon 2007.
In Fantasia novità tecniche considerevoli accompagnate dalla bacchetta di Leopold Stokowski e dalla Philadelphia Orchestra per un film di animazione costato 3 milioni di dollari nel 1940 e destinato a incassarne più di 30 solo negli USA.
Ripresa del titolo Fantasia nel 1993 ad opera del nipote di Disney con risultati di 'pseudoculturale mediocrità' (Morandini).
Si salva, però, il nostro Topolino, protetto dall'aura che hanno coloro che amano l'acqua e il pulito.
7. Polvere di stelle

Erwin Wurm al Mumok di Vienna, un Attack! in grande stile

Jeff Koons, New Hoover Convertibles, 1981-86
’L’Arte lava via dall’anima la polvere della vita di tutti i giorni’ (Picasso)
Nel 1977 l’artista di Fluxus Robert Fillou (l’inventore della formula ’l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte’) pulì accuratamente lavori di Brancusi e di Malevich e conservò la polvere in un piccolo straccio trasformandola nella materia dell’opera d’arte.
Polvere come traccia del passare del tempo e come inevitabile compagna dell’oggetto tridimensionale nello spazio museale (non solo, dunque, nelle nostre case. Arte come consolazione).
Erwin Wurm (Austria, 1954) ha fatto di più. Scultore radicale e ironico, ha prodotto le Staub-Skulpturen (sculture di polvere), esposte in questi giorni (gennaio 2007) al Mumok di Vienna.
Sono dei parallelepipedi in tutto simili alle teche che si utilizzano per esporre oggetti, con base in legno e vetrina in plexiglas; l’unica differenza è che le sculture non ci sono, o meglio, ci sono in quanto hanno lasciato di sé una traccia ben visibile nella polvere che stava intorno alla loro base, come accade per il quadro che si stacca dalla parete per un trasloco, per la cucina a gas che si sposta per le pulizie di fondo o per il bicchiere bagnato che imprime sul tavolo il suo segno (termine tecnico: ’culaccino’, raro, dice lo Zingarelli, ma indubbiamente grazioso).
Grado zero della scultura, opera assente, riflessione sulla caducità degli oggetti, vanitas del quotidiano. Una passata di aspirapolvere e scompare l’opera d’arte.
Per fortuna essa è sigillata dentro la teca, altrimenti una colf pignola nell'esercizio delle sue funzioni potrebbe farla sparire.
Come accadde alla mitica porta di Duchamp che, sporca di colore, graffiata e messa da parte in attesa di essere esposta, fu diligentemente riverniciata da alcuni imbianchini solerti al lavoro per l’inaugurazione di una Biennale veneziana.
Vinsero la causa mossa dal collezionista perché la ragione sta dalla parte di chi possiede la Virtù, ce lo insegna il giovane David che sconfigge Golia armato solo di essa e il voler far pulito intorno a sé fra tutte le virtù è la più encomiabile, esige energia, organizzazione e un candore di spirito non comune.
Suggeriamo a Jeff Koons (USA 1955) di ritornare sugli Hoover dei giorni iniziali della sua carriera e di metterne uno in mano a un David: armato di aspirapolvere sarebbe un eroe ancora più dotato di glamour e di appeal, moderno, nell’aria del tempo, in dialogo con Wurm e con il mercato dell’arte tutto intero.
inizio8. A proposito di David: gli addii, quelli che partono

Sam Taylor Wood, David, 2004, Londra, National Portrait Gallery, video di 1 ora e 7 minuti (che tutti i visitatori guardano fino in fondo)
'MADRID - David Beckham lascerà il Real Madrid a fine stagione. Andrà a giocare con i Los Angeles Galaxy: presto firmerà un contratto quinquennale da record, per poi tentare la fortuna anche nel cinema.' (dai quotidiani, 13 gennaio 2007).
Trasloco facile per il bel David: non ci sarà bisogno di portare la lavatrice nella nuova casa di Los Angeles. La leggenda vuole, infatti, che il giocatore sia capace di arrivare a fine partita senza sporcarsi nemmeno il bordo dei calzettoni.
inizio9. La legge del Ripolin

Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda, Mr. Chin, Contaminuti in resina termoplastica decorato a mano, Alessi 2007

Ripolin

Le Corbusier, homme de lettres
La cucina, fra tutti gli ambienti della casa, sembra attrarre le più feroci perversioni: i ganci per appendere i canovacci sono fatti a forma di peperone o di pera, le presine citano la scultura organica di Jean Arp, probabilmente senza saperlo perché il risultato, nelle prime, è nuovamente quello della forma della verdura o della frutta (Arp sapeva, invece, fare astrazione) in modo tale che è possibile appendere una pera a un peperone o viceversa, facendo un esercizio di creatività di non poco conto.
Il contaminuti, oggetto tecnologico della massima importanza per chi non ama stare a guardare il sugo che cuoce considerando lo spettacolo piuttosto monotono, assume anch’esso aspetti camaleontici ed ecco allora pomodori che ruotano su se stessi e, quando è arrivata la loro ora, emettono suoni laceranti, oppure uova di acciaio delle identiche dimensioni di quelle di gallina che recano sul loro guscio tacche e tacchette che scandiscono il passare del tempo, per non parlare di pentoline con coperchio swingante e di coccinelle che, siccome portano fortuna, possono stare con loro buona pace dappertutto, anche vicino ai fornelli.
Alessi, che fa le cose in grande (ferocia) ha edito nel 2007 Mr. Chin, un contaminuti in resina termoplastica decorato a mano disegnato da Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda. Così al posto del peperone possiamo esporre il cinesino (alto cm 11).
Diciamo basta, siamo realisti e chiediamo l’impossibile (la frase, lo sapevate? è di Marguerite Duras. Sono d’accordo con voi: merita di essere ripescata).
Ovvero: ganci minimali, robusti, legati alla tradizione, di forma che evochi solo la forma stessa, che guardi alla geometria, che profumi di proporzione e di sezione aurea. Contaminuti senza volto, da potersi portare in bagno, se si decide per la maschera con 20 minuti di posa, senza provare orrore.
E poi rotoli di carta da cucina in ottima cellulosa e con strappo perfetto e soprattutto bianchi come la felicità (marquer d’une pierre blanche, una citazione francese ci sta sempre bene), verginali, angelici, candidi come un paesaggio artico, come la pace, l’igiene, le cinture di Judo al primo livello, eleganti nella loro assenza di colore e soprattutto senza quella pletora di peperoni e pomodori che decora sempre la loro superficie.
Che la verdura disegnata sia bandita, che non compaia più sulle spugnette svedesi di pulizia (ripassare la vasca da bagno con un carciofo stilizzato fa un certo effetto), sulle tovagliette all’americana (la prima colazione, fosse pure estiva, si sposa male con le fette di anguria stampate), sui tovaglioli di carta (che assumono subito un’aria cretinamente adolescenziale), che la cucina ridivenga una volta per tutte e definitivamente il luogo dell’assenza della decorazione e si confermi quello della funzione.
Le Corbusier, il pioniere, l’iconoclasta, il martire, il folle, il santo, ovvero: il purista, quello che sul passaporto, alla voce 'professione' aveva scritto 'homme de lettres', certamente ci darebbe ragione. Sua era la legge del Ripolin (dal nome della ditta che produce colori. Intuitivamente, gliene interessava uno solo), ovvero dell’applicazione della pittura a smalto bianco su tutte le superfici, essendo ‘l’imbiancatura…la ricchezza del povero e del ricco…dello schiavo e del re’.
E chiediamo che sia estesa la legge del Ripolin anche alle tavole da stiro e che le fodere loro destinate non siano più costellate di pesci, orsacchiotti, barchette, fiori di provenienza alpina e, ancora e sempre, verdure quattrostagioni. Vogliamo stirare su superfici neutre, che non sollecitino in nessuna direzione la nostra fantasia, vogliamo fantasticare, stirando, su altro, vogliamo raggiungere i livelli di astrazione di Corbu, esibire la sua eleganza, essere del suo tempo e non di un tempo che non riconosciamo come nostro, che tutto decora, tutto rende allegro, tutto farcisce di peperoni.
inizio10. A qualcuno piace caldo, 1

Man Ray, Cadeau (Dono) objets trouvès on iron, 17,2 x 10 1921-1963
Qualcuno ama stirare.
Dicono che è un lavoro pulito e di grande soddisfazione.
Ho conosciuto una persona che dichiarava di impiegare 45 minuti per stirare una camicia da uomo e una volta sono stata davanti alla vetrina di una lavanderia cinese di Manhattan a guardare il titolare che ci ha messo un tempo analogo per trasformare un cencio in un capo di abbigliamento rigido e scintillante come una corazza.
In ogni caso, fra tutti i mestieri domestici, stirare è probabilmente quello più specializzato, richiede destrezza e senso dei tessuti, della loro composizione, del verso e delle reazioni. Non a caso ‘il ferro è la bugia dei sarti’, capace di rimediare agli errori e di raddrizzare ciò che è storto.
Per stirare l’attrezzatura è fondamentale e chiunque abbia tentato di utilizzare in albergo un cosiddetto ferro da viaggio sa di che cosa stiamo parlando; uno dei sogni di chi ama stirare è di provare una volta una vera macchina professionale di quelle che sbuffano autentico vapore e in una sola passata hanno fatto il lavoro.
Le nostre riflessioni di inizio anno piacerebbero a Man Ray, che di un ferro da stiro trovato da un rigattiere (un ready made è questo) ha fatto un Cadeau. L’applicazione di una striscia di 14 chiodi ha reso inservibile l’oggetto privandolo non solo della sua funzione ma anche di alcune sue caratteristiche fondamentali: non più una superficie liscia che scivola facilmente sul tessuto ma un oggetto nuovo dal vago aspetto sadico (l’artista stesso disse di averlo usato per ridurre in brandelli l’abito di una bella ragazza per poi osservarla danzare, deduciamo senza più l’abito indosso), che non può più essere appoggiato orizzontalmente e che bisogna maneggiare con cura.
L’arte è anche ‘cosa mentale’.
Ricordiamocene la prossima volta che ci troveremo davanti alla solita montagna di panni da stirare e avremo l’impressione non di una corvée ma di un raffinato impegno concettuale venato di humor.
Provare per credere.
11. A qualcuno piace caldo, 2: Stirare stanca

Edgar Degas, Les repasseuses, 1884

Edgar Degas, Autoritratto, 1863
Stirare stanca.
Ce lo dicono le due donne del dipinto di Degas (Les repasseuses, 1884, Parigi, Musée d’Orsay), quella alla nostra sinistra che sbadiglia e si tiene la mano sulla nuca come a massaggiarla, mentre con l’altra impugna al collo una bottiglia, dicono di vino ma la supposizione che si tratti di acqua si fa strada, acqua come stato liquido del vapore, acqua sorella del sudore, acqua come pausa di ristoro.
La donna alla nostra destra schiaccia il ferro contro un capo di biancheria, preme con la mano sinistra la destra sul dorso per aumentare la pressione, condanna della stiratura fatta in quel modo, gli attrezzi riempiti di braci ardenti che dovevano essere alimentate con un soffietto, la fatica del gesto, la tensione sui polsi e sulle spalle, dovremo aspettare fino al 1891 per avere la prima piastra scaldata elettricamente e il 1926 per un embrione di ferro a vapore.
A quel punto il gioco è quasi fatto, rimane la necessità della perizia tecnica però ci si può dimenticare di quel continuo alimentare il calore.
Degas impagina la scena a modo suo, arditamente.
Entriamo anche noi dal tavolo obliquo, l’ambiente è descritto con pochi tratti e poi i capelli raccolti delle donne, gli abiti semplici, lo scialletto dell’una e il grembiule dell’altra, che interrompe il rosa della blusa. Una non ha volto, l’altra lo ha deformato, gli occhi socchiusi, la bocca spalancata nello sbadiglio, persone come tante, senza storia, la spietatezza di Degas rispetto alla vita è insuperata, lui aristocratico e distante, quello che incontra Manet, suo degno compare, al Louvre mentre sta lì a copiare Velázquez, l’esistenza sembra scorrergli accanto solo perché lui vi attinga i suoi motivi, ballerine, modiste, acrobate, cantanti e ora queste due creature, osservate con l’acutezza di chi vede anche a dispetto della vista (gli ultimi venti anni della vita li trascorse da cieco), afferrate nello sforzo, nella fatica delle ossa rotte e del calore, Degas completamente votato alla sua arte, qui realista senza protesi sociologiche, solo i gesti, l’atmosfera satura di umido, la registrazione sapiente di un mestiere.
Come le danzatrici ritratte dietro le quinte, nelle prove del balletto, anche le stiratrici affannate a preparare ciò che poi, senza una piega, in ordine e netto, compare sulla scena.
Se volete saperne di più su come si stirava all’epoca, fatevi guidare da Zola con il suo Assommoir. Uscito a puntate sul quotidiano ‘Le bien publique’ a partire dal 1876, racconta la storia tragica e poetica di Gervaise che segue a Parigi un amante indegno, si risolleva dopo i primi dolori grazie alla bottega di blanchisseuse che apre in rue de la Goutte-d’Or, assume ben tre lavoranti (una delle quali guercia, l’altra ‘brutta come il sedere di un accattone’), esprime un animo piccolo ma sicuro da imprenditore in giornate e nottate di lavoro, al punto da poter diventare golosa e un po’ grassa ‘perché quando si guadagna da fare dei buoni bocconi, non è vero? Sarebbe da sciocchi mangiare buccie di patata’ ma poi viene riafferrata dal suo terribile destino che le presenta un conto amaro: il marito alcolista muore pazzo, i figli si disperdono, lei si lascia andare, si ritrova a lavare i pavimenti di quella che era stata la sua bottega (sulla porta della quale le piaceva stare ‘un minuto, fra una ferrata e l’altra, per sorridere alla strada, con la vanità di un negoziante che ha un pezzo di marciapiede per sé’), è costretta a prostituirsi per sopravvivere e alla fine muore da sola, abbandonata da tutti i comprimari della sua esistenza, insultata, presa a torsolate di cavolo per la strada, consunta, ubriaca, le ossa ghiacciate, senza nemmeno la voglia di gettarsi dal sesto piano, buttata sulla vecchia paglia di un buco sulle scale.
Su tutto il romanzo, fra i tanti odori descritti, aleggia anche quello della biancheria stirata come possibilità esistenziale, illusione di redenzione, nostalgia.
inizio12. A qualcuno piace caldo, 3: Intermezzo domenicale

C'è chi non ha bisogno della lavanderia
Un pensiero riconoscente alla signora Rosa Di Silva, titolare della mia lavanderia, che confeziona camicie da uomo in impeccabili buste dopo averle ornate con cravatte a farfalla in cartone che piange il cuore staccare, compra in una delle ultime mercerie del centro storico bottoni in madreperla che tiene in bustine di plastica per ogni evenienza (perché si sa che un bottone mancante fa perdere la pazienza e, forse, un treno), bustine che sono finite per sua generosità fra la cancelleria de Il sole al guinzaglio e sono utilizzate ampiamente per mille evenienze, che mi restituisce come nuovi, netti e profumati, i miei golf preferiti in tempi record che mi commuovono e facilitano la vita, tratta le mie sciarpe con la devozione che meritano i pezzi più importanti del guardaroba, è sempre gentile, puntuale, al di là, al di sopra e prima delle migliori aspettative. Visto da davanti il suo bancone lo stiro è la più nobile delle arti, si fa senza fatica, riesce sempre bene, procura le più grandi soddisfazioni ed è il modo migliore per stare da vera regina al centro della città, sul ponte di comando di una nave che nessuna tempesta si permetterebbe mai di disturbare.
inizio13. A qualcuno piace caldo, 4: Scheggia (Core 'e mamma)

Barbra Streisand
Santabarbara. La madre dell’immensa Barbra Streisand (una che sta bene in tutte le categorie dello spettacolo, canto, cinema, composizione, produzione, realizzazione, copioni; prova tutti i tipi di uomo, dal suo parrucchiere al campione di tennis, passando per i grandi seduttori e via conquistando; è democratica; è intelligente e caustica; è una vera donna che si è rifiutata di farsi bucare le orecchie, figuriamoci di farsi rifare il naso o riparare lo strabismo) era stiratrice in una lavanderia di Brooklyn. Aveva previsto per la figlia un avvenire da dattilografa.
inizio14. Estate, tempo di test (di ammissione)

Gilberto, plurilaureato

Arne Jacobsen, Mixer Vola
Cito (non del tutto a caso) i corsi di Laurea A.A. 2007/2008 (Attenzione: i dati sono in costante aggiornamento, avverte una nota di apertura) dell'Università degli Studi di Parma www.unipr.it: Scienze gastronomiche (Corso di laurea specialistica); Servizio sociale; Beni artistici, teatrali, cinematografici e dei nuovi media (tutti insieme, finalmente una proposta decisamente spettacolare); Civiltà letterarie e storia delle civiltà; Scienze dell'educazione e dei processi formativi; Scienze della comunicazione scritta e ipertestuale; Arti letterarie e musicali dal medioevo all'età contemporanea; Conservazione della natura.
Davanti a tanta fantasia propositiva (ma Matematica e Fisica, Thank God, sono rimaste immutate) viene da commuoversi e da aggiungere qualcosa di nostro sotto forma di un modesto suggerimento da inoltrare ai Magnifici Rettore e Ministro: perché non istituire una bella Facoltà di Economia domestica (declinabile, ad esempio, in Scienze della gestione dell'alloggio)?
Mia sorella, maggiore di due anni, aveva alle scuole medie, per la materia che portava il medesimo nome della nascente unità didattica, un meraviglioso manuale con la copertina morbida e i disegnetti di una casalinga inizi anni ‘60 che sarebbe potuto servire come canovaccio per la definizione dei corsi.
In esso si spiegava, ad esempio, al capitolo Pulizie della casa, quale fosse il metodo da seguire: sgombero dello spazio, attrezzatura schierata rispettando il meticoloso ordine che derivava dall'imminente impiego di ogni utensile, apertura delle finestre per arieggiare gli ambienti, definizione della sequenza delle operazioni (spolverare, spazzare, lavare, lucidare), criteri per portare a compimento le medesime.
C'erano anche dissertazioni che sconfinavano in altre discipline (la fisica e la chimica soprattutto): era meglio spolverare i mobili dall'alto verso il basso o viceversa? La polvere scende o sale? E, a questo proposito, l'impiego della scopa o dei primi aspirapolvere era da collocare prima o dopo l'operazione sopra descritta?
C'era il capitolo dedicato al bucato: i disorientamenti di giovani spose ignare e di uomini rimasti soli davanti alla lavatrice e ai suoi programmi (anche questo generoso elettrodomestico, come i corsi universitari, ha dei programmi) non esisterebbero più, si conoscerebbe con sicurezza il metodo di divisione dei tessuti, la necessità del prelavaggio per le tende, i sistemi anti-piega e togli-macchia e via specializzando.
Era addirittura affrontato il tema delle malattie esantematiche e della cura dell'ambiente nel quale si trovava il bambino da esse affetto, arrivando fino ai suggerimenti più moderni per evitare il contagio e comprendere appieno le disposizioni del medico.
Rotazione della biancheria del corredo (le lenzuola stirate e lasciate freddare vanno messe sotto a tutte le altre, altrimenti si usano sempre quelle), numero di federe minimo da tenere in guardaroba, pulizie di Pasqua (radicali, quindi), contenuto della dispensa, ritmo della spesa settimanale, rammendo dei calzini e piccoli interventi di bricolage erano oggetto di analisi e approfondimenti.
Ce n'è a sufficienza per il triennio della laurea breve e anche per il biennio di quella specialistica, pensiamo a corsi che hanno nomi evocativi come Scienze del riempimento del caddy al supermercato o Strategia del riordino dell'ambiente domestico ma non arretriamo di fronte a studi di sapore più artistico che riguardino la disposizione dei colori in guardaroba o la conoscenza dei punti del ricamo tradizionale (Erba, Pieno, Catenella, Cappa, Broccatello, Nodini, Corallo, Filza, Margherita, Ombra, Palestina, Raso, Vapore), la scelta delle cornici per le stampe da appendere in soggiorno, il design delle cucine (da solo capace di fornire materia per studi matti e disperatissimi) oppure la storia dei sanitari (dalla tinozza alle interpretazioni della medesima di quel buontempone di Philippe Starck) e della rubinetteria con corso monografico dedicato a Arne Jacobsen e al miscelatore-capolavoro di funzionalismo e eleganza prodotto dalla Vola (www.vola.dk) negli anni '60 e ancora oggi insuperato.
Alcuni esami del secondo anno potrebbero riguardare i fondamentali elementi di contabilità per la gestione del bilancio domestico e alcune aperture sugli investimenti a portata di qualunque piccolissimo risparmiatore, la lettura critica delle bollette della luce, del gas e del telefono e una finestra di statistica alimentata dall'osservatorio dei prezzi per razionalizzare gli acquisti.
Tecnica di progettazione dello schermo piatto, modalità di resa e rateizzazione del medesimo potrebbero essere oggetto di seminari e un bravo visiting oculista potrebbe chiarire finalmente la giusta distanza che da esso bisogna tenere (5 volte la sua diagonale), un'agile dispensa (un altro termine domestico e universitario insieme) messa insieme con la consulenza di un elettricista ci direbbe finalmente come pulire senza rischi l'intrico di fili dello stereo e laboratori potrebbero essere organizzati per apprendere almeno le basi di sopravvivenza come riparare una presa elettrica e rimediare a una perdita d'acqua.
Il trionfo dei sensi si avrebbe con le specializzazioni culinarie e qui si potrebbe pensare a scambi culturali con le già citate Scienze gastronomiche mentre il delicato tasto dell'Erasmus (una festa mobile e continua della durata di un anno accademico?) acquisirebbe contorni più precisi con i contatti esteri che ne risulterebbero (come fanno gli olandesi ad avere case così nette e pulite? E gli svedesi, come possono utilizzare i davanzali delle finestre per metterci vasi di fiori e candele, fosse che le loro ante aprono all'esterno e non all'interno come le nostre?).
Avremmo finalmente una facoltà utile, concreta, ben piantata con i piedi per terra ma suscettibile anche di alzarsi in voli poetici, dalla quale uscirebbero manager capaci di istruire eserciti di colf e animare agenzie di lavoro interinale con sezioni dedicate all'emergenza del trasloco o della ridipintura dell'appartamento e bibliotecari oggetto di contratti a tempo determinato chiamati a sovrintendere alle operazioni criptiche dell'inserimento dei libri negli scatoloni salvaguardandone l'ordine alfabetico nei frangenti sopra citati.
E quanti e quali sarebbero gli sviluppi della nuova facoltà universitaria con la moda e con i suoi attori e produttori se solo si riflettesse per un attimo sul tema dell'abbigliamento in casa.
A questo proposito un sorriso di scherno fiorisce sulle labbra nel constatare come una delle bibbie più divertenti e autorevoli dedicata al grande tema del vestirsi appropriatamente che sia uscita negli ultimi decenni (Laetitia Cénac, Valerie Hanotel, Guide pratique à l'usage de celles qui n'ont jamais rien à se mettre, Acropole, Paris 1988), nella quale tutte le occasioni sono inventariate, dalla serata all'opera al divorzio, passando per l'invito al castello alla cena con lo spasimante sgradito, taccia miseramente sul tema tabù: non c'è letteratura su come ci si debba vestire quando si imbraccia l'aspirapolvere.
Nel paragrafo La femme pressée si analizza la delicata fase del risveglio e della colazione somministrata ai bambins dalla lavoratrice che deve essere fuori casa e metterci la sua famiglia in un tempo costretto e convulso: ‘un grand tee-shirt…En coton assorti d'un peignoir éponge ou en crêpe de Chine accompagné d'un kimono' con il ‘Touche finale: une pair de ballerines ton sur ton' sono esempi di come ci si possa conciare per la situazione salvaguardando l'eleganza. È tutto. Poi la vita in casa diventa altro, ci sono le amiche da ricevere per A cup of tea, c'è il Déjeuner canaille, c'è la merenda della prole già nutrita la mattina e nuovamente a stomaco vuoto, c'è la domenica senza ‘tralala ni falbala' e c'è pure il Petit matin langoureux (‘Version sage: un pyjama d'homme féminisé, soie, rayures et boutons dorés').
Sulla sessione di pulizie domestiche persiste la spessa coltre di silenzio e qui la nuova Facoltà potrebbe intervenire con il suo corso di Decorazione negli interni dedicato finalmente alle persone e non più alle finestre, aggiornati fashion designer proporrebbero tute elasticizzate e grembiuli multitasche per essere attraenti anche sotto la polvere che scende (o sale?) dai ripiani dei mobili, donne e uomini impegnati nell'operazione spiritualmente densa e antropologicamente fondante della cura del proprio spazio abitativo sarebbero ritratti come figurini stilizzati e sui fogli sarebbero appuntati con spilli campioni di stoffe resistenti a lavaggi a alte temperature.
Collane e orecchini in materiali insoliti come quelli che ebbi modo di vedere nella sezione Gioiello dell'insigne Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera (ci sono passati von Stuck, Klee e Kandinskij, roba da piangere di emozione solo a salirne le scale), fatti di carta stagnola o pastina in brodo (anellini, stelline e altri tipi dotati di foro; ripassata in padella per dare colore, si faceva in mancanza di videogiochi) costituirebbero altri terreni di indagine, proposte di stile, indicatori di tendenze e costume.
In caso la Facoltà fosse istituita (a Parma o altrove, c'è sempre una sede-pilota) ci proponiamo per il corso che porterebbe il nome del nostro divertissement: Opera soap, ovvero le pulizie nell'arte oppure l'arte di fare con arte le pulizie.
Il numero chiuso sarebbe di rigore e i test di ammissione tutti dedicati a indagare il livello di conoscenza che i candidati hanno di questo mondo, sporco, sporchissimo, tutto da detergere e nettare.
inizio15. Le smanie della villeggiatura
Agosto. Le colf se ne vanno in vacanza. Salutano, in qualche caso versano anche una lacrima, raccontano l’ansia della partenza, dicono che rinuncerebbero volentieri se solo potessero e, ineluttabilmente, scompaiono per 25 giorni, un tempo biblico in relazione alla gestione della casa. Nessun generale lascerebbe il suo esercito per quasi un mese, non un solo pastore si farebbe convincere ad abbandonare le sue pecore per così tanti giorni, il pianista non trascurerebbe la tastiera, il cantante i vocalizzi, un danzatore lo specchio che gli rimanda la sua immagine. Perché non vengono a più miti consigli, dividendo per esempio l’assenza in 10 + 10 giorni (e già, uno in fila all’altro, sono molti), perché non capiscono che la frase ‘Ho lasciato tutto pulito’ non ha senso corrente, visto che, prima che esse abbiano chiuso casa loro (hanno preso il tempo di fare la valigia e salutare i vicini, ci sono voluti almeno due giorni), casa nostra è già in uno stato di pietoso abbandono, fuori squadra, impolverata, intristita come una pianta tralasciata nelle operazioni di innaffiatura, in una parola sporca? Nel mezzo del vuoto siderale estivo, nel silenzio del telefono, nella chiusura surreale di tutte le farmacie del quartiere, nel senso di abbandono morale e spirituale che reca in sé il mese di agosto l’occhio si posa sul calendario e, come si fa con l’innamorato lontano, conta i giorni che separano la casa dalla persona incaricata di tenerla in ordine. Lei se ne sta probabilmente in spiaggia, casomai bruciandosi il naso, annoiandosi e sentendosi inutile lì, proprio quando qui la sua presenza sarebbe benvenuta e gradita all’umore nostro e delle nostre quattro mura. Un caso moderno di incomunicabilità, di bisogni incrociati in modo asimmetrico, di domanda superiore all’offerta, di ferie eterne, inesauribili, infinite proprio come il mare che la colf ha in questo momento davanti e che ne dichiara, ineluttabile, la lontananza da noi e dalla nostra (ormai in stato precario) abitazione.
inizio16. Come te non c'è nessuno

Nel 1974 andai a fare la jeune fille au pair in Francia.
Volevo imparare la lingua e avevo molti grilli per la testa.
La famiglia presso cui mi recai era parigina ma stava in vacanza in Haute Savoie, così mi trovai sepolta in campagna (una bella campagna non lontana dal lago di Annecy) con due bambini a carico di 9 mesi e 4 anni. Ho superato l'esperienza di isolamento totale grazie a due fattori di sopravvivenza: 1. il fromage blanc, un cibo per gli dei, onnipresente sulla tavola, comprato letteralmente a secchi e servito con lo zucchero o con il sale. Per me è rimasto il cibo francese preferito, cene memorabili si sarebbero svolte negli anni successivi in diversi hotel dell'Esagono con un calice di rosso locale e una vaschetta da mezzo chilo del suddetto companatico divorato a cucchiaiate e accompagnato da baguette inzuppata nella pasta densa e profumata. 2. il Cif Ammoniacal, scoperto lì fin da subito grazie alla prima disposizione del servizio d'ordine: 'Frottez': i sanitari del bagno mio e dei bambins dovevano essere quotidianamente ripassati. Niente da eccepire. Li ripassavo.
E quella crema compatta, che emanava il miglior odore di pulito che avessi incontrato in vita mia, capace di eliminare senza fatica ogni traccia di sporco e di lasciare tutto, come dicono loro, 'nickel' senza il minimo problema di risciacquo, divenne mia alleata contro la noia. Ne facevo un uso smodato, intensivo, virtuosistico, dosavo ed esageravo secondo l'umore, sfregavo superfici che ricambiavano il mio interessamento mettendosi a brillare come nella pubblicità in televisione, le notti infinite di agosto (dove erano amici e amori, a ballare in mia dolorosa assenza?) sprigionavano sentori di igiene invece che di lavanda e nella mia fantasia esacerbata fromage blanc e Cif Ammoniacal intrecciavano relazioni bianche e compatte ed erano, più del 14 luglio e della 'cocarde tricolore' (che La Fayette sostiene di avere inventato il 17 luglio 1789) la Francia intera, la sua essenza, il suo carattere, il suo destino.
Al rientro mi resi conto che avevo di nuovo amici e amori ma avevo perduto cibo e detergente. Passarono anni e poi, un giorno, avvenne il ritrovamento fatale: il Cif arrivò anche da noi (Il fromage blanc non ce l'ha ancora fatta. Strano, gli italiani esportano la mozzarella in Giappone e i francesi non sono capaci di esportare il fromage blanc oltralpe), stava lì esposto al supermercato nella sua rigorosa confezione bianca con il tappo verde, minimale, ascetico, denso di suggestioni e di promesse. La fiamma divampò senza esitazione, si placò la sindrome da astinenza e i miei giorni assunsero di nuovo anche su territorio nazionale l'allure del Cif, come Proust (del quale criticavo, però, la gourmandise che lo portava a preferire le madeleines ai detersivi) la memoria degli odori costituiva il filo del quale era tessuta la mia esistenza.
Filammo d'amore e d'accordo fino a che non accadde quello che allora sembrò l'irreparabile: il Cif aveva la scritta 'nuova formula' e pure il flacone era diverso, aveva acquisito fianchi simili a quelli di una femmina, il tappo non si apriva più con una distratta, elegante pressione ma opponeva resistenza (una volta mi provocò un piccolo taglio), la crema sembrava una maionese impazzita, era un po' liquida e un po' densa, colava senza progetto, si incrostava, aveva anche un altro odore. Probabile che l'ira di Ulisse contro gli invasori che gli stavano usurpando il trono e insidiando la casa e la moglie abbia avuto meno veemenza di quella che sentivo sorgermi dentro. C'era già internet e la mia mail di protesta fu chirurgica, devastante, indignata, definitiva. L'Unilever dovette tremare tutta, dal vertice della piramide alla base: e lì sotto c'erano i consumatori, cioè io in prima persona.
Iniziarono le interviste del servizio clienti, come e perché la novità veniva rigettata così decisamente, confessarono che il progetto era di trasformare la confezione in qualcosa di più erotico, che avesse fianchi femminili (il flacone scivolava, però, di mano, quelli erano fianchi sui quali non si poteva contare) e che fosse piacevole tenere a bordo vasca con il bagno schiuma e lo shampoo. Si aprì il cielo, e per quale motivo i consumatori si sarebbero dovuti vergognare ad avere un detergente di quella dignità in vista, fosse che non avevano pensato che sarebbero potuti sorgere errori di utilizzo, Cif per la doccia e balsamo per i capelli spiaccicato sul rubinetto, scrisse un'incaricata dall'Inghilterra confessando che era d'accordo con le critiche, che da loro il new deal non era ancora cominciato e che resistevano con tenacia isolana, arrivò un altro cospiratore con l'aria da cane bastonato a ritirare il flacone con il contenuto poco stabile, un impero dava segni di cedimento ed io minacciavo di passare alla concorrenza (comunque inesistente, lo dicevo solo per strategia). Per farla breve: la vecchia confezione fu ulteriormente rivisitata, cambiò ma con criteri ergonomici, il contenuto fu ridefinito e riacquistò la virtù e la fluidità, la tempesta si placò, probabile anche che Mister Unilever in persona (da qualche parte deve esistere) abbia tirato un sospiro di sollievo.
Io ripresi il mio idillio. Tre giorni fa ho acquistato al supermercato 7 flaconi di Cif con Candeggina nella confezione da 500 ml e ne ho rilevato i colori tiepoleschi, flacone verde e tappo rosa; li ho collocati in un catino della medesima tonalità del tappo creando un'installazione effimera che è stata apprezzata da ospiti e che ho anche fotografato a futura memoria con il telefonino. Come dice la presentazione sul sito www.unilever.com 'tutti sanno che la vita reale è sporca' e quindi bisogna provvedere a pulirla.
Lì trovate suggerimenti su come rimettere in sesto la vostra casa anche 'under pressure' con 15, 30 o 60 minuti di tempo a disposizione e trovate anche tutta la storia del Cif: arrivato nel 1969, lanciato dapprima in Francia e solo in seguito (come sappiamo) in altri 45 paesi, ha fatto fuori le polveri abrasive precedentemente utilizzate e si è affermato per il suo carattere 'strong yet gentle'. In GB sponsorizza un programma TV prime time che si intitola How Clean is your House che va a scovare le case inglesi più sporche (1,4 milioni di spettatori nel 2004, c'è attenzione al problema) per ripulirle a dovere.
Manca sul sito la parentesi della variazione di immagine di cui vi abbiamo dato conto qui in Opera Soap. Come tutte le cose che accadono dietro le quinte si tratta di informazioni confidenziali, riservate agli addetti ai lavori (domestici) e ai cultori del dettaglio, destinate per lo più a rimanere patrimonio di pochi, gettando però, nel caso siano rivelate, una nuova luce sullo spettacolo.
E The Show Must Go On, come canta l'indimenticato frontman dei Queen Freddy Mercury (che, fra l'altro, appare nel video che gira su Youtube vestito da donna e nell'atto di passare l'aspirapolvere), come deve andare avanti e mai deve arrestarsi la missione di tenere la casa pulita, anche se 'Inside my heart is breaking' e 'my make-up may be flaking': una buona passata di Cif, se pure non rimetterà in sesto il cuore spezzato o il make-up sfatto, certamente ne eliminerà cocci e residui e ci aprirà uno spiraglio, consolatorio e sicuro, su un mondo più pulito, quindi più accogliente, quindi, ça va sans dire, migliore.
inizio17. Tigri di carta


Martin Parr, Sue has definitely given..., Signs of the Time, 1992
Quando la leva era ancora obbligatoria i soldati in libera uscita ne portavano una quantità stabilita in tasca. I tifosi della domenica saccheggiano la dispensa di casa per rifornirsi di rotoli da lanciare sul campo, stelle filanti di modesta capacità espressiva. La grandissima Marjane Satrapi (preparatevi, è in arrivo anche da noi. Questa donna cambierà la vostra vita) racconta in Persepolis con il suo tratto di 'potenza ieratica' (Cahiers du Cinéma) che con le sue compagne di scuola la usavano per fare ghirlande per decorare la classe per l'anniversario della rivoluzione in Iran suscitando così le ire di insegnanti velate. Loo in inglese corrente (ma non solo: toilet tissue, loo paper, lavatory paper, shit tickets, mountain money, TP, toilet roll, striking paper, loo roll, bumf, bumfodder, bog roll, date roll e arse wipe. La fonte è Wikipedia, ovviamente), papier de toilette in francese; Toilettenpapier o Klosettpapier in tedesco, la carta igienica rappresenta anch'essa bene il way of life dei nostri giorni, forzatamente allegro, perennemente in vacanza, smanioso di decorazione. E alla decorazione (non solo delle case ma anche della carta igienica) è dedicata una delle opere più eloquenti di Martin Parr (GB 1952, God save him, si prende sulle spalle tutti gli orrori del mondo e ci libera dal loro peso), Signs of the Time, realizzata in collaborazione con la televisione negli anni '90 ed impossibile da guardare senza sentirsi in uno stato di ilarità che volge al pianto (e anche al compianto nelle persone più sensibili). Nella fotografia intitolata Sue has definitely given the bathroom the feminine touch un rotolo di carta igienica con decorazioni floreali, quasi finito (visione tristissima: solo una storia d'amore alla sua conclusione ha identico sapore di cenere), pende dal suo sostegno di legno contro un muro ricoperto di mattonelle con stilizzati soli splendenti. La ricognizione della relazione che intercorre fra le case e chi le ha abbellite secondo il proprio gusto per abitarle con più piacere mette insieme ritratti feroci di placchette di interruttori incorniciate da stucchi, carta da parati come oggetto di colpo di fulmine, dipinti da esposizione fieristica della domenica indicati come rappresentazione della donna ideale, angoli very cosy di soggiorni di bruttezza fisica inaudita. Su tutto si allarga un pensiero molesto, quello della pagliuzza e della trave, non sarà, forse, anche la nostra casa degna di uno scatto di Martin Parr? E la casa delle persone che frequentiamo (il loro autoritratto) non ha qualcosa di ugualmente insopportabile che non avevamo mai visto e che l'occhio dell'artista ci ha fatto notare? Quanta carta igienica viene acquistata per dare, come ha fatto Sue, il tocco definitivo (feminine, trendy, cool, cute) alla stanza da bagno? La situazione fuori registro dell'Italia si coglie anche dalla qualità dei prodotti in vendita al supermercato. Carta igienica come metafora del nostro stare al di fuori della modernità, a questo non avevamo ancora pensato. Da noi la scelta è, a guardare con attenzione i pacchi in esposizione, variata nella forma ma assolutamente limitata nella sostanza. Non c'è una qualità alta (negli alberghi inglesi e americani si trovano magnifici rotoli della Kleenex incartati singolarmente che qui non avrebbero mercato, cosa che accade anche per i fazzoletti di carta), le marche si equivalgono e gareggiano, invece, nel faceto: decorazioni, imprimiture, deformazioni salvaspazio, camomilla, lavanda, fiori di pesco (Lucio Battisti seduce ancora), aloe, colori. E qui c'è da prendere uno dei nostri sentieri laterali e da dire qualcosa. La Renova, azienda giapponese, ha prodotto una carta igienica nera che va ad aggiungersi a quella arancio, rossa e verde già in circolazione. La campagna pubblicitaria usa termini come sensual, fashionable, small luxury, must have, cool, fun e architetti modaioli ne decantano la morbidezza e l'unicità in un videoclip facilmente reperibile in internet. È probabilmente destinata ai darks, che vivono nel nero e di nero si saturano, creature gotiche che circolano ormai da anni fra noi, oppure a coloro che in casa hanno già rifiutato il bianco, per esempio rifacendo il proprio letto con lenzuola nere (da sempre mi chiedo se le asciughino al riparo dal sole e come si comportino con il lavaggio: è ammesso solo quello freddo per tessuti delicati, la negazione, quindi, dell'igiene che per tradizione si riserva alla biancheria di casa?). La ricerca va nella direzione degli effetti speciali e non in quella del miglioramento della qualità. 'Honor, Quality and Integrity' reclama per il design Chrystina Schmidt, cofondatore di Skandium, negozio londinesi bello e stimolante, vero spazio di ricerca ed esposizione della produzione scandinava della tradizione storica e del contemporaneo www.skandium.com e noi ci uniamo alla richiesta. Non vogliamo più vedere sulla carta igienica cagnolini scodinzolanti che addentano rotoli, pupi felici di stare al mondo, flora di tutte le specie, stemmi che sono un incrocio tra il giglio di Francia e la corona d'Inghilterra. Per il 'posto dove anche la regina va a piedi' vogliamo un bianco impeccabile privo di variazioni sul tema, vogliamo starci dentro senza gadgets e con la dose di allegria che il Cielo quel giorno ci ha mandato, non un grammo di più indotto da chi pratica un design che copre il latitare delle idee con l'improbabilità delle proposte, vogliamo che la magia della carta, con il suo declinarsi in mille aspetti e il suo interloquire con noi a livelli molteplici e quotidiani, sia rispettata fino in fondo, vogliamo rotoli, infine, che onorino la forma di geometria solida che incarnano e che non siano cilindri schiacciati concepiti per salvare spazio. Noi nello spazio ci abitiamo, in esso agiamo, pensiamo, esistiamo e non ci piace la metafora della compressione, ne leggiamo in filigrana gli intenti soffocanti e allora chiediamo all'obiettivo di Martin Parr e all'occhio che lo governa di proteggerci e vendicarci usando tutta la ferocia dell'intelligenza d'artista, quella che tutto mostra e tutto rivela e di dedicare il prossimo lavoro, dopo il posto vuoto nei parcheggi (ciò cui tutti aspiriamo) e i cellulari (ciò da cui tutti dipendiamo) http://www.martinparr.com/, alla carta igienica e alle sue proteiformi e non richieste metamorfosi.
inizio18. Zerbinetta's aria

Le prescrizioni sull'osservanza del sabato ebraico sono rigorose e fra le 39 categorie principali di 'lavori' proibiti compare il trasportare.
Uscendo di casa, allora, non è possibile tenere con sé le chiavi.
Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, uomo di scienza e insigne studioso, ha suggerito di recente, in una replica di una bella puntata di Uomini e profeti (Radio3) di cui era stato ospite, di mettere le chiavi sotto lo zerbino. In questo modo si rispetta il divieto ma si rientra anche in casa.
Probabile che nessuno di noi metta da anni le proprie chiavi sotto lo zerbino, però il consiglio ci commuove perché ricorda uno dei gesti del vivere quotidiano che sono andati perduti e perché cita uno dei luoghi della nostra abitazione che stanno all'esterno, come il campanello della porta, la targhetta con il nome inciso e la cassetta della posta.
Lo zerbino, ben lontano dall'essere una superficie sulla quale ci si puliscono le suole delle scarpe prima di entrare (personalmente non lo uso mai a questo scopo), ancora una volta ci corrisponde ed è uno dei tanti autoritratti che offriamo di noi in modo poco consapevole.
E, come tale, diventa un'altra calamita di ogni possibile aberrazione.
Racconto in questa puntata di un'estate che si avvia al tramonto di una riunione condominiale nella quale proposi di unificare gli zerbini della scala del condominio in cui abito. Dissi poche cose che mi sembravano sagge, che il decoro dello stabile ne avrebbe guadagnato, che campanelli e cassette della posta sono progettati con l'intento di corrispondere a uno stile, che era una questione di ordine e che sarebbe stato probabilmente il caso di uniformarci tutti a un modello semplice e funzionale, realizzato in una robusta fibra naturale e con una forma geometrica rigorosa, per esempio un rettangolo (praticamente indicavo il mio zerbino come modello).
Frequento riunioni di docenti in Accademia da anni e le trovo molto colorate. Penso spesso ai divini Maestri del Bauhaus degli anni d'oro riuniti in una stanza per prendere delle decisioni (provate a immaginare Gropius, Klee, Kandinskij, Albers, Breuer, Schlemmer e compagnia, ciascuno con il proprio demone da tenere a bada, che si confrontano sul colore dei termosifoni). Non avevo mai assistito, nemmeno nel corso dei miei studi, a una levata di scudi così violenta e radicale: i miei condomini si rifiutarono decisamente di accogliere la richiesta e la giudicarono senza mezzi termini pericolosa per la loro libera espressione.
La signorina del piano di sotto, ragazza graziosa, di buon gusto, garbata, che ha più volte accolto piante che io smettevo (smetto spesso le piante, appena hanno finito di fiorire le comincio a guardare minacciosamente) gridò che mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo Welcome davanti alla porta di casa, il signor Carlo del primo piano, appassionato rudemente di calcio, disse molte cose affettuose a proposito dell'orsa che abbraccia il suo orsacchiotto all'interno di una forma di muso di orso che segnala il suo appartamento, altri difesero la mezzaluna, il rombo, la circonferenza, i tulipani ben schierati, il Merry Christmas buono per tutte le stagioni, tutti i cuccioli del mondo, la zolla di erba artificiale (di forma, però, rettangolare), il Just married esibito a oltranza.
Ovviamente rinunciai, scusandomi per l'indelicatezza. Da allora, salendo le scale, cerco di non guardare, inseguo lembi di cielo sopra le cassette del gas, penso ai fatti miei, faccio astrazione.
Qualche giorno fa sono salita al quinto piano per visionare, su commissione di un amico, un appartamento che era in vendita. Davanti alla soglia di quella casa disabitata, in attesa di compratori, che esibiva un prezzo demente nemmeno trattabile, visitata quotidianamente da molta gente accompagnata da un solerte agente immobiliare, una gatta di dimensioni rispettabili, ritratta in atteggiamento sorridente (colpa di Lewis Carrol, questa faccenda dei gatti che ridono è opera sua), se ne stava acquattata contro il muro: l'incaricato delle pulizie aveva, come fa sempre, sollevato gli zerbini per spazzare e quello non aveva nessun proprietario che lo rimettesse al suo posto rientrando.
Come i gatti veri anche quelli sugli zerbini si affezionano al posto e non al padrone.
Ricordatevene e, se avete scelto uno zerbino a forma di gatto, durante il trasloco optate per uno nuovo che interpreti lo spirito del nuovo luogo che vi accoglie. Lo zerbino vecchio lasciatelo davanti alla soglia: meglio della sigla di Zorro, meglio di qualunque marchio, scelta di mattonelle del bagno, infissi, punti luce parlerà all'agenzia immobiliare, ai visitatori e, infine, al neo proprietario di voi.
19. Dream world

Promet, Kawada 2007
Apprendiamo dai giornali che l'industria giapponese Kawada sta mettendo a punto un robot di nome Promet che potrà essere utilizzato per i lavori domestici. L'invecchiamento della popolazione, la chiusura all'immigrazione e, invece, l'apertura alle macchine (dalle nostre parti guardate sempre con sospetto; da loro apprezzate senza preconcetti) costituiscono la solida base che promuove le ricerche che consentiranno di tenersi in casa un collaboratore automatizzato. I video che compaiono sul sito www.kawada.co.jp sono impressionanti: Promet, che ha l'aspetto di un eroe dei manga, è agile e elegante, si alza da terra senza sforzo e sembra essere in grado di svolgere mansioni complesse. Provate a pensare: mai più ferie, mai più abbandoni del campo, una casa tirata a lucido for ever, anche oltre la durata della nostra stessa, umana e poco robotica esistenza.
inizio20. Bubbles

Jean Siméon Chardin, Bulle de savon, 1734

Edouard Manet, Les bulles de savon, 1867
What is so fascinating about bubbles? The precise spherical shape, the incredibly fragile nature of the microscopically thin soap film, the beautiful colors that swirl and shimmer, or most likely, a combination of all these phenomena? Why does a bubble form a sphere at all? Why not a cube, tetrahedron, or other geometrical figure? Let's look at the forces that mold bubbles. Ron Hipschman, www.exploratorium.edu/ronh/bubbles/bubbles.html)
Detesto l'acqua minerale effervescente, come diceva la mia migliore amica di università 'Non disseta', prima di bere un sorso di Perrier preferirei morire di sete, l'acqua deve essere 'piatta', i francesi, ancora una volta, hanno trovato la parola giusta, 'naturale' è un inganno bello e buono, e pezzi di teatro interi sono stati scritti sull'equivoco.
Mi piacciono invece le bolle nell'arte, quella di Chardin, grande, iridescente, immobile, quasi vetro soffiato nella fornace; e quella di Manet, omaggio gentile al grande maestro. Si tratta di passatempi giocosi che diventano cristallizzazione del gesto, impossibile vedere un aggeggio per fare bolle di sapone senza pensare a questi due, ecco il grande potere dell'arte che ti condiziona tutta la vita.
E poi mi piace il perlage dello champagne, quello che sale continuo e che garantisce la qualità; e le bolle di sapone che si formano quando sfrego con l'apposita spugna abrasiva ('consigliata per gli acquari') la vasca dei miei pesci rossi: mi fermo spesso a guardarne i riflessi, in essi si rispecchia la finestra della mia cucina, un pittore fiammingo ne avrebbe fatto un quadro d'interno. E mi piace la bollicina d'aria che emette dalla bocca il mio pesce preferito quando gli do la buonanotte: si chiama Brick, è stato recentemente malato e nelle chiacchiere serali gli chiedo di promettermi di non stare male mai più. Poi gli chiedo di farmi una bollicina. 'Plof', fa lui, dopo qualche insistenza. Che sia un caso oppure no, non importa. In un attimo, di fronte a un animale considerato (a torto) nemmeno troppo intelligente, Chardin a Manet fioriscono nel fresco della sera. Arte come bolla di sapone, come bolla d'aria che dà più vita alla vita.
inizio21. Parlami d'amore Mariù
Che ricordi ha di casa sua, di quella in cui ha trascorso l’infanzia?
‘‘Mia madre insegnò a me e a mio fratello a tenerla pulita, e ci diede un incarico ben preciso: ‘fare la polvere’, ‘pulire il pavimento con lo strofinaccio…’’ (intervista a Giorgio Armani, Il Venerdì di Repubblica, 28 settembre 2007. La barca di Armani si chiama Mariù come la madre del fashion designer, l’unica, la sola donna della sua vita)
inizio22. La sporcizia del riccio

Muriel Barbery (1969)
Un'altra vita è possibile e ogni tanto qualcosa ce ne dà una prova. Muriel Barbery (1969) è laureata in Filosofia presso la Normale Sup (École normale supérieure), una di quelle strutture universitarie niente male, concepita durante la Rivoluzione per dotare la Francia di insegnanti illuminati e in grado anche oggi di sfornare talenti che troviamo un po' dappertutto. Passa quattro anni a insegnare filosofia in Borgogna e chiedendosi come fare a uscire da quella vita (perché? Ci sembrava bello insegnare filosofia in Borgogna, suona bene, è anche un po' cinematografico e poi la Borgogna è aristocraticissima e ci si mangia e ci si beve molto bene). Come nelle migliori tradizioni sarà un uomo a salvarla: Stéphane Barbery, psicoterapeuta, specialista del trauma. La prima cosa che salta agli occhi è il nome: siccome lui firma così le foto dell'elegante blog di lei www.muriel.barbery.net, è evidente che Barbery è lui e non lei. E lei, allora, come si chiama? Non si sa, scomparso il nome di famiglia nella fusione con l'altro. Ma passons. Lei dichiara in un'intervista del maggio 2007 che lui le ha insegnato a vivere la vita pensandola. Qualche giorno fa Marco Lodoli, che ogni tanto ne dice una buona, ha affermato una cosa simile alla radio parlando della 'voglia di immaginare la vita, che è il fondamento della vita stessa'. Ora 'pensare' e 'immaginare' sono cose diverse, però i concetti sembrano sfiorarsi e darsi la mano e porsi come alternativa al vivere senza pensare e senza immaginare. Muriel Barbery, dunque, si fa ispirare da Stéphane e scrive il primo libro, Une gourmandise (Gallimard 2000), con una storia che ha qualcosa in comune con quella del critico gastronomico del delizioso Ratatouille Disney-Pixar (2007), che ritrova un sapore dell'infanzia in un cibo che gusta alla fine del film. Lei voleva descrivere un universo mentale e descrive quello di lui. E nella mente di lui, che è evidentemente complessa, abituata, come sappiamo, ad avere a che fare con il trauma e chissà con quante altre cose, si annida anche la storia di alcune persone che vivono al numero 7 di rue de Grenelle che è raccontata da due protagoniste singolari, la portinaia Renée e la dodicenne Paloma, praticamente L'élégance du hérisson (Gallimard 2006; L'eleganza del riccio, Edizioni e/o 2007). Lasciate perdere le affannate recensioni, trascurate il dettaglio del numero di copie vendute (600.000, e la cifra non è aggiornata. Ma anche un sacco di robaccia vende molto) e leggetevi il romanzo, che è esattamente quel qualcosa in grado di dimostrare che un'altra vita è possibile cui facevamo riferimento all'inizio di questa puntata. Muriel Barbery non solo scrive bene ma ha anche la capacità di spostare il punto di vista ordinario, esattamente quella che ci fa distinguere l'arte da ciò che non lo è (formula sintetica ma funzionante, parola di professionista dell'arte). E nel libro compare subito Manuela, la sola amica di Renée, femme de ménage portoghese, 'nata sotto un fico dopo 7 altri e prima di 6' (totale 14 figli), vessata dalla vita, impegnata il martedì con lo sporco della famiglia Arthens e il giovedì della Broglie, da venti anni all'inseguimento della polvere, laddove inseguire la polvere è una pudica sintesi di ciò che fa: 'Vuoto cestini pieni di assorbenti igienici... raccolgo il vomito del cane, pulisco la gabbia degli uccelli, non si riesce a credere che bestie tanto piccole facciano così tanta cacca, gratto i gabinetti. Allora la polvere? La belle affaire!'. Ma Manuela, sacrificata sull'altare di un mondo in cui 'i compiti ingrati sono riservati a certi mentre altri arricciano il naso senza fare niente', è un'aristocratica dell'anima e per mangiare una noce ci insegna che bisogna mettere una tovaglia, è capace di non farsi toccare dalla volgarità della famiglia, dei vicini e dei datori di lavoro, abitata dalla grazia, in grado di offrire alla sua amica 'come a una regina i frutti delle sue elaborazioni pasticciere' e di cambiare con la sua apparizione il gabbiotto della portineria 'in palazzo e i nostri spuntini di paria in festini da monarchi.' Ed ora ci siamo: 'Come il narratore trasforma la vita in un fiume cangiante dove si inghiottono pena e noia, Manuela trasforma la nostra esistenza in epopea calorosa e gaia', esattamente quello che tutti vorremmo, una metamorfosi che è indotta dal pensiero e dalla immaginazione. Siano rese grazie alla femme de ménage e sia fatto al più presto il film dell'eleganza del riccio, attento ai dettagli, intriso di odori, realista ma surreale, che usi un linguaggio che conosciamo facendoci scoprire in esso significati che sempre avevamo trascurato, stracolmo di immagini poetiche, eloquenti e talvolta funamboliche, tutto da guardare per imparare che vivere in un altro modo si può, anche se abbiamo contatti con lo sporco, anche se dalle parti nostre le città sono molto lordate e poco ripulite, anche se l'odore buono del sapone non è quello che si sente in giro e la polvere (e magari fosse solo polvere) sembra ricoprire il mondo nel quale abitiamo, ignaro dell'arte tutta e dei suoi mai sufficientemente cantati benefici.
inizio23. (S)Porco Mondo

Cinderella
La fotografia, partita dall’Inghilterra, è arrivata da noi con il solito mesetto di ritardo. (La mia rivista di decorazione di interni preferita è inglese. Esce da loro fra il 4 e il 7 del mese e arriva da noi fra il 21 e il 25. Il distributore di Milano si è abituato alle mie telefonate minatorie nelle quali spiego che: a. un mensile non può arrivare il mese dopo; b. se il mensile arriva il mese dopo le tendenze non sono più tali, le fiere sono finite da un pezzo, le mostre stanno per chiudere, i clienti di Harrods hanno fatto fuori tutti i saldi; c. non me ne importa niente di avere ragione, mi importa, in tempi di tempo reale, avere la rivista in tempi realistici per le tendenze e tutto il resto di cui sopra). La fotografia, dunque, è partita da un paese che a noi sembra strambo (quirky) e che ci piace anche per questo. Essa mostra una maialina della gloriosa razza Saddleback con le zampe calzate da wellies, vezzeggiativo per Wellingtons, gli stivali di gomma resi celebri da Arthur Wellesley, 1° Duca di Wellington, dandy aristocratico del primo Ottocento. La cosa sta così: Cinderella, questo è il nome della bestiola, è affetta da misofobia, ossia da paura patologica dello sporco. Se ne sono accorti i proprietari dell’allevamento dove lei è nata e sono arrivati alla diagnosi basandosi sul comportamento dell’animale che, contrariamente ai fratellini, si rifiutava di camminare nel fango e dava segni di sollievo e attività appena veniva messa in un posto pulito. Propendiamo per l’ipotesi di una maialina particolarmente aristocratica: nomen omen e Cinders porta il nome della servetta destinata al ballo con il principe, lei è un’eccezione, così come il topo Ratatouille, già comparso da noi, cerca cibi prelibati mentre i compagni si accontentano di bucce e croste trovate nella spazzatura. L’aspetto di Cinders, causa wellies, è diventato vagamente marziale e anche un po’ metropolitano. Dite se non sembra un guerriero della notte, sguardo tenero, codina al vento e passo dei romantici che incedono nel buio. Anche Baudelaire (Le Spleen de Paris, 1862, n° 46) ebbe a che fare con il fango: attraversando il boulevard in fretta per paura dei cavalli gli ci cadde dentro l’aureola (ebbene sì, tutti i poeti ce l’hanno, e anche gli artisti, ovviamente) e non ebbe il coraggio di raccoglierla. Entrò così in un locale malfamato dove fu accolto con stupore, lui bevitore di quintessenze e mangiatore di ambrosia, da un avventore che lo riconobbe. Ma non se ne dolse. Poteva a quel punto aggirarsi in incognito, compiere azioni basse e dedicarsi alla crapula come i semplici mortali. Se avesse anche lui indossato dei wellies, però, sarebbe anche potuto andare a riprendersi le sue insegne e non lasciarle in balìa del primo venuto, forse cattivo poeta, forse spudorato usurpatore, forse maialino d’ordinanza vocato solo a un destino di salsiccia.
inizio24. Mal comune...

Piumino da spolvero dal catalogo Manufactum, www.manufactum.de

Musée du Louvre, Parigi
Pierre Rosenberg ha lavorato al Louvre per circa quarant’anni, prima nel Dipartimento dei Dipinti poi come Presidente-Direttore del Museo. Ha affidato a un bel Dictionnaire amoureux du Louvre (Plon, 2007) parecchi pensieri sparsi che aveva evidentemente voglia di rimettere insieme. Una delle voci si intitola ’Manutenzione’. Eccovela. ’Niente altro che lamentele, lamentele giustificate! Il museo è di una sporcizia ributtante, i gabinetti ripugnanti, il piumino da spolvero sconosciuto ecc. Regolarmente la stampa fotografava Pierre Verlet (1908-1987), l’eminente conservatore del Dipartimento degli Oggetti d’arte (e specialista mondialmente conosciuto del mobile francese del XVIII secolo), mentre lavava, spugna alla mano, i vetri delle finestre delle sue sale. Tutto ciò è finito, dimenticato...Il museo oggi è pulito, tale e quale i suoi rivali. E’ stato necessario fare appello a delle imprese private specializzate per assicurare la manutenzione dei gabinetti, per dare la cera al parquet (fare attenzione a non scivolare il mercoledì mattina!), per pulire i 673 vetri della Piramide e le circa 800 finestre del museo’.
inizio25. TOC TOC

Leonardo Di Caprio e Cate Blanchett in The Aviator, Martin Scorsese, USA 2004

Funny Games, Michael Haneke, 2007
Non sono affetta da alcun tipo di TOC. Se volete sapere che cosa è un TOC (Trouble Obsessionel Compulsif) andatevi a rivedere Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato (James L. Brooks, As Good as It Gets, USA 1997): solitario e litigioso, non pesta le righe in terra, indossa guanti per proteggersi, è un maniaco dell’igiene, si cambia continuamente di abito, cammina a debita distanza da tutti, frequenta un ristorante in cui vuole essere servito sempre ed esclusivamente da una sola cameriera. Proseguite poi con The Aviator (Martin Scorsese, USA 2004) e Leonardo Di Caprio nelle vesti di Howard Hughes, bello e dannato e in attesa che qualcun altro apra la porta delle Toiletts perché non debba essere lui a toccarne la maniglia. Siete affetti da TOC se vi alzate venti volte per controllare di aver chiuso la chiavetta del gas, se vi lavate le mani cento volte al giorno, se fate dietro front con la macchina quando già siete partiti per le vacanze perché volete accertarvi di aver dato tutte la mandate alla serratura, se evitate di essere 13 a tavola. (Se siete di Napoli e evitate di ritrovarvi nel numero delicato di commensali dell’Ultima Cena, non siete affetti da TOC, siete solo in linea con la cultura dominante, quella del corno di corallo appeso al portachiavi che molti dei miei colleghi, colti e evoluti, portano in tasca). Le religioni sono piene di TOC, niente carne il venerdì, niente carne di porco, ripetizione delle preghiere, rituali. Il TOC è una malattia individuata dalla metà del XIX secolo, descritta da Pierre Janet con il nome di ‘psicoastenia’ nel 1903 poi da Sigmund Freud come ‘nevrosi ossessiva’ nel 1909. Nel 1980 il termine ‘Trouble Obsessionel Compulsif’ si impone ed è adottato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) (fonte ‘Le nouvel Observateur’, numero fuori serie Les nouvelles addictions, maggio-giugno 2005). Dunque, dicevo, non sono affetta da alcun tipo di TOC. E sospetto pure che i TOC ci siano sempre stati, anche prima di Janet e Freud, la letteratura è piena di rituali ossessivi e anche l’arte lo è. Probabile, però, che io sia considerata TOC dai moltissimi che incontro che sono mediamente più sporchi di me. Fra i migliori consigli ricevuti nella vita annovero quello di un mio vicino di classe, Raimondo P., III F al Liceo Dante Alighieri di Roma quando io stavo in II E: austriaco di nascita, elegantissimo, snobissimo, fra i miei primi compagni di scorribande notturne, mi insegnò a viaggiare con guanti di gomma, spugna e detersivo. La bustina igienica mi avrebbe salvato più volte da bagni di alberghi sospetti o impraticabili (la cosa curiosa è che fra le cinque e le due stelle non c’è logica, mi sono capitati servizi immondi nei migliori hotel del mondo e bagni rifiniti in locande di provincia. Come sempre, è la persona che fa la differenza, in questo caso la cameriera ai piani o, se è previsto il controllo, la governante). Poi, siccome sono una perfezionista, ho anche aggiunto le salviette disinfettanti e quando poso il bagaglio in un qualunque altrove trascorro un buon quarto d’ora a passare con il lisoformio maniglie, telefoni e testate del letto. Ciò mi fa sentire a casa mia, mi tranquillizza nell’impatto con l’ambiente estraneo, mi permette di segnare il territorio. Non si tratta di TOC. Poi. Per non rifarmi da sola il letto devo essere moribonda, in ospedale o in albergo (altro consiglio di una gran signora quasi centenaria, madre di una collega. Ma ci avevo già pensato per mio conto. Per inciso, l’anziana donna mi deliziò anche con la descrizione della pelle di un’amica più giovane di lei di una buona ventina di anni: ‘a castagna secca’, la definì. Cito l’episodio perché possa essere utilizzato da qualcuno meno svelto di spirito e di lingua di quanto non fosse lei). Mi lavo sempre le mani rientrando in casa e prima di mangiare. Cambio tutti i giorni la biancheria del bagno e della cucina. Cambierei quotidianamente volentieri anche le lenzuola se solo lavarle, stenderle e stirarle non fosse un lavoro così complesso ed è, questo, uno dei motivi per cui vivrei volentieri, come faceva Mademoiselle Chanel fra i molti, in un albergo di lusso (ovviamente, pulito). Mi tolgo le scarpe entrando in casa e chiedo di toglierle anche alle persone che la frequentano regolarmente. Praticamente entrano in casa mia con le scarpe solo gli estranei perfetti, quelli dopo il passaggio dei quali (passaggio che cerco di rendere il più breve possibile. In pratica non vedo l’ora che se ne vadano) mi affretto a lavare il pavimento rivolgendo pensieri grati al cielo che me li ha tolti dai piedi. Mi piace molto indossare i guanti anche d’estate (ho raccontato ieri a un amico del garagista che mi chiedeva se non avevo caldo con la sciarpa, dopo avergli spiegato che esistono anche le sciarpe estive, l’episodio del guaglioncello napoletano che, in un torrido giugno, sull’autobus, vedendomi con la sciarpa e con i guanti, estivi l’una e gli altri, mi venne a chiedere se mi sentivo male). Indossa, lo ricordo, guanti estivi anche Michael Pitt in Funny Games; d’accordo, lui lo fa per altri, malandrini motivi, oltre, beninteso, a quelli che attengono all’eleganza e all’igiene, però l’idea di stare in sua compagnia mi piace. Il mio trolley non supera mai il metro di ingresso in casa e viene disfatto e ripulito in una zona protetta. Non appoggio mai le buste della spesa in terra anche se pesano 30 kg. Discuto spesso nei supermercati con il direttore per via dei genitori che mettono ‘nel’ carrello il loro bambinetto completo di scarpe, non riuscendo a sederlo sull’apposito seggiolino perché ha la stazza di un vitello, ha compiuto 12 anni e va già in discoteca dove fa uso di sostanze chimiche per vivacizzare la situazione. Una volta che avevo tempo ho intrattenuto il poveruomo che dirige l'Elite (ammettete che dare un nome così a un posto di massa indica una certa dose di umorismo) che utilizzo più spesso per questioni logistiche con una dissertazione sulla possibilità che io mettessi ‘nel’ carrello un cane pieno di pulci, che mi sarei fatta prestare all’occorrenza (figuriamoci se vivo con un cane con le pulci, vivo con i pesci rossi, che stanno nell’acqua in una loro casa che sta nella mia casa): lui come si sarebbe comportato? Mi sarebbe venuto a dire che, per questioni di igiene, non potevo mettere le pulci dove gli altri clienti mettevano la bottiglia del latte e la busta del pane, cioè alimenti che vanno ‘direttamente’ in frigorifero o in dispensa? E allora, dove stava la differenza fra le pulci e le scarpe del vitello? E ancora. Aizzo regolarmente (sono una pendolare) i controllori dei treni a elevare contravvenzioni a coloro che stanno con le scarpe sui sedili, la multa è di € 5,00, considerando il numero dei contravventori, le Ferrovie dello Stato vedrebbero il loro bilancio risanato presto e bene. Sorrido beffardamente davanti al gesto incongruo di chi rovescia il proprio cappotto e lo mette sul portabagagli dalla parte della fodera, nelle intenzioni per non rovinare la stoffa, nella pratica per dare alle ruote del trolley vicino la possibilità inattesa di toccare punti sensibili, per esempio l’interno del collo, quello che dopo verrà nuovamente in contatto con una delle parti più delicate ed esposte del corpo umano. Fulmino con lo sguardo coloro che, preparandosi a scendere dall’aereo, appoggiano il proprio bagaglio, che ha strusciato lo sporco di mezzo mondo, sul sedile dove poi si appoggerà un fondoschiena che poi tornerà ad appoggiarsi sul divano proprio (e forse anche sul mio) e poi sulla sedia del ristorante e sulla poltrona del cinema (nessuno pulisce mai le sedie, fateci caso. Esse sono pulite, nell’immaginario collettivo, dal fondoschiena di chi ci si siede). Ma non sono affetta da TOC. La mia affermazione è chiaramente suffragata da almeno 3 dichiarazioni. 1. Sono per metà di sangue piemontese e cito, qui, il Ceronetti di Piccolo inferno torinese (Einaudi 2003): ‘Denunciano, in un appartamento, la padrona torinese, i pavimenti lucidati a sangue, testimoni di una rabbia epica per trasformare in cristallo di Boemia la sorda mattonella. Dopo la lucidatura luciferica, la porta è sprangata a tutti. Chi ha un salvacondotto deve adattarsi a un’umiliante immobilità per non sporcare. (Non hanno torto: nessuna presenza umana è mai pulita).’. 2. Non faccio nessuna fatica ad accompagnarmi a uomini che giudico più sporchi di me, anzi, considero un po’ di sporcizia un tratto molto virile, mi intenerisce, tira fuori il mio lato Florence Nightingale, quello che fa dire a ogni donna ‘Io ti salverò’ (in questo caso: con una doccia). 3. Credo fermamente che il buon cinema, quello che ti cambia la vita, che ti fa segnare come un giorno felice (ricordate? Si dice ‘marquer d’une pierre blanche’, pietra bianca, cioè pulita, mica una pietra di colore qualsiasi) quello in cui è avvenuto l’incontro, sia il cinema sporco.
Ora, essendo il punto 1. fuori discussione e quello 2. privato, vi invito, dopo la lettura rigenerante della n° 26 e fra le pause del sorbetto delle 28 e 29, alle puntate n° 27 e n° 30 per affrontare insieme il punto 3.
inizio26. More geometrico

David nella mia versione preferita, con ciuccetti legati con l’elastico e brillanti alle orecchie (Real Madrid 2003-2007)
ll metrosessuale (sia resa gloria a chi sa trovare le parole per dire l’erotismo, in questo caso alla giornalista tedesca che, secondo la leggenda, ha inventato il termine) David Beckham è uno pieno di TOC. Già sapevamo che è un maniaco dell’ordine e che non sopporta di vedere le cose spaiate per cui, ad esempio, anche le lattine di birra vanno comprate, messe in frigo e bevute a coppia. Ora apprendiamo dal supplemento del Corriere della Sera (sbirciato avidamente da sopra la spalla di una lettrice in metropolitana) che quando passa l’aspirapolvere lo fa seguendo linee rette. A parte il gusto di farsi un film su Beckham che fa i mestieri (in che tenuta? Armani Underwear?) c’è anche la possibilità di tranquillizzarsi per molte signore i cui mariti e amanti passano l’aspirapolvere (visione che credo di avere avuto solo un paio di volte in vita mia. Ma forse ero distratta) seguendo l’ellisse, l’iperbole, la parabola o la conica. Niente paura: ’lui’ è TOC, non ’loro’. Loro cercano soltanto di dare una mano, come sanno e possono fare, in casa.
inizio27. Sweet & Sour Film Parte 1: (almost) WEST

La graine et le mulet, Abdellatif Kechiche, 2007

La banda, Eran Kolirin, 2007

Caramel, Nadine Labaki, 2007
Se fossi Scarlett Johansson non ci dormirei la notte. Un drappello di attrici brune, probabilmente pelose e odorose in ogni parte della loro persona, poco votate al fitness ma evidentemente in pace con il loro corpo, di una bellezza insolente, diversa, nuova e antica a un tempo, è fiorito tutto insieme sul grande schermo. Comincio con la più giovane, Hafsia Herzi, 21 anni, marsigliese di origine maghrebina, figlia di una femme de ménage, definita da Abdellatif Kechiche, il regista che l’ha diretta in La graine et le mulet (2007, il nostro Cous-Cous, lei è Rym), ‘éblouissante…un déclencheur de désir’ (Cahiers du Cinéma n° 629, dicembre 2007). Intendiamoci, anche Woody Allen parla bene di Scarlett, ne loda la bellezza, la simpatia e l’intelligenza, però qui la musica è un’altra, lei acceca e scatena il desiderio, ha trasformato il ruolo che le era destinato, è una con il ‘feu sacré’, che dispiega ‘tesori di ingegnosità e di eloquenza’ davanti alla madre seduta alla toletta, come nella più classica delle tradizioni pittoriche, per convincerla a recarsi con lei alla cena di inaugurazione del bateau-restaurant. E non aggiungo nulla all’eloquenza della sua danza del ventre, che, da sola, corona e rappresenta tutto il film.
Vado avanti con Ronit Elkabetz, 44 anni (Israele, 1964), figlia di una parrucchiera e di un postino, da tempo in carriera ma sistematasi nel nostro cuore con La banda del conterraneo Eran Kolirin (Bikur Ha-Tizmoret, 2007), un film piccolo, surreale, stranito, in cui il ruolo di Dina, proprietaria di un piccolo caffè di un luogo fittizio e isolato dal mondo, Beit Hatikva (scambiato per Petah Tiqva, da cui l’equivoco dal quale scaturisce la narrazione, con la banda della Polizia di Alessandria, invitata dal centro culturale arabo locale, che capisce male e si perde nel vuoto), le dà la possibilità di mettere in scena uno dei più irresistibili piani di seduzione che mai si siano visti al cinema, tutto recitato in economia espressiva, sorrisi, tenerezza, esitazioni calibrate, movimento dei fianchi e dei capelli, ritrosa rassegnazione alla noia divorante del deserto in cui vive. Il colonnello Tawfiq, voce della banda, destinatario dell’offerta, non trova il coraggio di accettarla. Ne approfitterà Khaled, il più giovane fra gli otto musicisti, che taglierà corto e passerà la notte con lei.
Termino con Nadine Labaki (Libano 1974) che interpreta Layale nel suo Caramel (2007), che non è un film carino ma una riuscita totale e un ottimo colpo messo a segno che, sotto la superficie zuccherosa, mostra le donne libanesi da un punto di vista inconsueto (adulterio, omosessualità, menopausa). Lei si fa bellissima, immensi occhi scuri carichi di trucco e carnalità sempre presente, sembra una di quelle amiche che tutti abbiamo avuto, troppo vistosa, certi giorni imbarazzante da trovarsi accanto ma in fondo buona e infelice per un amore storto che le va di traverso.
Vorrei suggerire che i film (e le attrici) citati sono sporchi in contrapposizione alla pulizia ossessiva, per esempio, degli americani (non di tutti, è chiaro: Sidney Lumet e Sean Penn, nella nostra logica, sono sporchissimi), al loro aver perso la faccia per aver trasformato le proprie facce in cose inespressive, piallate, stirate, gonfiate là dove un viso non sarebbe mai gonfio, tutti chiamati ad interpretare storie improbabili e asfittiche, spesso costose, insterilite in ambienti privi di senso e di cultura oppure esistenti solo nella logica degli effetti speciali, noiosissimi per chiunque abbia una qualche risorsa per pensare la propria vita. Bella vendetta, l’arte contro il denaro, l’invenzione che vince sull’industria. Dino Buzzati in Un amore (1963), probabilmente il più bel romanzo sul dolore amoroso che io abbia letto, nella sua narrazione vira continuamente verso il sudiciume: ‘Salutava confidenzialmente i camerieri, scherzava con la ragazza del bar, sembrava a casa sua, perfettamente sicura di sé, con quella sua aria sempre un po’ ribalda, era pallida, il naso petulante più del solito. Era come le ragazzine brune appena uscite dal letto, la faccia non ancora organizzata, quella trasparenza un po’ livida della pelle, quel colore di marmo, quell’ombra della notte ancora attaccata alle guance, alla bocca, quella specie di verginità carnale che si rinnova ogni giorno dell’anno, quella sincerità disarmata del corpo colto di sorpresa, che fa apparire più brutte le vecchie e anche le giovani le rende meno belle ma in compenso le giovani allora diventano più nude, forti, sporche, selvagge, eccitanti, confidenziali, il bello e il brutto spiccano cosicché risulta nella Laide il popolaresco guizzo, l’improntitudine, la piccola bocca si apriva e si chiudeva, le due piccole compatte labbra, specialmente il labbro inferiore, protendendosi in fuori come petali capricciosi e impertinenti.’.
All’architetto Antonio, protagonista malato d’amore per la giovanissima ballerina della Scala che si prostituisce per miseria materiale e morale, sarebbero molte piaciute le tre donne di questa puntata: avrebbe ammirato e volentieri tenuto fra le braccia Rym, Dina e Layale, nel calore dei loro corpi non sottoposti alla tortura del salutismo, nella sinfonia probabile dei loro profumi, nell’abbandono estatico a musiche antiche che sembrano guidarle tutte e che le fanno incedere da regine in un mondo che, disorientato e ammutolito, assiste alla nascita di una nuova bellezza.
inizio28. L’aria del sorbetto, 1 (Nei secoli fedele)

Mick ieri (’With no loving in our souls and no money in our coats/ you cant say were satisfied’, Angie, 1973)

Mick oggi

Sir Michael Philip Jagger by Jane Bown, 1973 (London, National Portrait Gallery) (la foto è stata aggiunta dopo il mio viaggio a Londra del luglio 2008: era in formato manifesto fuori dalla National Portrait Gallery con un commento che per puro caso stavo ripassando anch’io nella mia mente: ’Please allow me to introduce myself’) www.npg.org.uk
Una volta un amico mi chiese con chi sarei scappata sull’isola deserta. ’Con Mick Jagger’, risposi senza esitazione alcuna. ’Ma se è così laido!’, si sconvolse lui. ’Proprio perché è laido scapperei con lui’, conclusi io. Lo ammetto: trovo irresistibile l’idea di dare una ripulita a un uomo così.
inizio29. L’aria del sorbetto, 2 (London)

Pianta della metropolitana di Londra disegnata da Henry Beck nel 1933 (dedicata alla mia amica Anna Mercurio, grafico intelligente e sapiente, che me ne ha ricordato la paternità www.startmedia.it)
21 Luglio 2008. Rientrata ieri sera da Londra. La città è pulita. E’ pulita non come quelle località svizzere che sembrano plastificate e frigide (penso a Ginevra, noiosissima con buona pace di Jean-Jacques Rousseau e penso meno a Zurigo, più disordinata e con più fantasia. Probabile che La Chaux-de-Fonds di Le Corbusier, il santo e l’eretico, sia più sporca, nel senso che ormai sappiamo) e che fanno venire in mente quelle donne sempre perfettamente pettinate davanti alle quali ci si chiede se mai un uomo nella loro vita ha tentato di avvicinarsi per scapigliarle. Londra è pulita perché viene pulita continuamente. Nell’albergo dove sono andata, un vecchio, glorioso hotel di Kensington che prediligo fra tutti gli altri al mondo, il primo ad avere avuto l’ascensore, il personale addetto pulisce continuamente, tutti hanno uno straccio in mano, ripassano gli ottoni, raddrizzano i giornali sul tavolino della hall, tolgono la polvere dal mancorrente della scala, lucidano le tolette fin negli angoli, ne ripassano il pavimento. Puliscono per la strada, è facile vedere qualcuno che strofina l’ingresso di un portoncino, che geometrizza il giardinetto davanti a casa, che lava la panca fuori dalla bottega appena inaugurata; puliscono al supermercato che rigurgita di prodotti per solitari metropolitani (asparagini mignon in numero contato, avocado bonsai per cene con il vassoio davanti al film, melanzanine che inteneriscono come pupetti appena nati, confezioni con 1 limone, 16 fagiolini, un piccolo piede di insalata, sushi con 4 bocconi inappetenti 4 che prendono poco spazio sulla tavola e nello stomaco) in una visione profetica delle vite di noi tutti; puliscono nei negozi di decorazione d’interni che saldano merce che non si pensa nemmeno lontanamente di presentare in modo sciatto solo perché il prezzo è ridotto, piegano coperte, sprimacciano cuscini, continuano imperterriti a fare pacchetti di un’inventiva tale da fare passare la voglia di ritrovare quello che abbiamo chiesto di metterci dentro perché a quel punto dovremmo disfarli, nettano, mondano, purgano dal sudiciume, forbiscono, detergono la città tutta. Lo fanno perché la città è sporca, dura, moderna, abitata, vissuta, percorsa con energia e anche violenza da milioni di persone che quotidianamente cercano di conquistarla, lo fanno in modo attivo, con risultati talvolta imprecisi (qualche cartaccia in terra ma mai escrementi di animali) che indicano la necessità di riprendere il lavoro là dove lo si era lasciato, in un’affermazione della fatica del vivere che reca in sé anche il premio finale, quello di stare in un posto che si è contribuito a trasformare, a mantenere, a rendere così irresistibilmente attraente in tutta la sua bellezza, la sua storia, i suoi trionfi e le sue tragedie.
inizio30. Sweet & Sour Film. Parte 2: (decisamente) EST

2046, Wong Kar-wai, 2004

Olivier Assayas, Francia 1955

Still Life, Jia Zhang-Ke, 2005
Non sono affetta da alcun tipo di TOC però quanto a ossessioni non me la passo affatto male.
Ma qui devo chiarire che sto seguendo da anni un consiglio che mi dette uno dei miei primi colleghi di Accademia, un designer anche lui snobissimo e elegantissimo (detto fra noi: accettereste un consiglio da un buzzurro malvestito? Io no), che diceva che bisognava lavorare sulle proprie ossessioni (ovviamente tenendosele ben strette).
E io questo cominciai a fare, vedendo subito che le cose che mi riuscivano meglio erano quelle sulle quali mi fissavo.
E mi fisso volentieri da sempre su situazioni cinematografiche, pretendo di vivere come in un film (narrativamente, avventurosamente, con una sceneggiatura mia e una colonna sonora che mi sono scelta), vado a cercare i posti in cui hanno girato i miei registi preferiti, al cinema non mi alzo dalla poltrona fino a che non sono trascorsi tutti i titoli di coda perché da lì tiro fuori un sacco di materiale con cui ossessionarmi, alberghi, ristoranti, caffè dove posso andare a vedere se sono rimaste impigliate tracce di esistenza, marche di abiti indossati, ringraziamenti sempre rivelatori.
Vado fiera di alcune iniziative che avrebbero fatto l’invidia del Filmstudio dei tempi d’oro e, per darvi un’idea, ve ne cito un paio (a.; b.): a. La Pitt Week, ovvero una settimana intera, dal lunedì alla domenica, con un film di Brad Pitt pro die; mia classifica di preferenze: Vento di passioni (Legends of the Fall, 1994); Troy (2004); Vi presento Joe Black (Meet Joe Black, 1998). b. Lo Zombie Day, ovvero 3 film di George A. Romero in un giorno, concretizzazione del progetto avvenuta con la complicità di un mio amichetto del noleggio che mi tenne da parte i dvd per la sera mentre io ero al cinema il pomeriggio. Annoto che andai a dormire con la netta impressione di aver dimenticato di inchiodare le finestre dall’interno (forse ebbi un attacco di TOC).
Wong Kar-wai (Cina 1958) è, in questo momento, insieme a Olivier Assayas (Francia 1955), il mio regista preferito. Posso capire che i due nomi vi dicano poco, trovare un loro film su grande schermo o su dvd è un’impresa che farebbe perdere la pazienza a una santo, però, se volete incontrare qualcosa che vi cambi la vita, datevi da fare e provate.
Fra i due esiste, fra l’altro, un legame. Wong kar-wai è il più grande regista cinese vivente e Assayas, pittore, diplomato ‘des Beaux-Arts’, figlio di uno degli sceneggiatori di Maigret e sceneggiatore lui stesso, scrittore, redattore dei Cahiers du Cinéma e finalmente regista, è colui che ha fatto conoscere all’Europa la nouvelle vague del cinema asiatico. Se, inoltre, considerate che Maggie Cheung (In the Mood for Love) è una delle attrici preferite di Wong Kar-wai ed è stata moglie di Assayas, vi sarete fatti un’idea quasi nitida sui destini che si incrociano.
Dopo questa premessa vi racconto come fu che passai la vigilia del Natale 2005 a Hong Kong. Se pensate che l’organizzazione di una cosa del genere sia facile, vi sbagliate di grosso.
Provate a calcolare il volo Roma-Londra (2 ore e 45 minuti), poi quello Londra-Hong Kong (12 ore), poi il fuso orario (+7) e ditemi se sareste in grado di mettere piede a Hong Kong quando avevate stabilito di farlo.
Io ci riuscii perché sono una persona tenace e ben organizzata.
Avevo deciso di farlo dopo aver visto (e rivisto più volte) 2046 (2004) di Wong Kar-wai, 4 pagine di recensione sui Cahiers du Cinéma, un film di bellezze molteplici e di ‘extrême maîtrise formelle’.
Il titolo viene da un numero di camera d’albergo e il film è scandito da riferimenti temporali fra i quali ritorna, ossessivamente, quello del 24 dicembre. Fu, dunque, per vivere come in un film che andai a trascorrere un 24 dicembre a Hong Kong e se mi rassegnai a non chiedere la stanza numero 2046 fu solo perché 1. non sono affetta da alcun tipo di TOC e sono capace di mediare; 2. non c’era.
Questa coroncina ci ha introdotti al cinema dell’est del mondo.
Che è il vero cinema da vedere, quello che ha qualcosa di nuovo da dire, che racconta storie diverse da quelle che ci sono venute a nausea da noi e che lo fa usando un linguaggio singolare per abituarsi al quale bisogna anche fare uno sforzo.
È diverso il ritmo narrativo, sono diversi i codici espressivi, il corpo non è come il nostro, la città è mostruosa, le donne sono bellissime, l’erotismo è fiammeggiante e segreto.
Ed è un cinema sporco.
Lascio da parte il raffinatissimo Wong kar-wai perché è inclassificabile e perchè abita un suo universo nel quale pare che si perda spesso anche lui. Penso, invece, di poter usare per dimostrare la mia tesi (sporco è bello) Jia Zhang-ke e il suo Still Life (Cina 2006), che potete trovare anche in Italia e che è nato da un sopralluogo che il regista ha fatto sul luogo dove sta sorgendo la Diga delle Tre Gole (quella che ha tremato durante il terribile terremoto del maggio di quest’anno 2008), che cancellerà dalla faccia della terra, quando sarà completata, una porzione di territorio, che sarà sommersa, abitata da quasi un milione di cinesi.
Jia Zhang-ke è un cineasta che non piace alla censura, il suo film è stato fatto uscire in 48 copie e ha avuto diritto ai soli spettacoli delle 9:00 e delle 13:00, gli orari peggiori.
Lo hanno visto in pochi anche ‘là’ ma il successo del dvd in 600.000 esemplari (non pirata) è stato eloquente.
Film sporco, dicevamo, ovvero miserabile, sudato, ambientato fra le rovine cui sono ridotte le abitazioni delle città che affacciavano sullo Yangtze, il più lungo fiume asiatico (quello sbarrato dalla diga, 6.300 km), e per questo polveroso, crepato fin dentro l’anima, girato economicamente in digitale con una videocamera a spalla.
Eppure poeticissimo, leggiadro, visionario, intenerito su due storie parallele di ricerca di un coniuge perduto, di potenza critica e di vitalità estetica poco correnti, tutto stretto agli oggetti semplici che strutturano la narrazione, sigarette, vino, cibo, che sono letti come linguaggio di comunicazione fra esseri umani che, per sentirsi insieme, non hanno bisogno di parlare.
E il titolo internazionale del film, Sill Life, è mutuato dalla pittura e dietro l’idea del film c’è un pittore, Liu Xiao-dong, che vede la poesia nella vita più ordinaria, che il regista conosce da quando era ragazzo e che decide di partire per la Diga delle Tre Gole.
Jia Zhang-ke lo accompagna, scopre qualcosa di inaudito, si chiude in albergo per tre giorni con il suo assistente e recita tutti i dialoghi di Still Life. Il film nasce così, come una crisi o una illuminazione.
Vi cito anche I don’t want to sleep alone di Tsai Ming-liang (Francia-Taiwan 2006), girato a Kuala Lumpur in un monumentale edificio in cemento la cui costruzione è stata interrotta.
Protagonista del film, insieme all’architettura citata, è un gruppo di sottoproletari cosmopoliti venuti in Malesia per cercare lavoro e privati di ogni speranza in seguito alla crisi economica degli anni ’90.
Ma c’è anche un altro cuore della narrazione: un materasso putrescente che viene recuperato dalla strada e diventa oggetto transazionale condiviso da coloro che finiranno con il dormici sopra insieme, trasformandolo in zattera, nella bellissima scena finale che vedete in locandina.
Film sporco che più sporco non si può eppure percorso da un’ossessione di pulizia (uno dei protagonisti lava il materasso con dedizione e ostinazione, coloro che non possono farlo da soli perché pestati a sangue o in coma sono sottoposti da altri a un’accurata toletta, l’acqua cola continuamente e sembra alludere a situazioni che sono diventate o ridiventate liquide), accompagnato dal ronzio dei ventilatori che muovono la stagnante aria tropicale, che sostituisce la voce delle persone, che è assente a indicare la difficoltà di comunicare quando non si parla la medesima lingua; film, inoltre, eroticissimo, voyeuristico, frustrato, amorevole, che ci dice che si può ancora andare a guardare altrove.
Mi sono accorta di identificarmi più con i cinesi del Sichuan e gli innamorati sul materasso della Malesia che con la Elsa di Giorni e nuvole di Silvio Soldini, italiana e laureata in storia dell’arte.
La cosa mi preoccupa.
O dovrebbe, piuttosto, preoccupare il cinema italiano (in questo caso anche quello svizzero), incapace, al medesimo tempo, di rappresentare la realtà e di inventarne una alternativa.
Avvisi ai (fratelli dei) naviganti: se siete in crisi di ispirazione, mollate; gli ormeggi o la sceneggiatura, fate voi, ma perché dopo l’indimenticabile Agata (Agata e la tempesta, 2004), che pensa la sua vita e quella degli altri in termini di libri, è capace di fulminare le lampadine con le sue scariche emotive e sta con uno che è di almeno 15 anni suo cadetto, Soldini ci ammannisce una signora noiosa in ritardo con gli studi e in crisi con il marito?
Se, parafrasando Robert Fillou (v. puntata n° 7), il cinema non rende la vita più interessante del cinema, chi ce lo fa fare a vederlo?
Meglio utilizzare la serata per prendere un bagno caldo, rilassa e fa passare il cattivo umore e, con un sapone dalla profumazione adeguata e un po’ di immaginazione, non solo la Cina, ma anche la Malesia diventano vicine.
inizio31. Sporco per ferie

32. Sporco per ferie Duane Hanson, Queenie II, 1988, bronzo policromo con accessori life size
Trascrivo senza correzione alcuna un AVVISO visto ieri mattina sul portoncino di un condominio di sei piani ubicato nella via perpendicolare alla mia: ’Si porta a conoscenza dello Spett.le Condominio che il Servizio di Pulizia dello stesso sarà sospesa dal 11 agosto 2008 al 18 agosto 2008. Ringraziando tutti per la collaborazione, auguriamo Buone Ferie. Il responsabile’. Credo che l’uso delle maiuscole, peraltro regolamentato da qualunque grammatica o dizionario, sia rivelatorio. Qui di maiuscolo ci sono: il Condominio (che è anche Spett.le), il Servizio, la Pulizia e soprattutto le Ferie, che devono essere Buone, altrimenti uno che se le prende a fare? Il ’responsabile’, invero poco tale, come stiamo andando a dimostrare, è minuscolo e lo sa. Calendario alla mano conto ben 8 giorni di sospensione delle pulizie, non interrotti da nemmeno un intervento minimale di un collega andato in vacanza prima, un cugino volenteroso, un amico con qualche senso residuo del decoro urbano (e condominiale). Provate voi a stare 8 giorni interi senza lavarvi la faccia, le mani o i denti, ditemi come vi sentite, se appartenete ancora alla razza umana o se cominciate a dubitarne; provate a pensare al lattante con il medesimo pannolino per più di una settimana, alla lavastoviglie che si rifiuta di restituire piatti puliti per 8 lavaggi, al Pronto Soccorso (tutto maiuscolo come merita), a un supermercato, a una Parrocchia che chiudono per 8 giorni e 8 notti e se ne vanno altrove come se non avessero capito che la loro funzione è troppo delicata per essere sospesa e non può, quindi, essere assimilata a quella di coloro che sono sostituibili e non indispensabili (praticamente tutti coloro che se ci sono o non ci sono, fa lo stesso. Tranne poi lamentarsi della loro invisibilità con lo psicologo dal quale sono in terapia). Che orrore. Pianerottoli e scale, già negletti come si usa in questa eterna città, che per 8 giorni saranno insudiciati e non ripuliti, la cicca buttata a terra dal fumatore che rimarrà lì, la busta di plastica che il vento ha soffiato nell’androne destinata a starci fino a che il Servizio di Pulizia non sarà rientrato, le cassette della posta che esondano di pubblicità, le porte dell’ascensore piene di impronte sudate, gli zerbini ormai incollati a terra dalla polvere mista al grasso e forse rimovibili solo con litri di staccatutto. Piccoli pensieri feroci mi assalgono, resi più pungenti dal timore che compaia anche sul mio portoncino un avviso simile: assumere nel giro di due giorni e comunque prima ’del 11 agosto 2008’ un’altra impresa, un’altra famiglia, un altro responsabile, far trovare il posto occupato quando i festaioli ritornano, respingere le proteste sindacali e dire chiaramente che così non si fa, che così non si può, che il pulito non va in ferie perché non è un dipendente del Ministero stressato dal contatto con il pubblico, il pulito ha un’essenza che sfugge a queste rivendicazioni, chi pulisce non è autorizzato a abbandonare il campo, deve, almeno, organizzare una sostituzione e pensare alla possibilità di un’emergenza. Far notare che gli Spett.li Condomini non chiudono, le porte rimangono aperte, c’è tanta gente che non va in vacanza o che ci va in altri periodi, che il progetto premeditato del sudicio per ferie non ci piace e che siamo pronti ad allontanarlo anche a colpi di scopettone e gavettoni freddi nei quali avremo avuto cura di diluire un buon mezzo flacone di detersivo Heavy Duty perché, si sa, con lo sporco difficile, talvolta impossibile come è quello dei condomini, è meglio andarci giù duri e decisi e lasciare i cicli delicati a tempi migliori, casomai terminate le Ferie.
inizio32. No liquids allowed

Liquide Vaisselle Astier de Villatte Paris, www.astierdevillatte.com

Mies van der Rohe (1886-1969)

William Morris (1834-1896)
Non so da voi, ma da me il flacone di detersivo per i piatti sta sempre ’sopra’ al lavello della cucina e mai ’sotto’. E’ che qualcosa da lavare a mano c’è sempre, i cucchiaini d’argento della prima colazione e, in questo periodo (vado a periodi), anche la tazza e i due piattini Wegdwood del 1900 che, di per sé, andrebbero benissimo in lavastoviglie essendo in porcellana, ovviamente bianca e blu (ho il culto della porcellana bianca e blu) ma che hanno anche una lisière in oro che è passata per più di 100 anni da una mano che lava all’altra e che non vorrei essere io a far sparire. Il flacone di detersivo per i piatti si bagna facilmente e prima che si sia asciugato è arrivato il momento di utilizzarlo di nuovo e conviene dunque rassegnarsi a vederlo nel panorama della cucina. E qui sta il punto. Essendo Dio nei dettagli, come diceva Mies van der Rohe (mio Valium, mia coscienza, mia eleganza, mia morale, mia pace), che era un grande e che, proprio per questo, di dettagli ne faceva pochi per tenerli tutti sotto controllo, è bene sorvegliare la propria casa costantemente, curarne i particolari, evitare le sviste e fuggire come la peste gli accomodamenti. Praticamente da me anche le buste della spazzatura devono andare d’accordo con il resto e nulla supera lo zerbino se non è stato (rapidamente) valutato dal punto di vista dell’estetica e della funzionalità. ’Non abbiate niente in casa che non considerate utile o che non ritenete bello’, grande motto di William Morris: rifletteteci un po’ sopra con gli occhi bene aperti, installati in un punto della vostra abitazione dotato di buona visibilità e poi ne riparliamo. Il detersivo per i piatti occupa i miei pensieri e il mio (pochissimo) tempo libero: ultimamente le confezioni sono migliorate e i colori sono diventati divertenti, vitaminici, pronti a dare l’idea dell’energia e del pulito. Ma i detersivi che vedo nei supermercati all’estero (quando viaggio vado sempre nei supermercati e nei cimiteri, secondo me è in questi posti che si legge meglio la città) hanno più appeal dei nostri e un mese fa a New York ho dovuto resistere strenuamente alle tentazione di comprare una confezione di Persil di un blu che con la mia porcellana sarebbe andato a nozze perché non sarei riuscita a portarlo, gli americani sono, si sa, completamente paranoici e l’idea di farmi sequestrare alla dogana il liquido proibito dopo aver faticato a farlo sigillare e mettere nella carta con le bolle mi ha, alla fine, dissuasa. Ma qualche giorno fa a Londra c’è stato l’incontro fatidico. Già avevo letto del detersivo per i piatti di Astier de Villatte ai gusto zenzero, pepe e salvia e avevo perso una mezza giornata a cercarlo in posti accessibili, per esempio nell’unico punto romano di distribuzione di questa raffinatissima marca francese che produce stoviglie, papeterie e deliziosi moulages di pezzi neo e classici che fanno venire voglia di rifare casa da cima a fondo per ambientarli comme il faut. Io sapevo e loro no, erano appena stati in fiera, si sarebbero informati ma sarebbero passati mesi. Mi rassegnai (provvisoriamente) allo Svelto ma dentro di me covava la ribellione al destino che si accaniva contro la mia cucina. L’incontro di Londra accadde e fu fatale. Vidi nel mio negozio di decorazione d’interni preferito, al piano inferiore, uno scaffale intero di Astier de Villatte per i piatti, c’erano tutti i gusti ed erano pure a saldo (tanto per dare un’idea: £ 4,5 invece di £ 6,00. Moltiplicare per 1,50. Trattandosi di confezioni da mezzo litro, si deduce che il prezzo pieno al litro del prodotto è di € 18,00, praticamente il doppio di un ottimo olio extra vergine d’oliva spremuto a freddo. Ma che volete che siano € 18,00 al litro davanti alla promessa di bellezza per la cucina che danza davanti ai vostri occhi?). Lo comprai e me lo incartarono con le bolle e tutto. Lo infilai in valigia, decisa a resistere anche a Her Majestic the Queen in persona nel caso le sue leggi si fossero opposte al trasporto in stiva del prezioso liquido. Ma è probabile che lei avrebbe condiviso i miei gusti, accade regolarmente per il tempo che amiamo tutte e due trascorrere a tavola e per il tè che preferiamo (1 ora precisa; Earl Grey), perché non sarebbe dovuto accadere per il detersivo per i piatti? Lei avrebbe certamente apprezzato il mio ’Gingembre’ e ne avrebbe consentito l’esportazione. Ritrovai la valigia al nastro bagagli di Fiumicino, presi un taxi pregando di fare presto, disfeci il bagaglio febbrilmente, recuperai dal fondo il pacchetto, lo aprii, era integro, sigillato, nessun danno all’etichetta. Ora è là, sul mio lavello. E’ il flacone più bello che abbia visto da quelle parti, minimale ma con le note preziose delle lettere in oro, sottile, slanciato, la cosa più interessante è che sembra un detersivo per i piatti e non un bagno schiuma (non lo avrei sopportato) anche se ho ritenuto opportuno nasconderlo quando è venuta la colf la prima volta dopo il mio ritorno perché non ero in casa e mi sarebbe stato troppo difficile spiegare nelle note che le lascio (e che cerco di scrivere sempre in modo chiaro, comprensibile, che non dia adito a dubbi o malintesi) che quel flacone non era destinato al lavaggio delle mani. Già pavento il giorno in cui finirò la confezione, la cucina dovrà sopportare nuovamente lo Svelto e Mies smetterà di sorridermi come invece sta facendo ora, seppure misurato nella sua scarsa loquacità e reticente davanti alle emozioni (diceva: ’Ognuno ne ha ed è qui l’inferno della nostra epoca’), fra le nuvole di fumo del suo prediletto sigaro Avana, tenendo in mano una dose dell’ infinita riserva di Martini che gli era necessaria per sopportare un mondo in cui quasi nessuno fa caso ai dettagli racchiusa in un bicchiere che gli laverò non appena sarà vuoto e sul quale aleggerà per pochi attimi un delizioso, carnalissimo sentore di zenzero.
inizio33. Edizione straordinaria: finalmente rivelato perché gli uomini non fanno i lavori di casa
Perché non sono stupidi (e se fossi un uomo, non li farei nemmeno io).
inizio34. Casa dentro

Yves Klein (1928-1962)

Marina Abramovic, Cleaning the House 2007, Serpentine Gallery Experiment Marathon, 13-14 October 2007 www.serpentinegallery.org
Le performance o le vedi o devi avere molta fantasia per immaginartele. Tecnicamente una performance è una forma di arte che combina elementi del teatro, della musica e delle arti visive, collegata all’happening e ben programmata. Gli artisti fanno performance da sempre, probabile che anche Monet che dipinge La Grenouillière (1869, New York MET), visto che riprende dal vivo, cioè in pubblico, la rotonda dove i parigini vanno a fare il bagno la domenica d’estate, si possa leggere come un performer. La Performance art nasce storicamente con i Futuristi, i Dadaisti e i Surrealisti, dei quali tutti conosciamo lo spirito provocatorio e la voglia di farsi notare. Poi vennero gli anni ’70, quelli dei pantaloni a vita bassa (non sopporto i pantaloni a vita bassa e domando continuamente ai miei studenti perché li indossano. Li ho indossati anch’io negli anni ’70 e avevo sempre freddo alla schiena e alla pancia. Io lo facevo perché andavano di moda, ma loro, perché lo fanno, visto che è solo un revival? È proprio vero che l’essere umano non è capace di approfittare dell’esperienza altrui e continua a prendere freddo alla schiena e alla pancia), del corpo indagato e, chiamiamolo così, dell’impegno. E la performance spopolò. Quando leggo delle modelle di Yves Klein, e qui siamo ancora ai ’60, che si dipingevano di blu, IKB International Klein Blue, e che poi si rotolavano su immensi fogli bianchi fissati su muro (Anthropométries de l’époque bleue, 1960), mi commuovo, penso che quelle serate devono essere state molto belle, lui ce l’ho in mente in una foto che lo ritrae mentre balla il rock’n’roll e dappertutto trovo indicazioni che me lo fanno pensare come un uomo poetico in cerca di assoluto. Altra è la musica del decennio successivo quando la performance assume caratteristiche sadomaso e vira verso lo scatologico, in una parola abusa del corpo. E tu prova ad andare a spiegare in una lezione rivolta a studenti dall’incerta preparazione o a un pubblico non specializzato il senso di tutto questo. Probabile che qui si sia creata la frattura, quella che si sente nell’aria e che fa arricciare il naso a un sacco di gente quando si parla di arte contemporanea. Vediamo di capirci qualcosa. Marina Abramovic (Belgrado 1946), che si definisce ‘the grandmother of Performance art’, ha usato il suo corpo come soggetto e come medium fin dagli inizi della sua carriera, lo ha sottoposto a ogni tortura e gli ha fatto correre ogni rischio per indagarne i limiti. Una volta, in Rhytms O, 1974, invitò il pubblico a usare su di lei come desiderava 72 oggetti che erano su un tavolo e fra gli oggetti c’erano una rosa e un tubo di rossetto ma c’erano anche forbici, un’ascia, una sega, aghi e una pistola carica. La performance durò 6 ore, lei fu spogliata, aggredita e le fu puntata la pistola alla testa. Se mai ce ne fosse stato bisogno, fu dimostrato che l’essere umano è aggressivo. L’artista offrì il suo corpo e, per estensione, la sua vita, al pubblico, dichiarando successivamente in un’intervista che comunque è meglio quando esiste un ‘frame’, una cornice. Marina Abramovic è un boccone troppo succulento per la nostra Opera Soap: ha più volte organizzato una performance che si intititola Cleaning the House, perciò non la possiamo lasciare da parte solo perché è difficile raccontarla. Prendo in prestito da Ollivier Pourriol, un filosofo che amo e che si è inventato un metodo di insegnamento irresistibile nel quale spiega i grandi pensatori con l’aiuto di film, attenzione, non di opere autoriali ma di blockbuster che tutti abbiamo visto (ci torneremo sopra, aspettatevi Descartes interpretato attraverso Collateral, Matrix e Fight Club e visitate intanto il sito www.cine-philo.fr oppure leggete il suo Cinéphilo, 2008, nella collana di Hachette Littératures Haute Tension. Ollivier, amitiés.), un gancio per controllare lo stato dei nostri rapporti: ‘se siete ancora lì e se leggete queste righe’, allora provate a considerare l’arte come una metafora o una cosa astratta che ci presenta casi limite, ovvero concetti e il comportamento dell’artista contemporaneo come modo estremo al quale dobbiamo avvicinarci sapendo che lui ci sta tendendo uno specchio. Siamo contemporanei anche noi e se ci sentiamo in imbarazzo è probabilmente perché certe volte è difficile guardarci in faccia veramente. Penso a tutti coloro che vanno nella foresta, pagando denaro, per provare il brivido del pericolo dell’aggressione notturna degli animali; penso a quelli che si buttano dai ponti con un’imbracatura per provare il piacere dell’adrenalina (si chiama bungy jumping, salto con l’elastico, ho pensato che si trattasse di una pratica idiota fino a che non mi sono fatta raccontare ‘perché’ e ‘come’ da un amico che si era lanciato); penso ai miei studenti con i corpi tatuati e trapassati da piercing in certi casi brutti e furibondi (fatevi una navigatina e visitate qualche sito specializzato e date un’occhiata a qualche blog nel quale adolescenti dubbiosi chiedono se trapassandosi l’orecchio poi viene mal di testa e si gonfia la faccia e altri senza più dubbi rispondono cose del genere: ‘Io ne ho 33 e sto benissimo’); penso a tutte le forme di tortura che si infliggono le donne (prima i busti, ora le scarpe con tacchi da 15 cm) e anche gli uomini (depilazione delle sopracciglia con ceretta, doloroso ma non definitivo; depilazione delle sopracciglia con laser, doloroso e definitivo: praticamente tutta la vita con la faccetta da bamboletta giapponese di porcellana e chissà quante cose sono cambiate nella testa); penso alle sale delle palestre con la macchine e a tutti quelli che ci si attaccano e sudano e soffrono; penso al mal d’amore, al lutto, alla gelosia, agli interventi chirurgici e anche al cancro. Perché mai Marina Abramovic che si mutila, si taglia, sanguina e spiega, insegna, fa riferimento a rituali antichi, a pratiche di iniziazione, al sangue sempre presente nella vita di una donna, all’autenticità dei suoi gesti rispetto alla finzione costante che esprime il mondo (su questo niente da obiettare, siamo d’accordo?) dovrebbe sembrare strana e pericolosa per sé e per gli altri? Fate un passo verso l’arte, pensatela come estensione della vostra vita e delle vostre pulsioni più segrete, siate grati a chi si prende sulle spalle i vostri demoni. E pulite la casa come ci suggerisce l’artista. Diamo a lei la parola: ‘Con i miei studenti faccio un esercizio chiamato Cleaning the House che ha a che fare con la casa interiore. Dura cinque giorni. Non si parla, non si mangia, si fa esercizio fisico pesante. Uno degli esercizi è andare nella foresta bendati perché un artista deve vedere con il corpo, non solo con gli occhi. Ed è quello che accade in questo genere di cose. Diventi così sensibile che vedi veramente con il corpo. Puoi sentire l’odore di ogni cosa e hai un’intuizione molto forte su chiunque come normalmente non ti accade perché hai troppo cibo, troppa informazione, troppa tv, troppe notizie, troppo tutto. Ecco perché quando elimini tutto, tutto succede. Come dico io, quando non fai niente, tutto succede. È una semplice verità, ma è incredibile’. Devo ricordare il Battista e Cristo nel deserto? Gli anacoreti, gli stiliti, Francesco che si rotola sui rovi, le sante anoressiche, la lontananza in amore che rende l’altro più presente, lo stupore leggero che si prova quando si scende a comprare il giornale solo con un po’ di contante in tasca? La metafora della pulizia della casa funziona a meraviglia e può essere invertita. Voi provate a pulire il fuori (il vostro appartamento) per pulire il dentro (la vostra anima). E, armati di stracci e detersivo, pensatevi come performer. Aiuta. L’arte, si sa, sta lì anche per darci una mano nei momenti in cui meno ci aspetteremmo di incontrarla.
inizio35. Aspirazioni, 1 (Allónsanfan)

Ollivier Pourriol (1971)

Philosophie Magazine www.philomag.com

Man Ray, Elevage de poussière, 1920 (la fotografia è stata scattata nello studio di Marcel Duchamp a New York durante una delle tanti fasi della lavorazione del Grande Vetro)
Con i Francesi non c’è gara. Moi, je les adore, non solo lo champagne e i musei ma anche tutto il resto. Di recente, al rinfresco seguito a una mia conferenza, uno degli ospiti mi ha lasciata medusée dicendomi che quando parlo della Francia mi illumino. Non pensavo di essere così leggibile e mi sono sentita scoperta. Già vi ho raccontato nella puntata precedente di Ollivier Pourriol e della sua cinéphilo, ora aggiungo che di recente, alla stazione di Digione, dove stavo per l’Erasmus alla locale Faculté des Beaux-Arts, ho comprato per il viaggio di ritorno un numero speciale di ’Philosophie Magazine’ dedicato al baccalauréat (la loro maturità. Lì la prima prova è una dissertazione di filosofia). E il viaggio è iniziato davvero e ben al di là dei tempi pur eterni del Digione-Lione e Lione-Roma. Basta con il sapere verticale, la filosofia si compra al chiosco di giornali e si occupa di politica, musica rock, viaggi, cinema, estetica intesa nel senso della chirurgia, umorismo e ci mette pure i test con la soluzione alla pagina successiva. Non stupisce di trovare anche la rubrica de ’Le courrier du coeur et de la raison’, curata qui da Jackie Berroyer, definito ’fantasista’ (insomma una cosa alla Del Piero). Su uno dei numeri arretrati che ho ordinato e atteso come si attende, giustamente, la Rivelazione (n° 14, novembre 2007), trovo una lettera di Ghislaine Fischer di Nancy, introdotta da una deliziosa iconcina con un aspirapolvere (altrove ci sono teschietti, fumatine nucleari e una cosa che non so se sia una pistola o un calzino). Madame si lamenta della ’dévalorisation’ delle donne, dice che gli uomini sono costruiti contro il femminile e sul processo ’Io mi valorizzo svalorizzando te’. (E io che pensavo che i maschi francesi fossero più evoluti dei nostri. Inutile espatriare, o meglio, si può pensare di espatriare per lo champagne e per i musei ma non per gli uomini). Poi passa al vittimismo femminile eccetera. Berroyer, dopo averla già punita con l’iconcina succitata, castiga Madame Ghislane come segue: ’Bisogna valorizzare, era il leitmotiv di Alberto Giacometti. Bisogna leggere l’indimenticabile libro di Jean Genet, L’Atelier de Giacometti. Lo scultore valorizza tutto, comprese le ragnatele e la polvere. Tele e polvere che le donne non cessano di aspirare e di far sparire. Insomma di devalorizzare. Ma ecco che ricado nella stortura maschile, vedo la donna come intrinsecamente casalinga. Andrà per le lunghe.’. Ricambio il suggerimento bibliografico suo con quello, mio, del delizioso ’Il filo del pensiero’ di Francesca Rigotti (Il Mulino, Bologna 2002), un libro nel quale la studiosa parte da una tela di ragno che c’è fuori dalla finestra del suo studio per ricostruire la complessità del filo, quello del destino, del pensiero, della narrazione, passa poi all’intreccio, alla rete, al telaio, agli abiti (anche quelli dei filosofi. Sapevate che Pitagora vestiva sempre di bianco, Montaigne di nero e di bianco e che Kant per scegliere i colori dell’abito e del panciotto si regolava sui fiori, per cui con la giacca marrone si intona un panciotto giallo, come insegnano le auricole?), ai fili dei rapporti , ai vincoli della necessità e all’esistenza tutta. Certo che se la Rigotti avesse aspirato la tela di ragno fuori dalla finestra invece di starla a contemplare nella sua ingegnosità e nella sua crescita, non avrebbe scritto una cosa così singolare e interessante. Nell’espressione del proprio punto di vista sull’altro, in questo caso la donna con ineluttabili tendenze casalinghe, bisognerebbe andarci più cauti. Comunque voglio rassicurare Monsieur Jackie. Se vuole appioppare anche a me l’iconcina con l’aspirapolvere, non mi riterrò svalorizzata. Adoro questo elettrodomestico, ne posseggo uno potentissimo e ne ho da parte un altro simile in caso di panne del primo. Ho, inoltre, un animo intrinsecamente da casalinga, per rilassarmi lucido con il Cif la vasca da bagno e scrivo Opera Soap. Adoro anche Giacometti, so bene che è stato fra coloro che hanno valorizzato tutto, anche la polvere e ho imparato da lui e da Marcel Duchamp, che l’ha coltivata (Elevage de poussière, 1920), che i punti di vista sono molteplici. E Federica Rigotti mi ha insegnato a non guardare più in tralice le ragnatele che mi capita di trovare fuori dalla mia finestra e uso l’aspirapolvere come Burri la fiamma ossidrica, con discernimento e non contro i ragni e, Dio me ne guardi, nemmeno contro gli uomini, dei quali, italiani o francesi, adoro anche le intemperanze verbali e con i quali mi piace molto condividere una bottiglia di champagne, se possibile in un ambiente pulito, o almeno solo con la dose di polvere minima consentita per valorizzare lui, me, la conversazione e la serata tutta.
inizio36. Aspirazioni, 2 (Voce ’e notte)


Corrispondenza del mese di luglio da Napoli della mia amica Anna Mercurio, grafico intelligente e sapiente e stratega della visibilità www.startmedia.it.
’Domenica 13 luglio 2008 ore 21:27
È passato qui allo studio Canalgrande (Franco Canale n.d.r.) e mi ha portato in dono ¼ di olive verdi, sapendo che sono la mia passione (soprattutto col martini, ma erano le tre), in aggiunta al Baygon contro gli scarafaggi, nella speranza che possa servire contro l’ospite che mi ritrovo in casa da due giorni, molto più scaltro, sveglio e intelligente di me. Un incubo, altro che metamorfosi.
Martedì 15 luglio ore 16:26 (mail circolare)
Cari, l’infame mi ha teso un agguato stanotte alle tre, in bagno. Mi ha colta impreparata, col filo interdentale in mano e ha vinto di nuovo lui. Oltretutto stamattina la bella coinquilina tutta benessere e salute mi ha contestato l’aver cosparso l’ingresso del bagno con la mitica polverina bianca.Dice che ci fa male, forse crede sia cocaina...
Mercoledì 16 luglio 19:51
Cara Rosella si, l’ho aspirato come fossi un ghostbuster. È finita per sempre.’.
Una prece.
inizio37. A egregie cose (da completare)

Tomba di Le Corbusier (1887-1965), Roquebrune, Francia

Tomba di Renato Guttuso (1911-1987), Bagheria (PA)

Certo che Corbu (lo chiama così anche la madre di Paloma, la ragazzina de L’eleganza del riccio) era uno tosto: santo ed eretico ad un tempo, indossava solo le chapeau melon (la bombetta), ritenendola l’unica forma geometrica accettabile come copricapo, pensava (giustamente) che l’architettura fosse funzionale per definizione (altrimenti sarebbe stata ’une saloperie’), non voleva parole ma azione, quello che si doveva fare voleva che fosse fatto e sgridava tutti i suoi collaboratori, cosmopoliti e non pagati, dell’atelier di rue de Sèvres se, dopo essere stati anche quattro giorni senza dormire, sonnecchiavano alla terrasse del café Lutétia. Diceva che non si sapevano organizzare. Diceva, inoltre, che il genio non si paga. Pensateci, quando vi sentite incompresi presso interlocutori e committenti, funziona meglio di qualunque ansiolitico e avrete l’immediata impressione di essere in buona compagnia. Corbu ha avuto una donna, Yvonne, alla quale ha dedicato la vita e un disegno di due mani che si uniscono che, da solo, è in grado di straziarmi al pari delle arie più amorose della Traviata e di Madama Butterfly. I due sono sepolti insieme a Roquebrune, vicino a Cap Saint Martin dove Corbu è annegato nel 1965. La tomba è stata disegnata da lui: rigorosa, geometrica, funzionale (diciamoci la verità, non abbiamo mai pensato a una tomba come a un oggetto funzionale), ha il mare come sfondo e si orna di colori, sì, ma solo primari. Blu, rosso e giallo, come nella migliore tradizione di coloro che vogliono ragionare su quello che fanno. D’accordo, è estate e siete in vacanza, ma vi ho già detto che sono una frequentatrice di cimiteri (ho un animo gotico) e per cimiteri ho deciso di portarvi. E vi invito anche a giocare con me a ’pulito e sporco nell’arte’, mettendo in una delle due colonne tutti gli artisti, i gruppi e i movimenti che da questo momento in poi vi capiteranno a tiro. Le tombe sono sempre eccezionalmente eloquenti, sono un po’ come le case: cultura, denaro, gusti, interessi, propensioni, orientamenti sono rivelati, in questo caso sì, ineluttabilmente. Casa e tomba come autoritratto, è per questo che gli architetti da sempre si misurano con lo spazio privato, dopo aver indagato per facciata quello pubblico. E Corbu diceva che la casa dovrebbe essere lo scrigno dei tesori della vita. Probabile che la tomba, per lui, dovesse contenere i tesori della morte: il riposo, la memoria, quel legame che da sempre unisce chi è qui a chi se ne è andato. A egregie cose il forte animo accendono l’urne de’ forti, come sappiamo. Corbu sta, di diritto e con prepotenza, nella categoria dei puliti...(continua)
inizio38. Formidabili, quegli anni

Paul Newman
Visto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo sul muro della Cattedrale di Ferentino alla fine degli anni ’70 durante una trasferta di un eterogeneo gruppetto seminariale del corso di Storia dell’arte medioveale dell’Università La Sapienza di Roma:
DONNA E’ BELLO (MA ANCHE PAUL NEWMAN NON E’ MALE).
Della serie: niente resterà pulito, 1.
inizio39. Sound & Colour Track

Winnie the Pooh

Le Corbusier, Policromie architecturale
7 agosto 2008, la giornata si annuncia a colori rutilanti, alle 7 del mattino il caldo è già fisso. Per vendicarmi dell’insipienza estiva montante cambio la mia colonna sonora consueta (Bach, Variazioni Goldberg, Glenn Gould) e metto i Pooh.
Vado alla Biblioteca Nazionale in macchina con l’intenzione di parcheggiarmici dentro. Dagli altoparlanti dello stereo escono voci acute e chiare, testi maliziosetti e ricordi di balli in cui qualcuno mi teneva stretta, oh quanto stretta! in una embricatura che convincerebbe qualunque salsero della vanità dei suoi sforzi, doppia fatica per ottenere la metà di quel risultato.
A terra un mangiadischi arancio.
Mi ferma un addetto al varco. Apro il finestrino (’Entrasti come arriva un uragano / successe come quando passa il vento’), mi dice che sono 0,70 centesimi l’ora. Mostro la tessera, mi danno la chiave di una cassetta, non posso portare borse, libri, cibo, acqua (lo champagne è permesso?). Sistemo in bilico sulla mia cartelletta mauve l’astuccio, il portafogli, i fazzoletti (mi cadrà tutto a turno, un pezzo alla volta).
L’armadietto è sporco, sull’esterno polvere epocale si stratifica (’la pioggia batteva sui balconi / rispose: ci penserò domani’). Passo davanti al bar (’c’è fumo e odore caldo qui / di dolci e di caffè / ognuno pensa a sé / è il giorno più normale / ma io sto male, male’).
Cerco Le Corbusier, Polycromie architecturale: Farbenklaviaturen von 1931 und 1959 / Color Keyboards from 1931 and 1959 / Les claviers de couleurs de 1931 et de 1959, pubblicato a Basilea da Arthur Rüegg, 3 volumi, prezzo su Amazon $ 524,26, sintesi della raffinata teoria cromatica dell’artista-architetto.
Mi aiuta una signorinetta gentile che in Corbu si muove a stento.
I volumi alla Biblioteca Nazionale di Roma non ci sono. Catalogo generale dell’Italia intera. Li troviamo alla Biblioteca Campus Durando del Politecnico di Milano. Qui stanno per chiudere per ferie (15 giorni nel mese di agosto. Nessuno deve studiare, finire la tesi, soddisfare una curiosità, passare un po’ di tempo fra i libri? Nessuno).
Mi segnalano l’Interscambio, posso inoltrare la richiesta e vedere se.
Vado all’ufficio indicatomi, mi danno anche una sedia. Ricominciamo con il catalogo. Mi chiedono quanto sono disposta a spendere.
Non afferro subito, capisco dopo un po’, si riferiscono alla raccomandata. Trattandosi di un libro da 500 dollari non mi sembra grave se supereranno i 5 euro circa consueti. Opto per un tetto di 50 euro, è sempre meglio abbondare.
Compiliamo la domanda. Già ho visto che la Biblioteca che possiede Corbu e che lo definisce disponibile è chiusa dal 1 al 31 agosto. Nessuno deve studiare, finire la tesi, toccare con mano uno dei più raffinati testi sul colore che mai abbia visto la luce? Nessuno (’Dammi solo un minuto / un soffio di fiato / un attimo ancora / stare insieme è finito / abbiamo capito / ma dirselo è dura / svegliati svegliami dai / come fai?’).
Scrivo su suggerimento del bibliotecario che chiedo di inoltrare la domanda alla riapertura.
Firmo. Sosta in un bagno negletto, il personale di pulizia sarà in ferie pure lui.
Per non pensare di aver buttato la mattina (detesto buttare le mattine) faccio un giretto nella sala di storia dell’arte (’Far l’amore non ti basta mai / ma il segreto resti qui fra noi’), opto per un catalogo, quando riesco a inoltrare la richiesta sono le 12 e 2 minuti, il sistema è bloccato, la Biblioteca Nazionale già è a mezzo servizio, dopo le 12 tutto si ferma (’Come mai i tuoi occhi ora stanno piangendo / dimmi che era un sogno e ci stiamo svegliando’).
Mo’ basta, come si chiamava il collettivo fondato in Accademia da Pepp’ u Dragone, allievo del mio primo anno a Napoli che mi salutava facendo volteggiare come un moschettiere il suo cappello e inginocchiandosi ai miei piedi (mai accaduto altrove).
Mi riprendo la macchina, è alla sua prima estate.
Nel luglio dello scorso anno dovetti scegliere fra il grigio ferro (consegna immediata) e il blu oriental (due mesi e mezzo di attesa). Realizzai in quel momento che avevo avuto in vita mia solo macchine blu.
Sono molto abitudinaria, mi aiuta a fare ordine nel caos della mia anima. Fu per questo che attesi, per via del caos.
Pago il parcheggio, tornano a uscire dalle casse voci e odori di campagna e di sudore su magliette di bucato (’ Son quello che respira piano / per non svegliare te / che nel silenzio / fu felice di aspettare / che il tuo gioco diventasse amore / che una donna diventassi tu’).
Decido di andarmi a comprare riviste e vino. Nel traffico residuo intorno alla stazione, sotto un cielo implacabilmente china blue cantiamo la mia canzone preferita (’Cena all’alba, soli tu ed io, / ciò che resta da fare domani / devo farlo io. / Si risveglia in fretta la città / nei tuoi occhi un po’ stanchi ritorna / la tua giusta età’).
Non trovo la rivista, anche il distributore sarà in ferie. Vado a cercarmi un dvd usato da Mel. Incontro ’Ingannevole è il cuore più di ogni cosa’ , J. T. Leroy e Asia Argento non sono tipi da vacanza in agosto, lei ha i capelli platinati, le occhiaie indelebili, il corpo a disposizione (’Strana amica di una sera / io ringrazierò / la tua pelle sconosciuta e sincera’).
Auchan: parcheggio giallo, mi scrivo la sezione perché altrimenti perdo la macchina. Hanno finito lo Chablis, sono in ferie anche i viticoltori della Borgogna. Compro insalata e mollette bianche immacolate. Decido di rientrare ( ’Adesso, mi spiace, signora, / non è più il segreto pensiero / l’hai fatto davvero’), la città ha assunto toni ibisco, fucsia e papavero. Scale (’la porta è socchiusa / non devi nemmeno inventare una scusa’). Chiavi (’c’era un silenzio che gelava il cuore / era un deserto il luogo tanto amato / più niente intorno più nessun rumore / ed inciampai nell’ombra di me stesso / in quella casa era tutto a posto’). La prima cosa che vedo, come sempre, è la cartolina sullo sportello del contatore: THERE’S NO PLACE LIKE HOME.
Probabile che con Glenn Gould al piano la mia giornata sarebbe stata diversa.
Nella puntata n° 40 di Opera Soap sono state citate le seguenti canzoni dei Pooh:
- Tutto alle tre (Facchinetti - Negrini), 1971
- Ci penserò domani (Battaglia - Negrini), 1978
- Dammi solo un minuto (Facchinetti - Negrini), 1977
- Donna al buio bambina al sole (Facchinetti - Negrini), 1972
- Noi due nel mondo e nell’anima (Facchinetti - Negrini), 1972
- Io e te per altri giorni (Facchinetti - Negrini), 1973
- Tanta voglia di lei (Facchinetti - Negrini), 1970
- Signora (Facchinetti - Negrini - Battaglia), 1972
- Piccola Katy (Facchinetti - Negrini), 1968
40. Due cuori e una capanna

Capanna di Ludwig Wittgenstein, Skjolden, Norvegia, 1913

Capanna di Le Corbusier, Cap Martin, Francia 1951

Capanna Fabriken Furillen, Isola di Gotland, Svezia
TEMA: Siete in vacanza e avete fatto l’errore di andarci con la persona sbagliata? Siete da amici e vi siete seccati di trovare sempre l’unico bagno occupato? Guardando lucidamente figli, nipoti e vicini di casa vi siete accorti che sono mostruosi? C’è sempre qualcuno nel posto dove vorreste stare voi? Rimpiangete la metropolitana di Roma affollata, sì, ma di estranei con i quali sarete a contatto solo per 15 minuti? Se avete la vague à l’âme e pensate di aver buttato via la vostra estate, cercate consolazione nella 41a puntata di Opera Soap. Essa è dedicata a coloro che ce l’hanno fatta e che hanno scelto di starsene per un po’ in una capanna mettendoci dentro uno o, al massimo, due cuori. Vi aspettano, nientemeno, che Wittgenstein e Corbu. Dimenticavo: anche l’orso di pezza di Gotland, il compagno che mai vi dirà ’Mi dispiace’. Non risolverete i vostri problemi contingenti ma avrete a portata di mano la soluzione per quelli che vi si ripresenteranno puntualmente quando arriverà il momento di organizzare l’estate 2009-2010.
SVOLGIMENTO: L’argomento seconda (talora terza e anche quarta) casa è sensibile, l’Italia si è riempita dagli anni ’60 di residenze secondarie che ne hanno trasformato il volto e così, andando su e giù per lo Stivale, è possibile vedere graziosi chalet di montagna con tetto obliquo sulle coste e ridenti mattonelle con cavallucci marini ai piedi delle Alpi. Colloco qui, nella sezione abuso del patrio suolo, anche la storiella della dépendance della cascina che si fece costruire per emulazione il contadino analfabeta che curava in Toscana le terre di una mia collega (quella che avete già incontrato, con la madre centenaria che definiva ’a castagna secca’ la pelle dell’amica ottantenne) per ospitarvi il suo studio, suo di lui, il contadino analfabeta, completo di scrivania e biblioteca messa insieme non ho mai capito come, probabilmente poco utilizzato, almeno nel senso in cui si utilizza di solito uno studio.
Non dico niente di nuovo. Ho visto e sentito parlare di seconde case di tutti i generi, dalla villa con parco intorno a ruderi con doccia esterna da prendersi con il tubo di gomma.
Ebbi la conferma di un malessere generale a questo riguardo quando, invitata a una festa in una località di villeggiatura vicino a Roma da alcuni giovani artisti, andai con una comune amica, che quella sera si era fatta prestare la magnifica BMW del marito (che guidava, fra l’altro, in allegria), commettendo di concerto due sintomatici errori: 1. imboccammo, certamente anche a causa del cancello aperto, l’entrata del cimitero scambiandolo per il complesso residenziale al quale eravamo dirette (ci venne il dubbio solo alla prima cappella di famiglia); 2. lisciammo clamorosamente l’ingresso del complesso residenziale di cui pure avevamo annotato l’indirizzo scambiandolo per il cimitero del paese vicino.
Quando finalmente arrivammo a destinazione confesso che feci fatica a comportarmi amabilmente per tutta la serata e che, nonostante l’innegabile grazia del nostro ospite, lo avrei volentieri piantato lì a godersi l’orrore nel quale passava le vacanze da quando era adolescente per tornarmene in città nella mia unica casa.
Ne posseggo, infatti, una sola, che mi basta ampiamente, se non altro per l’impegno, economico, mentale, di gestione, di rifinitura, di decorazione e di mantenimento che comporta: solo per la scorta delle lampadine e delle batterie (attacchi, forma, potenza) avrei bisogno dell’aiuto di un ingegnere gestionale, per non parlare delle cose più serie e strutturali, pavimenti, mura, sanitari e infissi, e degli elettrodomestici, tutto da tenere sotto controllo, pulito e in stato di efficienza, cappa aspirante compresa (per rimetterla in riga fra supervisione della pulizia, filtro a carbone e pannello antigrasso ho impiegato di recente due pomeriggi. Non ditemi che voi nemmeno sapete se avete un filtro a carbone nella vostra cappa aspirante perché ciò significa che non lo avete mai sostituito e che, quindi, la vostra cappa non aspira più un bel niente da tempo e che è del tutto inutile tenerla ancora nella vostra cucina).
Di tanto in tanto mi piace porre ai proprietari di seconde case la domanda sensibile: ’Chi pulisce la casa fuori?’. Le risposte sono sempre scivolose (anche se le case sono poco insaponate): non c’è più nessuno che pulisca, i tempi in cui era facile trovare personale di servizio in paese o una portinaia disponibile sono terminati, si arriva e la casa è esattamente come ci si aspetta che sia una casa nella quale nessuno ha messo piede per un po’ (cinque giorni, una stagione, un anno): in uno stato di abbandono che stringe il cuore, polvere sulle superfici orizzontali, odore di umido, lenzuola e asciugamani dal colore divenuto incerto, piatti che andrebbero rilavati tutti prima di appoggiarci sopra anche solo la buccia di una mela. A queste difficoltà iniziali si aggiunge anche, regolarmente, lo scarso rendimento del comparto elettrico, l’aspirapolvere (quando c’è) aspira poco perché il sacchetto è scoppiato da un pezzo e il segnalino rosso non lo ha notato nessuno quando sarebbe stato il momento di notarlo e la lavastoviglie (quando c’è) ha problemi con il tubo di scarico. Tralascio i filtri, quelli dell’aspirapolvere e quello della lavastoviglie, presenti e da mantenere in buono stato, perché anche Marie Antoinette, come sostiene Sofia Coppola, nega di aver pronunciato la famigerata frase delle brioche e non vorrei dare io l’impressione di occuparmi del superfluo quando ci sono grane con l’indispensabile. E non venitemi a dire che non sapevate che l’aspirapolvere e la lavastoviglie hanno il loro bravo filtro perché ne dedurrei che non avete mai controllato neppure quelli.
Ma passons.
Comunque vi siete incaponiti e il suggerimento che vorrei darvi di passare le vacanze in albergo non vi piace. Peccato, trovereste tutto pulito, lenzuola odorose, piatti senza macchia e potreste sempre cambiare il prossimo anno nel caso vi fosse venuto a noia il panorama. Ma avete l’istinto di possesso immobiliare e volete stare a casa vostra anche quando abbandonate la prima residenza. Ascoltate almeno le vicende domestiche di questi grandi intellettuali e cominciate seriamente a pensare di dare via la villa (o il rudere) e di farvi una capanna. Divido le proposte in A. La casa del pensiero; B. La casa dell’architetto e C. La casa dell’orso di pezza perché abbiamo a che fare con gente seria e si deve capire al primo sguardo.
Caso A. La casa del pensiero. Ludwig Wittgenstein è stato il più carismatico filosofo del XX secolo e ha scritto e vissuto con un’intensità invidiabile. Ricordate nel bel film di Derek Jarman (Wittgenstein, 1993) le facce dei suoi accidentali allievi rurali austriaci di fronte alla sua incomprensibilità (questa immagine mi consola da sempre di fronte alle facce dei miei studenti). Nel settembre del 1913 non ha ancora scritto il Tractatus logico-philosophicus (1921; secondo me già ci stava pensando). Se ne va con l’amico David Pinsent in Norvegia, vicino a Bergen. Ritiene che a Cambridge, dove studia con Russel, ci siano troppe preoccupazioni futili. Si sistemano in un albergo vuoto e lui pensa come è solito pensare, percorrendo la sua camera a grandi passi in lungo e in largo. La sera giocano a domino, in un’immagine di rigore che trovo bella e che gli sta molto bene. Rientra alla base ai primi di ottobre. Ha deciso di ritirarsi da solo in Norvegia e il primo pensiero è per le isole Lofoten, poco sotto il circolo polare. Torna però a Bergen e opta per Skjolden, un villaggetto a 200 km dalla città, presso un lago di montagna. Compra un terreno deserto sulla riva nord del lago, accessibile solo in barca e ci costruisce con le sue mani una capanna che misura m 8 x 7. Mette a punto anche un sistema di trasporto per salire dal lago alla casa. Passa l’inverno in solitudine, il luogo è immerso nell’oscurità fino a marzo e nel suo Diario si lamenta di non riuscire a lavorare come vorrebbe. La guerra 1915-1918 gli impedisce di tornare nella sua capanna. Ci sarà di nuovo venti anni più tardi, poi la cederà a un amico norvegese e farà un’altra breve sortita nel 1950, malato e prossimo alla morte. Wittgenstein ha cercato tutta la vita una ’casa del pensiero’ dove il filosofo potesse mettersi alla prova esistenzialmente attraverso un viaggio interiore che solo quell’isolamento radicale permetteva: ’La soluzione del problema che tu vedi nella vita è un modo di vivere che faccia scomparire il problema’ (Philosophische Bemerkungen, 1964). Voi fate scomparire il vostro modo di stare in villeggiatura fra orde di parenti, amici e ospiti, supermercati affollati al ritorno dalla spiaggia, sagre paesane farlocche e stereo a volume supersonico con musica tecno che supera ogni spartizione condominiale e scomparirà anche la vague à l’âme che turba le vostre giornate. E non dite che il filosofo è esagerato. La filosofia è come il cinema, come l’arte e come la geometria: astratta, e ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, degli esempi, delle fonti di ispirazione. Noi abbiamo indicato il percorso, ora sta a voi fare il passo di traduzione e di interpretazione del testo.
Grazie a Patrice Bollon e al suo articolo L’épreuve de la cabane, Philosophie Magazine n° 3, agosto-settembre 2006. Le istruzioni per raggiungere la capanna di Witt, comunque ricostruita, prendono 7 righe e vi saranno comunicate su richiesta via mail, tempestivamente e comunque prima dell’estate 2009-2010.
Caso B. La casa dell’architetto. Gli architetti hanno di solito belle case che utilizzano come biglietto da visita e occasione di sperimentazione. Un caso in cui non è vero che il calzolaio va in giro con le scarpe sfondate, luogo comune che mi piace poco perché allora meglio sarebbe cambiare mestiere e avere scarpe in ordine (andreste da un odontoiatra con brutti denti? Io no). Nel 1952 Le Corbusier si fa la casa al mare, a Roquebrune-Cap Martin in Costa Azzurra e costruisce con le sue mani una capanna che ha disegnato in un’ora. 2,26 metri di altezza (quella del Modulor, un uomo con il braccio alzato), 3,66 metri di larghezza, un ambiente unico, un letto, un tavolo su ruote, armadi integrati, due cubi da utilizzare come sedute, un lavabo in inox, un vetro di finestra sostituito da uno specchio, il pavimento giallo, il soffitto verde e arancio. Il Cabanon di Corbu è una sintesi del concetto di casa e, come voleva il suo artefice, raggiunge ’la poesia attraverso il rigore’. Al mare si vive con poco, basterebbe ammetterlo e apprendere la leggerezza da quest’uomo complesso, gran lavoratore, purista, pioniere e anche un po’ martire (come tutti i grandi) che nel mese di agosto arrivava a Roquebrune con il Train Bleue, indossava gli shorts, faceva il bagno, leggeva e prendeva appunti. Un’estate al mare, sì, ma in stile minimale.
Il Cabanon è oggi monumento nazionale, Sentier du bord de mer 06190 Roquebrune Cap Martin tel. Office du Tourisme 04 93 35 62 87. Una ricostruzione itinerante è stata realizzata dalla ditta Cassina.
Caso C. La casa dell’orso di pezza. Nel giugno del 2006 ho organizzato per Il sole al guinzaglio un viaggio in Svezia diviso in due parti: 1. vacanza all’isola di Gotland; 2. soggiorno di studio a Stoccolma. Non avevo mai utilizzato per queste iniziative il termine ’vacanza’ e non lo farò mai più, essendo stata, quella, un’esperienza di amara frustrazione. L’idea era di andare a stare qualche giorno quanto più vicino possibile a Ingmar Bergman, che viveva in solitudine sulla vicina isola di Färo, di immergersi nella luce dei suoi film e capire dall’interno la cultura dell’abitare del nord. Scelsi come base il Fabriken Furillen, un hotel singolare ricavato da una cava di calcare con stanze in cui ogni elemento era di concezione svedese, finlandese o danese. Per intenderci: letti Hästens, televisore Bang & Olufsen, vetri Ittala, bin Vipp, praticamente il meglio del design scandinavo. Avevamo a disposizione un cuoco tutto nostro e una pasticciera che faceva dolci che da soli valevano il viaggio, una cantina magnifica e un gruppetto di giovani cameriere che, dal colore degli occhi all’abbigliamento, erano una sinfonia di grigi gustaviani. Non avevo mai visto in vita mia qualcosa di così meravigliosamente amalgamato, sembrava un set di un film in cui tutto fosse però assolutamente libero e naturale. Il gruppetto era composto da 12 persone che, fra l’altro, si conoscevano e stavano insieme con piacere. Andò tutto storto, niente piacque, il posto venne giudicato selvaggio, a ogni cosa si cambiò di segno, il minimale fu definito squallido, i materiali furono fraintesi, l’isolamento divenne una condanna, ognuno tirò fuori il suo lato peggiore, avevo la sensazione di un naufragio che avesse messo a nudo le anime. Ho molto pensato a questa esperienza, che nella memoria ho sintetizzato come un grumo di dispiacere e di incomprensione e credo anche di aver individuato i motivi delle reazioni che ho fatto tanta fatica a tenere sotto controllo al momento: il posto era radicale e le scelte nette e rigorose, era, in una parola, un luogo d’arte e, come sempre fa l’arte, aveva messo in moto pensieri che in una pensione in val Gardena se ne starebbero stati quieti e nascosti e non avrebbero disturbato. Già la Svezia è dura, le relazioni umane sono più interiorizzate delle nostre, la cura dell’ospite non lo invade; in più stavamo anche su un’isola e lontano da Visby, il capoluogo, dove c’era ancora un lembo di vita metropolitana che parlava una lingua conosciuta, praticamente eravamo esposti alla verità delle cose e di noi stessi come gli alberi che avevamo intorno al vento del Baltico.
Un pomeriggio andammo a fare una passeggiata per distendere gli umori e portai tutti alla capanna di cui avevo sentito parlare: piccola, in legno, dotata di tutti i lussi possibili ma senza acqua e senza elettricità, sorgeva nel bosco come in una fiaba e accoglieva gli stressati che da tutte le parti del mondo, pagando cifre non indifferenti, volevano fare l’esperienza del ritorno alla natura con il paracadute dei pasti serviti elegantemente dall’hotel e lampade da tempesta design. Rimasi incantata, mi sembrò un luogo della mente che si fosse realizzato per la volontà di un poeta. Nel letto stava un orsacchiotto di pezza, raffinatamente abbigliato, al momento padrone assoluto di tutto quello spazio limitato eppure intimamente immenso. Lo guardai con simpatia e desiderai lasciare la mia stanza supertecnologica per venire a passare con lui la notte: qualcosa mi suggeriva che lui aveva fuori il suo lato buono e che al ritorno non mi avrebbe mai potuto dire, come accade solo quando è vero amore, ’Mi dispiace’.
inizio41. Solitude in the City

Heath Ledger e Christian Bale, The Dark Knight, Christopher Nolan, 2008

Il Bat Day si è trasformato rapidamente in Bat Week, che si avvia a diventare Bat Month e, forse, Bat Summer.
Meglio così, non mi piace lasciare le cose a metà.
La colpa è del Joker, che si è accampato nelle mie giornate e mi dà da pensare. Chiunque mi capiti a tiro in questo inizio di agosto viene investito dalla medesima domanda: ’Hai visto l’ultimo Batman?’. Le risposte sono sempre troppo tiepide per i miei gusti (ma ciò accade spesso, ho, mi pare di capire, gusti di temperatura superiore alla media), qualcuno non sa, qualcuno liquida l’argomento, qualcuno ammette che The Joker è entrato già nella leggenda.
Il film del londinese Christopher Nolan (1970), The Dark Knight, è elegante e minimalista. Non fatevi ingannare dalla trama complessa (di cui ho cominciato a capire qualcosa alla terza visione) e dagli effetti speciali, guardate sotto la maschera e sotto al trucco, questo sforzo vi tornerà utile. Mr. Wayne veste Armani, quando bacia Rachel tiene con signorile distacco una mano in tasca, vive in un penthouse mezzo vuoto, le tavole e i vassoi sono apparecchiati con poche stoviglie dal design netto, senza alcuna concessione al decorativo.
Del resto tutti i protagonisti mangiano poco o niente, troppo impegnati a vivere crisi esistenziali modernissime e a inseguire il proprio doppio. Perché di questo è fatto il film, della complementarità che ci perseguita, per cui anche se non siamo scissi noi, la vita si incarica di farci trovare sulla nostra strada l’altro destinato a completarci (e a rispecchiarci).
E l’altro è, con inquietante precisione, un freak.
Adesso fate mente locale e cercate di ricordare ciò che diciamo dei freak quando parliamo di Diane Arbus (1923-1971) e delle sue dolentissime foto ad essi dedicate: il freak è colui che ha già subìto il trauma. E siccome almeno un trauma lo abbiamo subìto tutti, siamo tutti freak.
Il cinema, come dice il nostro amico filosofo Ollivier Pourriol, è un’arte astratta, che ci presenta casi limite, vale a dire delle idee, così come la geometria pensa per figure astratte, il cerchio, il triangolo, il quadrato. E in The Dark Knight sono tutti casi limite, il protagonista del titolo lacerato fra due vite, il maggiordomo Alfred che ha rinunciato ad averne anche una sola, il conflittuale Lieutenant Gordon, il gadget man Lucius Fox, Rachel che naviga fra due amori, l’onesto procuratore generale Harvey Dent che, sotto il peso del trauma si trasforma nel disturbato Two Face, un personaggio ricorrente nel cinema, qui con caratteristiche più allarmanti del solito: un uomo che ha davvero due facce, una delle quali degna di un autentico zombie (mi viene in mente una possibilità di contaminazione fra lo Zombie e il Bat Day, darò notizie in proposito).
E poi c’è lui, The Joker, l’elemento che trasforma un film di supereroi in una complessa vicenda stilistica e psicologica. Un punk paranoico che indossa sempre i guanti e un magnifico abito viola che, fate bene attenzione, non è un costume da clown ma un capo haute couture, certo con l’interno carico di bombe, ma sempre di eleganza e portabilità assolute. The Joker non è una caricatura, Chris Nolan non voleva caricature nel suo film, né ammiccamenti o sbirciate di complicità nei confronti del pubblico. La solitudine metropolitana dei suoi personaggi è radicale e incurabile e l’unico che tiene famiglia, il Lieutenant Gordon, si deve fingere morto per evitare ritorsioni, probabile anche che rimpianga la vita da single che deve aver condotto prima di mettere su casa con una moglie che vira continuamente verso il patetico. Ma torniamo al nostro Joker (’La follia è come la gravità: basta una piccola spinta’). Non ha passato, le sue impronte digitali non corrispondono a niente, denuncia, a seconda del mood, un padre alcolista e violento o una compagna bellissima e dedita al gioco d’azzardo che lo ha abbandonato, quando viene catturato trovano nelle sue tasche lanugine (ma lui ’non’ è ’sporco’, lui lo mettiamo fra i ’puliti’ perché ha una sua cristallina logica intellettuale che lo protegge dal sudiciume del mondo) e molti coltelli, uno dei quali, quello che impugna più volentieri, viene deposto controvoglia e per ultimo sul tavolo in un’inquadratura di rigore e nitidezza narrativa.
Ha gusti semplici, gli piacciono la dinamite, la polvere da sparo e la benzina perché costano poco, si considera un agente del caos, un cane che abbaia alle macchine che passano, si risolve nell’azione, non fa piani (una specie di filosofo del carpe diem, dunque), brucia una montagna di denaro in un gesto anarchico e aristocratico e usa il cellulare in modo molto più educato della metà delle persone che conosco, costantemente attaccate all’aggeggio anche al ristorante, sempre pronte a interrompere la conversazione qua per iniziarne altre dieci là; no, The Joker telefona solamente per minacciare sciagure colossali (che, quasi sempre, trovano attuazione) e, subito dopo, per far brillare l’esplosivo. La sua vita è uno scoppiettante susseguirsi di manifestazioni violente della sua presenza al mondo. Impossibile ignorarlo. Appare sempre truccato, un’ode continua a Baudelaire cui il maquillage piaceva parecchio, il pancake bianco sul volto, gli occhi orlati di nero, il ghigno dipinto a sottolineare le cicatrici che si è procurato in modi diversi e diversamente riferiti, i capelli lunghi e madidi di sudore a indicare un’esistenza sempre in movimento, irrequieta, certamente singolare, in una parola alternativa.
Heath Ledger (1979-2008), l’attore australiano che interpreta The Joker, sarebbe stato comunque memorabile.
Poi ci è è messa anche la sua morte prematura e dovuta a un cocktail micidiale (ed esplosivo) di farmaci: ansiolitici, Valium e Xanax; antinfiammatorio, Ibuprofen; antidolorifico, OxyContin; sonniferi, Restoril e Unisom.
E il mito, già sbocciato, è fiorito in un rigoglio nel quale si mescolano la giovinezza, il talento e l’ultimo spettacolo.
Un mese intero trascorso da solo in una stanza d’albergo studiando film e libri horror, un diario nel quale sono annotati i pensieri e i sentimenti del personaggio, che aveva, dunque, acquisito una vita autonoma e che guidava il suo interprete sul set, l’altissimo dispendio emotivo, che si vede tutto e tutto intero, due sole ore di sonno a notte, un disordine del corpo e della mente dal quale è scaturita una performance intensa ed estrema della quale sembra farsi carico, nonostante la dirompente fisicità, soprattutto la voce.
Ledger la usa con citazioni (James Cagney, Marlon Brando, Sid Vicious) e variazioni continue, in una recitazione dal disegno classico ed esemplare; il doppiaggio italiano di Adriano Giannini fa il contrario di quello che accade di solito da noi, dove la tradizione nobilita volentieri il testo originale, lo snatura nel senso di una regolarizzazione e di una ripulitura. Questa volta, invece, The Joker è stato sporcato, abbondano le schioccate di lingua rispetto all’originale, più contenuto, misurato, con meno sbavature e più suggerimenti che lasciano spazio di azione alla nostra fantasia (ma il lavoro fatto, devo ammetterlo nonostante la mia insofferenza per il doppiaggio, è accurato, anche la doppia voce di Batman/Mr Wayne di Christian Bale si sente che è stata oggetto di attenzione).
Gotham City, una Chicago tutta lucida e nera reimpiegata per l’occasione, conta 30 milioni di abitanti. E Hong Kong, dove l’azione si trasferisce brevemente, ne ha nella realtà 6.700.000. Una bella porzione di mondo, infinite possibilità teoriche di relazione, incontri, opportunità.
Niente da fare.
The Joker cammina da solo sul margine della sua esistenza ed entra in contatto autentico solo con Batman e solo per metterlo davanti all’evidenza di essere anche lui un freak.
Vi trascrivo alcune riflessioni del regista Olivier Assayas a proposito dei suoi film: ’La ricerca di una cornice alla quale ciascuno possa accedere facilmente, ma in seno alla quale esiste uno spazio determinato per l’astrazione che è anche quello della sperimentazione. Mi riferisco all’industria: una strategia fondata sulla leggerezza, l’autonomia, la rapidità di movimento, in breve, sull’imprevedibilità. Accamparsi al margine per intervenire puntualmente al centro.’ (O. Assayas, La musique de Brian Eno pose des questions de cinéma, 'Cahiers du Cinéma', settembre 2004).
Interessante, trovare presso uno dei cineasti più originali e indipendenti dei nostri tempi un manifesto teorico che si attaglia perfettamente al Joker, che impiega termini quali ’astrazione, sperimentazione, leggerezza, autonomia, rapidità di movimento, imprevedibilità’, che stanno bene a lui ma che calzano a pennello anche all’arte, soprattutto a quella d’avanguardia, sempre ispirata alla guerriglia.
E mettiamo, allora, anche The Joker nel nostro piccolo esercito di guerrieri metropolitani, anime notturne e solitarie che si accendono alla luce artificiale dei riflettori e che con artificio (in questo caso anche da artificiere) vivono, il volto truccato perché l’anima sia protetta e, quindi, salva, cioè inafferrabile come deve essere un’anima che si rispetti, volatile e restìa all’incontro socializzante eppure sempre alla ricerca del suo complemento, del suo doppio, dello specchio nel quale guardarsi per compiacersi di sé, del proprio mito e della propria leggenda.
inizio42. Politically Correct

Nano da giardino
Sentito alla radio a proposito del nano da giardino abbandonato sui binari di un treno che ha dovuto arrestare la sua corsa. Non sarà poco politically correct chiamarlo ’nano’? Meglio la locuzione ’diversamente alto’. Sto ormai vivendo nel dubbio: posso dire ’casa sporca (sudicia, sozza, lorda, immonda, bisunta)’ o devo anch’io mitigare il linguaggio e scrivere ’diversamente pulita’?
inizio43. Ma come fanno i marinai

Marinai

Marinai
Il professore di Matematica e Fisica del Liceo ci domandò un giorno perché d’estate ci si vestiva di bianco. ’Perché è più elegante’, rispose all’unisono la classe di spocchiosi umanisti che eravamo. Diciamo che lui se l’era cercata. Sotto al sole continuo a indossare volentieri pantaloni bianchi di tela pesante e una volta ho fermato per la strada un marinaretto per chiedergli come facessero a essere sempre puliti e in ordine. ’Ci cambiamo e laviamo tutto continuamente’, mi rispose lui, felice di confidarmi il loro più grande segreto.
inizio44. The Brush Day

Pierre Huyghe www.pbs.org/art21/artists/huyghe/clip1.html#
Dunque, ci risiamo.
A distanza di un anno la colf persevera nel suo comportamento, asserisce anche di essere stressata, si commuove, mi abbraccia e se ne va di nuovo in vacanza. A niente sono serviti i miei tentativi di dissuaderla dallo stare lontana 25 giorni, il genero a carico, i compaesani pettegoli e anche l’autostrada Salerno-Reggio Calabria non sono bastati per farle capire la fatica che l’aspettava. La casa dovrà nuovamente essere accudita in prima persona, visto che ho anche ricacciato indietro l’idea che mi era venuta a marzo di prendere un’altra colf per il mese di agosto.
Da una parte l’ho cercata senza entusiasmo, dall’altra mi sono riempita di TOC e, di fronte alla visione dei miei vetri colorati in frantumi e del candeliere in bisquit azzoppato da una dilettante, ho deciso per il self help.
Bisogna organizzarsi.
Ho in mente un look con jeans destroy alla Sienna Miller che va a comprare il latte la mattina (però senza il cane in borsa) e ho in mente Waterloo, ma vista dalla parte degli Inglesi e dei Prussiani. La strategia messa a punto è la seguente: un giorno a settimana dedicato completamente alla pulizia e un’ora in una fase intermedia per una riorganizzata superficiale. A questo proposito tornate a visitare il sito del Cif della puntata n°16 www.unilever.com e vi dicono loro come procedere ’under pressure’ con 15, 30 o 60 minuti a disposizione. E’ vero che già un cambio di asciugamani e una saponetta nuova danno un qualche senso di ordine. Aggiungete un colpo di aspirapolvere, le mensole del bagno nettate, una ripassata ai tavoli più usati e un’addrizzata ai dizionari. Il bagno e la cucina avranno diritto anche al lavaggio del pavimento, che diviene, così, bisettimanale, cioè ragionevolmente igienico.
E passiamo ora alle grandi manovre.
Prendersi cura del proprio spazio ha anche una serie di lati positivi, si capisce la fatica animale dei lavori domestici, si controlla lo stato delle cose, ci si riappropria dei libri che non si sono sfogliati nei mesi precedenti, si ritrovano appunti sepolti sotto altri appunti, bollette, ricevute, urgenze che non sono più tali, in una parola si è in presa diretta con ciò che si ha intorno.
E, per me, c’è anche il gusto di tirare fuori, e tutto insieme, il trésor de guerre che tengo occultato nel terzo cassetto della mia scrivania e di cui la colf non sospetta nemmeno l’esistenza: le mie spazzole e i miei pennelli da spolvero.
A Londra, alla Tate Modern, vidi nel 2006 una bella mostra di Pierre Huyghe (Francia 1962), complessa e spettacolare. La cosa che più mi piacque fu l’installazione chiamata For One Year Celebration, una serie di circa 100 poster sui quali c’erano delle scritte. La faccenda era questa: Huyghe aveva chiesto a amici e conoscenti, in molti casi artisti, di segnalare una data del calendario e un oggetto da festeggiare in quella circostanza.
Così Robert Fillou per il 17 gennaio proponeva The Birthday of Art; Olafur Eliasson per il 23 marzo (mia data di nascita) ’Waste of Time Day’; Rirkrit Tiravanija suggeriva ’Celebrate the Shoe Lace’; Jeremy Miller ’I propose that we should celebrate silence’ eccetera. Comparivano anche l’Animal Intelligence Day e molti altre motivi di celebrazione, in certi casi con un rituale collettivo.
L’idea era semplice e suggestiva e, come sempre accade quando c’è di mezzo l’arte, stimolante.
Iniziai così anch’io a stilare il mio calendario personale di celebrazioni nel quale trovarono posto The Brick Day (mi piacciono i mattoni e a Londra ero circondata); The Wall Paper Day (da sistemarsi, però, il 29 febbraio in modo da non esagerare con i festeggiamenti, in casa solo il guardaroba è tappezzato di carta da parati e va bene così); The Golden Fish Day (che sarebbe caduto il 31 dicembre, quando, nel 1869, vide la luce tale Henri Matisse, il più grande cantore dei pesci rossi in Occidente); The Pocket Day (come si fa a vivere senza tasche?); The Sponge Day (medesimo ragionamento); The Bread Day; The Wine Day; The Salt Day; The Champagne Day; The Cinema Day; The Apron Day. Ero piena di risorse. E, trionfante, aggiunsi anche The Brush Day.
Sì, perchè mi piacciono spazzole e pennelli, dallo spazzolino da denti alla spazzola per capelli fino ai miei mirabili pennelli da trucco giapponesi (la parte più preziosa del mio bagaglio a mano) arrivando al trésor de guerre del terzo cassetto della scrivania. Nel corso degli anni ho infatti messo insieme una serie di pennelli da spolvero specializzati: per la tastiera del computer, per il davanzale della finestrina del guardaroba, per i libri, per gli oggetti delicati (il candelabro in bisquit) e per gli angoli, praticamente a ogni problema la sua soluzione, un magnifico mazzo di peli di durezza e forma varia che arrivano dappertutto dove devono arrivare e ai quali nulla sfugge.
Ho avuto anche un pesce rosso di nome Brush, che arrivò in vasca insieme a Brick al ritorno da Londra perché trovai morti Spleen & Mood. Morto anche lui, Brick, invece, sta benissimo e guarda con partecipazione (con il suo nuovo compagno Strip) il festeggiamento settimanale del mese di agosto che non è una corvée alla fine della quale ci si ritrova più abbattuti di Napoleone in Belgio ma piuttosto un giorno di riflessione sulla bellezza della casa pulita e sull’attrezzatura (pensateci, quasi un’attrezzatura da pittore) che è preposta a questo scopo.
inizio45. Una seratina piccante

Paprika, Satoshi Kon, 2006

Atsuko Chiba
Saranno capitati anche a voi il medico che sbaglia la diagnosi, l’idraulico che provoca la perdita di acqua, l’amante poco efficace, il ristorante dove si mangia male, il ministro della cultura che di coltivato ha poco o niente. Credo che la vera accezione de ’il calzolaio che va in giro con le scarpe sfondate’ sia questa: uno che non sa fare il suo mestiere e che la vulgata abbia frainteso per coprire la ciarlataneria, della quale, evidentemente, non vuole ammettere la presenza al mondo.
Io ho il problema del noleggio di film di cui sono cliente, gestito da gente che di cinema non capisce niente. Mi sono più volte lamentata di quello che trovo, solo roba commerciale, ho chiesto un angolino per i film d’autore, ho insinuato che non era possibile che nel raggio di 900 m (distanza media dagli altri noleggi) solo io avessi voglia di vedere qualcosa di meglio e che si sarebbe così potuta aprire un’altra frontiera di guadagno, niente da fare, il titolare è anche una brava persona e una volta, davanti a uno dei miei rimbrotti, ha anche spalancato le braccia e mi ha detto: ’Ma se certi film li prendiamo solo per LEI!’. Ho scoperto anche che quando arriva un dvd che loro tutti considerano inguardabile perché noioso si danno di gomito e, con deferenza, dicono ’Consigliamolo alla SIGNORA, a lei certamente piace’. Il risultato è che spendo in film quello che una donna con TOC feticistico e collezionista spende in scarpe.
Almeno i dvd sono meno ingombranti.
Ma è un lavoro extra, uscire, cercare dischetti, farseli arrivare via internet, passare sempre un pomeriggio quando sono in posti esteri civilizzati a fare scorta di serate. E non ditemi di cambiare noleggio, so che ce ne sono alcuni con prodotti migliori ma il noleggio non può stare dall’altra parte della città, deve stare sotto casa. E anche cambiare casa mi sembra un suggerimento fuori luogo (e se poi fallisce il noleggio buono o cambia trend per le richieste del pubblico, sempre più infime?).
Ma non demordo e continuo a vedere se.
Era appena uscito in dvd Paprika, Sognando un sogno, il film visionario, diciamo pure lisergico, di Satoshi Kon. Il giorno dopo passo come una freccia davanti al noleggio (è sulla strada del garage dove sono macchina e bicicletta e lì ero diretta), entro come un uragano, li trovo tutti, anche Fabrizio che se ne era andato a fare il tipografo ed era tornato a salutarli (a lui, ad onor del vero, devo alcuni preziosi suggerimenti relativi al cinema di animazione. Ma si sa che cosa conferma l’eccezione). Chiedo: ’Avete Paprika?’ e vedo stamparsi sulla faccia del capo uno dei sorrisi più soddisfatti che abbia visto in vita mia, finalmente era riuscito a farmi stare zitta. ’Sì’, mi risponde. E tutti si distendono e mi accolgono calorosamente. Li prego di tenermelo per dopo e già mi immagino la mia serata con il dottor Tokita e il suo DC-mini, il dispositivo che permette agli psicoterapeuti di entrare nei sogni e di registrarli a scopo di cura, il furto della straordinaria invenzione, la bellissima ed enigmatica Atsuko Chiba che ne tenta il recupero, il terrorista dei sogni, la fantasia più sfrenata al servizio di uno dei più geniali registi giapponesi.
Ritorno dopo un paio di ore, tutta contenta. Sono rimasti due dei ragazzi e c’è sempre Fabrizio. Consegno la tessera. Mi mettono nel contenitore un dvd e, secondo rituale, mi dicono il titolo del film, il regista e la lingua: ’Paprika, Tinto Brass, italiano. Va bene?’. Trasecolo. Me la prendo con Fabrizio, esperto di cinema di animazione. ’Ma come ti è venuto in mente che volessi vedere Tinto Brass! Cercavo Satoshi Kon!’. Lui è imbarazzatissimo, mi dice perché no, una donna come me, che ci sarebbe stato di strano, tutti avevano capito che, quasi balbetta. Quasi mi arrabbio. ’Ma ti pare che se volevo passare una seratina sporca mi prendevo Tinto Brass. Rocco Siffredi, mi prendevo, ecco che mi prendevo’. Mi chiudo alle spalle la porta del noleggio, loro fattisi di cenere, io di fuoco.
Per la mia visione piccante, quella sera, dovetti nuovamente procedere all’acquisto del materiale. Se poi qualcuno pensa che abbia il TOC dei dvd, peggio per lui, non sa quanto è dura la vita di chi vuole sognare sogni che non stanno nei 900 m di raggio dalla propria abitazione.
inizio46. Ferragosto Blues

Ebine Yamaji, Indigo Blue, 2002-2007

L'Acquario di Napoli
’Odio l’estate
Che ha dato il suo profumo ad ogni fiore
L’ estate che ha creato il nostro amore
Per farmi poi morire di dolor...’ (B. Martino, 1960)
Assicuro l’acqua ai bonsai e il cibo ai pesci rossi, chiudo il bagaglio e prendo un AV per Napoli.
Trovo la città vuota, non l’ho mai vista così, le strade hanno dimensioni insospettate, le architetture sono ancora più nobili. Stabilisco il mio quartier generale a piazza Amedeo, pulizia accettabile, basta non guardare sotto l’armadio, il letto è buono, mi chiedono un supplemento per l’aria condizionata e un altro per il doppio della biancheria, taglio corto e garantisco tutti i pagamenti. Se fossero più attenti ai dettagli (’God is in details’, Mies van der Rohe), il luogo sarebbe paradisiaco. Non lo è. Faccio una cena al chiaro di luna piena sul mare e un’altra affollata e ottima con discorsi che avrei voluto sentire dappertutto in questi giorni, che fatica capire l’arte contemporanea, lo pensa (lo dice) il Ministro della Cultura e non c’è stata alcuna levata di scudi di intellettuali, tutti alle Galapagos oppure attablés davanti a gigantesche fette di anguria?
Vado a visitare il PAN www.palazzoartinapoli.net, vedo cose che mi fanno sorridere e respirare, come sempre quando c’è di mezzo l’arte contemporanea, scendo a piazza Martiri e da Feltrinelli mi fermo davanti ai manga ed è così che passo mezza giornata con la mangaka Ebine Yamaji, bellissimo il tratto, netto, raffinato, mi perdo un po’ a guardare i suoi ambienti, mobili rettilinei, solo una candela sul tavolo da notte, libri, letti che rimangono in ordine anche negli amori di Rutsu con Ryuji e di Rutsu con Tamaki, tazze di tè fumanti, cocktail nel bicchiere e anche champagne in flûte, corpi sottili e balloon che raccontano giovani protagonisti impegnati nella professione (Rutsu scrittrice; Ryuji editor; Tamaki redattrice di una rivista d’arte) e negli incontri, un mondo delicato ed essenziale nel quale non c’è sporco e le case sono pulite senza fatica, i manga si leggono da destra verso sinistra e le pagine sono rilegate a destra, mi confondo un po’ all’inizio, è un disorientamento che bene illustra la situazione, ferragosto altrove, Indigo Blue e un manga.
Mangio una pizza mediocre nell’unico posto aperto sulla Riviera di Chiaia, poi vado all’Acquario Comunale e qui si chiarisce il senso delle cose.
Spero che lo abbiate visitato, è quel posto di dimensioni ridotte, di forma quadrata, con un numero limitato di vasche e una fondazione storica (1872) importante ad opera di Anton Dohrn, naturalista e zoologo tedesco, quello, per intenderci, dal quale, come racconta Curzio Malaparte ne La pelle, il Generale Cork aveva dato ordine di pescare il pesce per la sua tavola, facendo fuori in questo modo anche l’eroico pescespada dono di Mussolini (servito lesso con contorno di patate bollite), il tonno regalato da Sua Maestà Vittorio Emanuele III e le aragoste dell’isola di Wight che aveva mandato Giorgio V.
L’Acquario è in restauro, polveroso, buio, i rari visitatori si aggirano come spettri, però il polpo è vivace e le cernie intrecciano danze gentili e la cosa che mi sta a cuore dirvi è che esso si pone al polo opposto rispetto agli acquari spettacolari stile luna park che stanno dappertutto, Londra (quello del film Closer), Genova, Valencia, luoghi del turismo più insano in cui il viaggio si risolve a dorso di delfino avendo anche dimenticato il mito del musico e poeta Arione, che proprio cavalcando un delfino sacro ad Apollo si salvò dall’agguato dei marinai sulla nave al ritorno dalla Sicilia.
Napoli, nel suo giorno indaco di mezza estate, si conferma come il luogo del possibile e accoglie nelle vasche antiche pesci che altrove sarebbero tappe psichedeliche di percorsi didattici. Vedo artisti amici e amici di artisti, il Vesuvio ha accanto una strisciata di nuvola fatta con il pennello, verso sera le strade si riempiono, compro pane e rientro a notte alta.
Il blues di Ferragosto è più nell’aria che in testa, un po’ allentato, dissolto, abbassato di volume dal colore della città e dalla sua gente.
inizio47. Splash!

David Hockney, A Bigger Splash, 1967
’...Siccome l’appartamento non sarebbe stato libero prima di settembre, tornammo a Los Angeles per passarvi l’estate. In California imperversava l’ondata di caldo più spaventosa del decennio. Arrivammo due giorni prima di San Giovanni e ci rifugiammo nel freddo sepolcrale della stanza d’albergo - con aria condizionata - a guardare un incontro di boxe in televisione. Quella sera cercammo di fare una passeggiata fino a un cinema lì vicino. Il caldo ci piombò addosso come una parete di cemento.
Il giorno successivo telefonò Barbra Streisand e ci domandò se volevamo prendere con noi dei costumi da bagno per un piccolo party in piscina. Ringraziai per la cortesia, mi rivolsi a Ingrid e le dissi: adesso torniamo immediatamente a casa, a Färo, e ci restiamo per tutta l’estate. Le risate di scherno le sopporteremo. Qualche ora più tardi eravamo in viaggio. Arrivammo a Stoccolma la sera di San Giovanni. Ingrid telefonò a suo padre che aveva riunito famiglia e amici nella sua fattoria vicino a Norrtälje. Ci ordinò di andare immediatamente da lui. Erano le undici passate di una serata dolce. Tutto era bellissimo e profumava. E poi la luce.
Verso mattina mi trovavo in un bianco letto, in una stanza che odorava di casa d’estate e di pavimento appena lavato...’ (Ingmar Bergman, Lanterna magica, 1987)
inizio48. A conti fatti

Sembra, Olimpiadi a parte, il nuovo sport dell’estate (almeno in Francia ma vedrete che fra un po’ arriverà anche da noi). Ha cominciato Carla Bruni (godetevela nel ritratto che ne fa la sorella Valeria Bruni Tedeschi nel suo film E’ più facile per un cammello...attraverso la bella interpretazione di Chiara Mastroianni) dichiarando in una delle sue canzoni di aver avuto 30 amanti ed ora si mette sulla medesima corsia anche un noto mensile (francese) che pubblica quello che chiama ’quiz’ e chiede a sette mesdames di contare i loro messieurs. Ciò che mi domando è perché a queste signore sia venuto in mente di rivelare un dettaglio importante per loro ma in fondo di scarsissimo interesse per il mondo, come possano aver avuto voglia di comparire con nome, età, professione e fotografia parlando di cose intime e avventurandosi anche nella descrizione dei migliori ricordi e delle peggiori vergogne. Posso capire che la ’slameuse’ Françoise, 44 anni, abbia un tornaconto rivelando di essersi accompagnata a 50 uomini, si esibisce in gare pubbliche di poesia e ha fatto pure cifra tonda. Ma che cosa spinge la scrittrice Victoire, 38 anni, a contarne 92 (e perché non ha fatto cifra tonda)? E Chaterine, 39 anni, ’gérante de portefeuille’ perché ci fa sapere che si è accompagnata a 10 uomini diversi, la delicatezza del suo mestiere non l’ha trattenuta? Isabelle, 32 anni, giornalista, conta fino a 5 e la ’chargée de communication’ Caroline, 26 anni, la supera e si ferma a 6. A parte che Carla Bruni, come ha dichiarato in un’intervista, ha usato il numero ’trente’ per questioni metriche, perché queste riviste che si rivolgono a un pubblico femminile indulgono al vizio moderno della rivelazione di ciò che dovrebbe rimanere privato e lo fanno, oltretutto, senza audacia, per cui avrebbero anche potuto attribuire un punteggio agli amanti, dando, per esempio, al primo 10 punti, all’ultimo 20, assegnandone giustamente 500 a Mick Jagger (questo vale ’solo’ per Carla Bruni, almeno mi auguro) e 0,50 al collega sposato con due figli di 12 e 14 anni conosciuto carnalmente durante una trasferta di lavoro a Mestre? Perché non infrangono il vero tabù dei nostri giorni e non chiedono a queste signore quante lavatrici e lavastoviglie fanno a settimana, ogni quanto cambiano le lenzuola, puliscono i sanitari del bagno, sbrinano il frigorifero, staccano e lavano le tende, spostano la cucina a gas, puliscono i famosi filtri degli elettrodomestici, riordinano il cassetto del tavolo della cucina, lucidano gli specchi e tutti gli schermi di casa, computer, televisione e, in caso, anche videocitofono? Perché il ménage non compare quasi mai nella stampa quando è, invece, un nodo fisso quotidiano con il quale bisogna venire continuamente a patti? Manca di glamour oppure si tratta di altro?
Forse lui sì che è intimo e privato e si fa fatica a raccontarlo nei dettagli, nei trionfi e nelle sconfitte, nell’organizzazione e nella gestione, esprime gusti che sfiorano il TOC, chi ama stirare (dà soddisfazione immediata), chi predilige la caccia alla polvere (Isabella Rossellini in un articolo), chi si rilassa grattando i lavandini con il Cif (eccomi), chi sniffa la trielina quando smacchia, tocca la felicità quando sta con le mani nell’acqua (la mia colf), contempla la brillantezza dei suoi pavimenti con il medesimo stato d’animo incantato che accompagna un tramonto sul mare (una cugina di mia madre, piemontese), gode nel riassetto dei dvd in tinello, esulta quando avvia l’aspirapolvere, si compiace della versatilità della sua lavatrice, prova una gioia segreta e incontenibile nel ricondurre all’ordine la pila di asciugamani precedentemente vacillante in guardaroba. Altro che poco glamorous, il ménage è l’hortus conclusus dal quale teniamo fuori gli intrusi, del quale parliamo solo nelle confessioni che arrivano dopo la mezzanotte e davanti a un vino da meditazione, è il vero luogo della psiche riposto e anche arcano del quale stupisce che tutte le scienze dell’anima non tengano conto, le rivelazioni concernenti il ménage sì che sono ardite, altro che quei quattro calcoli da amministratore di condominio. Ne tengano conto i redattori italiani quando fra poco proporranno su qualche settimanale sette avventuriere locali e trovino il coraggio di guidare le signore verso il vero coming out, quello temerario e impavido che ha a che vedere con i lavori di casa: quante volte e come li fanno, se provano piacere o frustrazione, se c’è collaborazione maschile, se, dopo, sono soddisfatte e non vedono l’ora di ricominciare oppure se preferiscono il sonnellino sul sofà, ovviamente appena rimesso in sesto, i cuscini belli dritti, invitanti, morbidi, tutti da stringere e accarezzare.
inizio49. Nuvole in viaggio

Hokusai, Ragazzo che guarda il monte Fuji, 1830

Moyoco Anno, Happy Mania, 11 volumi, 1996-2006

Moyoco Anno (Tokyo 1971)
Una volta ho chiesto a un tipo che insegnava filosofia al liceo quanto guadagnava. Lo consideravo un collega, visto che io insegno storia dell’arte all’Accademia e, tecnicamente, dovremmo funzionare come il medico di base che definisce collega l’altro medico che sta, per esempio, al Policlinico. Il filosofo dapprima si adombrò, poi si rifiutò di rispondere e infine chiarì che lui affrontava gli argomenti a seconda delle competenze del suo interlocutore, per cui parlava di denaro solo con il suo commercialista. Mi affrettai a scusarmi per l’indelicatezza, che peraltro continua a non sembrarmi tale, però, si sa, il tema ’denaro’ da noi è sensibile e bisogna andarci cauti (sto seriamente pensando, alla fine di Opera Soap, di attaccare Opera Money perché i comportamenti umani rispetto al denaro sono talmente sballati e irrazionali da meritare che ci si soffermi sopra. Intanto potremmo dedicare una puntata allo ’Sporco denaro’, rimanete in ascolto).
Dopo essermi scusata, per dissolvere l’imbarazzo che si era creato presi al volo l’altro capo del discorso e chiesi di approfondirlo. Il sistema, mi spiegò, si articolava così: dopo aver parlato di denaro con il commercialista, si andava a parlare di salute con il medico. Entusiasta, detti una mano a trovare altri destinatari di altri argomenti: con il marito si parla di casa, figli, animali (se conviventi), famiglia; con l’amante di sesso; con l’amico di amicizia; con gli artisti di arte; con il signor Carlo del primo piano di questioni condominiali; con il macellaio della mucca pazza; con il fioraio di spine (rose ma anche Succulente); con l’agente di viaggio di stelle (di hotel); con la cassiera del supermercato di prendi 3; con il tappezziere di materassi; con la titolare della boutique di cachemire; con il fotografo (e con l’elettricista) di luce eccetera.
Fu così che tentai di limitare il campo di conversazione con la colf ai soli argomenti relativi alle pulizie della casa, evitando: i figli; i vicini acusticamente invadenti; le malattie, anche della cugina di campagna; le avances dei corteggiatori; i metodi e la durata della depilazione; la cervicale; la dieta; gli integratori; la parrocchia; i fatti privati delle presentatrici televisive; il radiatore probabilmente bucato della macchina. Davanti a me si aprì un orizzonte vasto ma ben delimitato in cui i discorsi sarebbero stati tutti finalizzati a migliorare l’ambiente nel quale vivevo, testare l’efficacia dei detersivi, individuare il verso delle lenzuola prima della stiratura, determinare lo schieramento della mia collezione di vetri nell’armadio del soggiorno e stabilire i turni di esposizione, definire un ruolino rigido ma non insensato dei tempi di lavaggio delle finestre, evitando così l’accanimento nei mesi di pioggia, che vanificano ogni passata di Cif liquido e approfittando del bello stabile estivo per ammirare il panorama metropolitano senza cortine di nebbia. Inutile dire che il mio tentativo fallì miseramente e che una discesa di rafting in Colorado avrebbe incontrato meno ostacoli. La parrocchia popola ancora le mie conversazioni con la colf.
Ma, nonostante ciò, con la tenacia della goccia che alla fine scava la pietra e la grinta del Legionario (straniero), del quale metto metaforicamente in testa il basco verde con pennacchietto, oriento i discorsi miei con la colf su un tema che mi sta molto a cuore: la pulizia dei libri. Non so i vostri, ma i miei libri sono sempre impolverati. Gli unici puliti sono quelli che utilizzo di continuo, tutti gli altri, passati con la carta cucina bianca in punti nevralgici, denunciano incuria. Ho dato istruzioni di tutti i generi: aspirapolvere con accessori, il ’ficcanaso’ e poi la spazzola, il piumino da spolvero, la spugna ben strizzata per le copertine che sopportano un po’ di umido. Ora, il fatto è che io so benissimo come si dovrebbero pulire i libri perché l’ho visto fare una volta che, da ragazza, andai da un’amica ispettore all’Istituto Centrale per il Restauro a prendere in prestito l’Enciclopedia dell’Arte per delle fotocopie e la trovai alle prese con la pulizia annuale della sua libreria. Stava arrampicata sulla scala con la colf, tutte e due con grazioso foularino a prudente protezione della messa in piega, una toglieva ’un’ libro dallo scaffale e l’altra lo apriva, lo sbatteva con delicatezza e poi con l’apposita spazzola spolverava le pagine ’una ad una’, dedicando una cura particolare alla costola e alle sue incollature.
Sulla faccia di Psiche, davanti alla prova della cernita del cereali, si dovette stampare un’espressione analoga alla mia. Lei, almeno, fu soccorsa dalle formiche, le due signore davanti a me, invece, avrebbero fatto tutto da sole, un’impresa che, a confronto, la decorazione della Cappella Sistina con Michelangelo con la candela in testa che, titanicamente, si butta in solitudine su volta e lunette, sembrava aver finalmente trovato un termine di paragone. Presi il volumone dell’Enciclopedia dell’Arte, andai a fare le fotocopie che mi servivano, suonai nuovamente il campanello, le rividi che avevano finito il volume precedente e avevano attaccato il successivo, ringraziai e augurai loro buon lavoro. Non so se Umberto Eco, che dichiara il possesso domestico di 30.000 volumi, pulisca i suoi libri in questo modo. Io, che ne ho qualcuno di meno, no. Non ho mai trovato il coraggio di prenderli uno ad uno, subito dopo questo pensiero mi viene quello dell’incendio della Biblioteca di Alessandria, secondo me appiccato da una colf alla quale era stato chiesto di procedere alla pulitura annuale ed è questa seconda visione a prevalere. In passato raccomandavo che i libri fossero ’almeno’ spostati e puliti a gruppi ma i danni erano pittoreschi, ordine alfabetico scombinato, testi capovolti e libri piccini che diventavano invisibili perché andavano a infilarsi in quelli più grandi (questo è uno di quei casi in cui proprio non si può delegare). Ora sono venuta a più miti consigli e provvedo personalmente solo alla spolveratura (con spazzola, a gruppi di pagine, mai e poi mai una pagina per volta) dei miei volumi di decorazione e dei miei fumetti, praticamente i miei gioielli (da me i cataloghi d’arte non sono libri preziosi da tenere sulla coffee table, a meno che non si intenda per coffee table il tavolo della cucina dove si fa colazione perché in quel caso sì che stanno lì sopra e succede pure che qualcuno ci prenda il caffè su, come la sera accade che ci si ceni accanto, dando loro un’affabile spintarella per toglierseli dai piedi, almeno provvisoriamente).
E veniamo ora al tema di questa puntata di Opera Soap, annunciato nel titolo: i fumetti, o meglio, lo stato di pulizia in cui sono tenuti i fumetti nelle librerie romane.
Come sapete (v. puntata n° 47 Ferragosto Blues) si è acceso il fuoco fra me e i manga. Sono una persona seria e quando faccio una cosa mi piace farla, come diceva mia madre a proposito di come si dovevano fare le cose serie, con tutti i sentimenti. E con tutti i sentimenti mi sono messa alla caccia di manga. Siti internet, telefonate, autori che sto imparando a conoscere. Con il verso di lettura va decisamente meglio perché sto leggendo quasi solo manga. (Confesso però che si sono presentati problemi con un Maigret perchè cercavo di cominciare dalla fine ed era, appunto, comparso il nome di quello che aveva fatto a pezzi l’uomo un braccio del quale era stato trovato all’inizio nel canal Saint-Martin. Forse non mi regge il cervello, come ebbe a dire cavallerescamente Liam Gallagher degli Oasis di una delle Spice Girls: per la, al tempo, signorina, era impossibile fare due cose contemporaneamente, per cui se masticava una gomma americana non riusciva a camminare e viceversa. Vorrei vedere tutti e due, Oasis Boy e Spice Girl, alle prese prima con un manga e poi con Maigret, vorrei proprio vedere se regge loro il cervello). Ho passato al setaccio le mie librerie consuete, tutte le sedi della Feltrinelli, la Librairie Française (i francesi vanno forte anche con la traduzione di manga, c’è uno straordinario festival ad Angouleme dal quale, mi pare di capire, passano tutti e prima che da noi www.bdangouleme.com), una Mondadori. Ho messo insieme un trésor de guerre polverosissimo; sì, perché le librerie, i professionisti dei libri, hanno i nostri medesimi problemi, polvere dappertutto, strisce nere sulle pagine, scaffali che a vederli viene lo sconforto, ordine scombinato, mani sporche e magliette (fra un po’, in autunno, diventeranno maglie) da cambiare almeno due volte al giorno. Evidentemente non sanno come si fa, non hanno contatti con ispettori del Restauro né spazzole a disposizione, oppure ritengono che vendere libri puliti sia un aspetto secondario del commercio. Ogni tanto in libreria faccio la battuta della polvere di casa mia che mi basta e mi avanza ma serve a poco, l’impressione è di trovarsi davanti a 20 Eco-biblioteche da tenere in ordine e pure senza formiche, è uno di quei fatti tipo i passaggi pedonali a Napoli, nessuno può farci niente, i libri si comprano impolverati e le automobili non si fermano, neppure quelle della Municipale (ho fatto di recente un esperimento antropologico e solo un salto all’indietro mi ha salvata dall’investimento), meglio rassegnarsi, provvedere una volta arrivati a casa alla pulizia e aspettare che il flusso del traffico si interrompa spontaneamente per 20 secondi.
Ma nei miei giri alla ricerca dei manga (alcuni sono a puntate e volumi, praticamente sono entrata in uno stato di dipendenza) un posto meglio custodito l’ho trovato: la Fumetteria. Leggo fumetti da sempre, da ragazzina ero indecisa se scappare con Nembo Kid o con Batman (Batman era più dark, quindi più sexy), ho dedicato a Guido Crepax la mia tesi di Perfezionamento e faccio vedere al mio parrucchiere come modello i capelli en pétard delle eroine di Enki Bilal. Ma non ero mai entrata in una fumetteria, pensavo fossero luoghi per adolescenti sbiellati e invece no, si varca la soglia e si entra in un film e, come sempre davanti a un film, tutto ciò che avviene sullo schermo diventa metafora e rappresentazione astratta della nostra vita. Mi sono dovuta fermare, siderata, davanti all’ordine geometrico degli scaffali, metri e metri di album perfettamente allineati, tutto sotto controllo del gentile titolare e dei due ciccioni che stavano ai computer, uno dei quali si è alzato per andarmi a prendere tutti gli 11 (11!) volumi di Happy Mania di Moyoco Anno (ne ho acquistati solo 2 perché volevo riservarmi il piacere di ritornare e perché avevo già raggiunto una cifra cospicua con altri autori) e poi il dettaglio che fa la differenza: le buste di cellophane. Sì, perché il fumetto ha anche, come ben sa il collezionista, la sua busta, talvolta autoadesiva, definita dal formato con delle indicazioni quasi letterarie: c’è la Benelli, dal nome dell’editore Sergio Benelli, quello di Dylan Dog, e la Benelli Maxi, si vendono in pacchi da 100 e alcuni dei volumi della fumetteria ce l’hanno già in dotazione. Provate a pensare: andate da Feltrinelli a comprarvi un libro di giardinaggio e lo trovate nello scaffale protetto dalla sua bella busta di cellophane, ve lo confezionano pure, lo pagate, vi fanno lo scontrino, ve lo portate via e siete i primi a toccarlo. Quando l’aprite è anche ’pulito’. Ci volevano i manga a suggerircelo.
Del resto anche Roland Barthes quando parla di Giappone (rileggete L’Impero dei segni, 1970) cita i pacchetti, con l’involucro spesso ripetuto in modo che non si finisce più di disfarli, talmente belli che ’è la scatola l’oggetto del regalo, non quello che contiene’. Dice che la sua esperienza giapponese si è limitata a problemi di ’art de vivre’: acqua, cibo, il Pachinko (praticamente una macchina a soldi), il centro delle città, gli indirizzi, la stazione, come abbiamo visto i pacchetti, la scrittura, l’haïku, la cartoleria, la palpebra. Barthes non ha conosciuto i manga, almeno nel senso moderno del termine (il loro inventore è considerato Hokusai, 1760-1849), sono certa però che gli sarebbero piaciuti e che ad essi avrebbe dedicato pagine raffinate e singolari. Avrebbe certamente dato un senso anche alla polvere dei libri, l’avrebbe ridotta a segno trovandone il significato, quando c’è toglie vitalità, quando l’abbiamo eliminata è come se avessimo scoperto noi ciò che stava sotto, trasformandoci tutti in Indiana Jones alla ricerca dell’ultima puntata del nostro manga preferito.
Non ricordo se la mia amica sulla scala amasse i fumetti, ma era una donna molto intelligente per cui è probabile che non fosse chiusa a questa esperienza. Davanti ai miei occhi, in questa domenica di fine agosto con ancora tutti in vacanza, si è formata l’immagine quasi esilarante del serio Ispettore del Restauro che passa alla colf, con la medesima solennità di un testo di Aby Warburg, un manga e della colf che, con espressione raccolta e compunta, solennemente apre una ad una le pagine e le spazzola senza rispettare, però, il senso di lettura, rimanendo così all’esterno della narrazione, non coinvolta dalla trama, perplessa davanti a una successione di scene al rovescio, dotata, in compenso, di un argomento in più di conversazione, quello della stranezza degli storici dell’arte, che passano da immagine a immagine senza riguardo né per l’alto e il basso né per la destra e la sinistra, rispettosi solo dei suggerimenti dei filosofi e disposti, dunque, a parlare di fumetti solo in fumetteria e solo con il titolare gentile e con i ciccioni al computer, davanti al bancone con la pila dei rimanenti 9 (9!) volumi di Happy Mania della mitica Moyoco Anno, tutti ordinati, sotto cellophane, puliti.
inizio50. Keep Cool

Materiale Bizarr Verlag, Monaco di Baviera www.bizarverlag.de


Il mio frigorifero all’interno è calvinista, rigoroso, ordinato, molti cibi bianchi, latte, yogurth, anche uova candide che sembrano quelle ritratte da Velázquez nel suo dipinto con la vecchia che le frigge, la mia scorta di cosmetici, sempre una bottiglia di champagne. Per il suo esterno sono, invece, ancora lontana dalla perfezione: mi obbligo a tenerlo sgombro, certo non ci sono magneti con la paella o la baguette, evito di attaccarci i post-it (che, altrove, stanno dappertutto. E li leggo, fra l’altro) o la lista della spesa, mi sono data delle regole, per esempio ’o’ Mick Jagger ’o’ David Beckham, non tutti e due insieme (li sottopongo a turni, come si fa quando si ha più di un amante e bisogna stabilire delle alternanze), poi solo una settimana di esposizione per le mail carine, al ritorno da un viaggio, approfittando della lontananza che ha dato profondità e prospettiva alle cose, almeno 15 minuti di riflessione su ciò che può essere eliminato, insomma una tortura, il risultato della quale è, però, un insieme di oggetti che parlano e raccontano una storia, almeno a me. Un tema è ricorrente, quello del There’s No Place Like Home (non state a lambiccarvi il cervello, vi dico io dove lo avete già incontrato: puntata n° 40, Sound & Colour Track, stava all’ingresso), declinato in molti modi. Ci sono poi un paio di cose simpatiche: una placchetta di metallo con magnetino con la scritta ’A woman like me is Hard to Find (...interruzione di deliziosi mucchietti di frutta e verdura) but the Kitchen (evidenziato in giallo, il resto della scritta è blu) is a good place to look’ (davanti a questo messaggio un paio di persone si sono fatte una bella risata, fa piacere che gli ospiti si divertano quando vengono in visita. Non ho avvertito sarcasmo nello sghignazzo, oppure lo sfrigolio della padella della mia famosa omelette - 3 uova a testa, disfatte e non sbattute, ’baveuse’ comme il faut, erba cipollina di complemento - ha coperto tale sfumatura); poi una citazione da As You Like It, ’When I was at home I was in a better place’ (è Touchstone che parla e Shakespeare ci sta sempre bene).
Ciò che, però, rappresenta al meglio la vita domestica è una cartolina della Bizarr Verlag con l’augurio ’have a nice time’: il dettaglio importante è che ’time’ è sbarrato e c’è al suo posto ’cleaning attack’. Il solo guardarla mi riempie di energia e, complici le signorinette anni ’50 che sorridono poco più sotto in una foresta di detersivi, finisce che accetto l’invito. Il premio finale è riportato in basso: ’Then relax. Sit down...put your feet up and rest for a while’. Fatemi sapere (io non guardo mai la tv, con l’eccezione di qualche partita di calcio dei Mondiali e degli Europei) se c’è uno spot, un programma, un animatore, una showgirl in grado di infondere tanto utile coraggio nell’attaccare una nuova giornata, se dal televisore, invece che dal frigorifero (tutti e due, ve lo ricordo, sono elettrodomestici) arriva qualcosa di meglio per pensare rosa e positivo, combattere il blues mensile e anche quello stagionale, ritrovarsi, nella peggiore delle ipotesi, perlomeno con la casa rimessa in ordine. Grazie.
inizio51. God is in Details

Balto Building a Minneapolis, Minnesota, edificio degli inizi del ’900 ora di proprietà del fornaio Greg Martin
Eccone un altro (per quello principale, il nostro Mies, v. puntata n° 33 No liquids allowed). Greg Martin è proprietario di un coffee shop e di una panetteria a Minneapolis, Minnesota. Part-time si occupa anche di ristrutturazione di immobili, è spesso capitato che risistemasse una casa, ci abitasse per un paio di anni e poi la vendesse per passare al progetto successivo. Tralascio il pensiero dell’incapacità di tutti i miei numerosissimi panettieri (non sono mai contenta del pane che compro, per colpa del pane, chiarisco) a sistemare anche il solo bancone di vendita, figuriamoci un appartamento e passo oltre. Greg è anche un esperto di design contemporaneo ed è stato interpellato per dare qualche suggerimento per tirare fuori il meglio dai materiali impiegati per il proprio spazio abitativo (il suo misura 1.200 mq, pensate la fatica che occorre per tenerli puliti ’tutti’): ’Ossessionatevi con il dettaglio. E’ un elemento vitale nel completare un ripristino. Sono diventato pazzo per essere sicuro che tutti i dettagli fossero corretti...Ma quando investi così tanto tempo e tanti sforzi in un progetto non puoi tirare via’ (’tirare via’ in inglese si dice ’to cut corners’, tagliare le curve, ma rimane il concetto di angolo, uno dei luoghi fondamentali dell’esistere e uno dei più difficili da pulire in casa). (Dalla mia rivista di decorazione preferita, inglese, numero di settembre, uscito là il 30 luglio e arrivato qua, con miracoloso anticipo sui tempi consueti - v. puntata n° 23 (S)porco mondo -, il 22 agosto).
inizio52. Una moglie modello

Piera Degli Esposti

Il commissario e la signora Maigret
Mea culpa, non avevo mai letto prima Maigret. Avevo incrociato Simenon in altre esperienze narrative senza che si fosse acceso il fuoco e avevo tralasciato il meglio. Fortuna che Piera Degli Esposti ha registrato tempo fa una serie di chiacchierate nelle quali raccontava le sue letture e che la radio estiva ha mandato in onda la replica (l’indigenza della radio culturale italiana, quella che in passato è stata la migliore al mondo, è una delle cause del mio frequente spleen, tutte annotate, se vi interessa saperlo, in ordine alfabetico. Alla A c’è Alitalia; alla F i fiori, da noi sempre mezzo avvizziti e presentati come se fossero carciofi; alla M tutti e due i Muccino, anche loro in ordine alfabetico, prima Gabriele e poi il giovane Silvio; alla T i taxi e i trasporti pubblici nel loro insieme. Le altre lettere hanno riferimenti variegati che passano dal cinema, anche lui italiano, all’incapacità che hanno nei negozi romani di dirti ’buongiorno’ quando entri, come se dovessi essere tu a salutare loro e non viceversa. Vedrete che avremo occasione di tornarci sopra). Voi guardate un po’ anche come funziona l’ascolto. Ricordavo perfettamente di avere già sentito quella puntata perché avevo anche preso un appunto su una nota deliziosa, la definizione di Londra ’città zitella’, che sta bene da sola e si occupa dei propri giardini. Maigret non aveva lasciato tracce. Stavolta i campanelli mi sono suonati tutti e tutti insieme (ai miei studenti piace molto questa frase, la uso con loro quando riferisco di un artista appena conosciuto che stiamo per mettere nel nostro pantheon collettivo e capiscono al volo), evidentemente i tempi erano maturi. Piera parlava delle portinaie di Maigret, degli omicidi che si risolvono spesso nel gabbiotto fra l’odore di frittata, di una incisività di Simenon quando è alle prese con il suo commissario che altrove non c’è. Ho spento la radio, sono uscita, sono andata alla Librairie Française, ho chiesto dove fosse Simenon, quasi mi è preso un colpo davanti ai due scaffali pieni, ho ripreso coraggio, ho dato una rapida scorsa alla quarta di copertina di alcuni volumi, ho scelto Maigret et le corps sans tête perché il cadavere usciva a pezzi dal canal Saint-Martin, quello dove Amélie va a tirare i sassi e butta il suo pesce rosso con tendenze suicide e Amélie è una delle mie stelle fisse. E mi sono immersa nella Parigi del 1955 e in una giornata di primavera descritta attraverso i colori, dal giallo crudo del primo mattino della facciata dell’edificio di rue des Récollets all’angolo della quale c’è un ’petit bar’ fino alla nebbia bluastra che galleggia sul far della sera oltre i vetri del bistrot di Omer Callas e di sua moglie Aline. Un incanto. A parte i problemi che mi ha creato all’inizio la lettura a causa dell’esercizio che stavo facendo con i manga (v. puntata n° 50 Nuvole in viaggio), senza peraltro che stessi masticando alcuna gomma americana, il fuoco è, finalmente, divampato. E ho conosciuto quasi subito anche Madame Maigret, che, alle sette del mattino, boulevard Richard-Lenoir, ’già fresca e vestita, profumando di sapone’ è occupata a preparare la prima colazione mentre suo marito dorme ancora. Mi impegno a tenervi informati sugli sviluppi della faccenda: se la testa sarà o no ritrovata, se Maigret andrà a casa a cena (già a pranzo ha lasciato a bocca asciutta la sua signora che aveva cucinato ’haricot de mouton’ preferendole l’ispettore Lapointe e andando con lui alla Brasserie Dauphine); se l’invadenza del giudice Coméliau, nemico intimo del commissario, sarà arginata oppure no; se, soprattutto, l’odorosa Madame Maigret darà una bella passata di sapone anche alla sua casa e come Simenon descriverà il meraviglioso rituale della casalinga anni ’50, donna tranquilla, lasciata ad attendere nel suo regno domestico, priva, fra l’altro, del conforto delle Soap Opera, figuriamoci dell’Opera Soap, pronta ad accogliere a sera il suo guerriero per trasformarsi nel suo fedele e pulito riposo.
inizio53. Thank God It’s Friday

Natalia Aspesi

Uomo (estone)

Fiordilatte Motta, pubblicità anni ’60
Sono una fedelissima del Venerdì di Repubblica, non ne perdo un solo numero e quando sono, come si diceva una volta, all’estero, dove non arriva con il quotidiano, chiedo sempre a una persona gentile di mettermelo da parte. Una volta domandai la cortesia a mia sorella; appena mi fu possibile, al ritorno, mi feci invitare a cena per prendermi la rivista, finite le chiacchiere rientrai e, al primo semaforo, cominciai a sfogliarla. Mi accorsi con orrore che erano state strappate le pagine di ’Questioni di cuore’ di Natalia Aspesi, chiamai la parente dal cellulare dal mezzo di piazza Cola di Rienzo, ma che cosa pensava che mi interessasse, i programmi televisivi? No, perché probabilmente sapeva che non guardo mai la televisione e poi erano scaduti da almeno 13 sere; la rubrica di Gianfranco Vissani? Per carità, una volta scrisse di sbucciare i piselli, non, chiarisco, di toglierli dal baccello ma proprio uno ad uno e pure senza l’aiuto delle formiche e decisi da allora che era un maniaco cui non si doveva prestare ascolto. Che altro, dunque, se non le risposte ai malati d’amore della donna più intelligente, ironica, cinica quando è il caso, sempre lucida, acuta, coraggiosa, mai disperante che ci sia in Italia? Per me Natalia è l’equivalente moderno di Brunella Gasperini che, con il nome di Candida, firmava quando io ero bambinetta una rubrica simile su un noto settimanale femminile.
Sottraevo il giornale alla genitrice e mi andavo a leggere di nascosto lettere e risposte, ricavandone talvolta un certo senso di sconcerto, per esempio quando venivo a sapere che i fidanzati erano soliti chiedere alle fidanzate ’la prova d’amore’. Nella mia mente appena alfabetizzata si era formata l’idea che questa prova avesse a che fare con le scritte sui bastoncini del Fiordilatte Motta che andavo leccando in giro: se c’era solo il nome del gelato era finita lì, se, invece, c’era stato un colpo di fortuna, compariva la frase ’Hai vinto un altro Fiordilatte’, si portava la prova (della vincita) al bar e il gestore ti dava quello che ti spettava. Cosa da me, peraltro, non sempre gradita perché non sono mai stata una mangiona, per cui due Fiordilatte, uno di seguito all’altro, mi davano la nausea; ma qualcuno cui offrirne uno si trovava sempre. Mi facevo dunque dei film in cui i dialoghi erano questi: LUI: ’Mi dai la prova d’amore?’. LEI: ’L’ho appena data al gelataio’. Oppure. LUI: ’Mi dai la prova d’amore?’ . Lei: ’Sì, prendi pure perché tanto a me fa venire il voltastomaco’.
Brunella che, venni a sapere molti anni dopo, abitava con tutta la famiglia, cani compresi (conoscevo tutti per nome perché lei tutti citava), nel medesimo condominio milanese della cugina (piemontese) di mia madre che fremeva di piacere davanti ai suoi pavimenti lustri, fu una delle menti più illuminate d’Italia e passò la vita a cercare di fare luce nelle teste di parecchie scriteriate con eye liner e capelli cotonati che, nei primi anni ’60, non solo non sapevano se dare o no via il proprio Fiordilatte, ma che erano anche incamminate, in goffaggine e confusione mentale, su una strada di modernizzazione che, si sa, qui da noi aveva aspetti simili alla discesa di rafting in Colorado già citata. Mi chiedo sempre perché, con tutte le tesi improbabili se non demenziali che danno nelle facoltà umanistico-sociologiche, nessuno si sia messo a studiare il ruolo, molto simile per limpidezza morale e pubblica utilità, di queste due signore, assolutamente superiori per autorevolezza e risultati a tanti psicologi che hanno, per dirla alla Maigret, ’un’esperienza della vita’ decisamente inferiore alla loro e che quella vita non sono nemmeno capaci di immaginarsela.
Dicevo, allora, che leggo fedelmente il Venerdì, sempre cominciando da Natalia e spesso buttando via tutto il resto (i giornali italiani mi danno lo spleen e stanno nell’Elenco, ovviamente alla lettera G. Nemmeno Baudelaire amava i giornali, anche in questo la mia âme soeur mi soccorre e mi conforta). Accade, però, che, fra un manga e l’altro, ne sfogli qualche pagina. Oggi, per esempio, ho dato un’occhiata al ’Ritmo italiano’ che si è occupato di raccontarci i nostri tempi nazionali nel momento sensibile della fine delle vacanze.
Il dormire, il mangiare e la cura del corpo occupano, dunque, gli uomini per 658 e le donne per 660 minuti quotidiani. Confermo: dormo (donna) 7 ore e mezzo (= 450 minuti), ne trascorro 2 e mezzo in bagno (= 150 minuti. E’ il mio lato più femminile. I tempi sono calcolati sulla routine giornaliera. Se mi decido per qualche trattamento estetico più elaborato, sforo. Barry Lyndon faceva una toletta che durava almeno 2 ore. Nel caso dovessimo coabitare, metterei come condizione a Lord Lyndon di avere un mio bagno personale), 60 minuti li utililizzo per mangiare e ho finito il mio monte-minuti per le attività citate. Mi viene il sospetto che molta gente stia a tavola 180 minuti, ne dorma altri 450 e, quindi, in bagno non ci stia, tutto sommato, più di 30 minuti al giorno. In questo caso lo si potrebbe condividere (a patto che tutti i miei cosmetici fossero considerati intoccabili).
Al lavoro è dedicato poco tempo: 342 minuti per gli uomini e 163 per le donne. Credo che abbiano fatto una media con le festività e le vacanze, però, letto così, il risultato è eloquente e spiega perché le cose da noi non brillano da un po’. Lascio perdere tempo libero, viaggi e vita sociale (perché non hanno messo tutto nel tempo libero? Hanno capito che la vita sociale è una corvée che va valutata a parte? Causa spleen sono, forse, diventata misantropa).
E arriviamo ai dati che ci interessano, quelli relativi al lavoro domestico. Gli uomini in 10 minuti quotidiani lavano, puliscono e stirano (il loro motto potrebbe essere ’presto e bene’). Le donne ce ne impiegano 132. Poi comincio a confondermi un po’ perché alla voce ’lavoro domestico’ trovo 73 minuti per gli uomini e 308 per le donne. Forse che lavare, pulire e stirare non fanno parte dei mestieri? La spolveratura è a parte? Cucinare è ’mangiare’ o ’lavoro domestico’? Il tempo dedicato allo studio fa impallidire, 9 minuti per gli uomini e 13 per le donne, probabile che i cervelli dell’Eurostat li abbiano utilizzati tutti per la loro statistica. I viaggi di piacere sono citati a parte rispetto ai viaggi tout court, i bambini si curano per 21 o 59 minuti al giorno (e in tutti gli altri minuti, chi li guarda, li nutre, li pulisce, li intrattiene, li educa?), è citato il volontariato ma non compaiono gli animali domestici, insomma un gran minestrone nel quale fatico a trovare una logica.
Una cosa però è chiara: fra i 14 paesi europei l’Italia vede i suoi uomini all’ultimo posto per il tempo dedicato al lavoro domestico. Primi sono gli Estoni, seguiti dai Belgi, dagli Ungheresi e dagli Sloveni; i Francesi stanno al nono posto e poco peggio degli Italiani sono i Lituani e gli Spagnoli, piazzati al tredicesimo e al dodicesimo posto.
Non c’è niente da fare, gli uomini il lavoro domestico lo snobbano e Brunella e Natalia ci confermerebbero che le cose stanno così, che la regina della casa, negli anni ’60 e anche nel XXI secolo, è la donna perché questa è la sua vocazione, gli uomini preferiscono guardare la TV, fare sport, spostarsi da e per il lavoro (chiedo che mi sia spiegato il senso dell’uso di queste preposizioni perché mi sfugge), fare giardinaggio, dormire, magari giocherellare con il Fiordilatte che viene loro offerto da signore e signorine fortunate al gioco del bastoncino e rese generose forse dalla simpatia, forse dallo stomaco pieno.
inizio54. Variazioni
Ho segnato con una pietra bianca sul calendario la giornata di oggi, 29 agosto. La colf è rientrata dalla villeggiatura dopo 27 giorni di assenza. Intorno alle dieci è entrata, mi ha abbracciata, mi ha portato pomodori sott’olio, un pecorino che promette bene e i biscotti del paese. Era abbronzata e commossa.
Dopo lo scambio di informazioni consuete lei ha impugnato stracci e detersivi, io ho imboccato la porta di casa. Me ne sono andata a spasso, al vivaio e a comprare lo Chablis. Il rumore dell’aspirapolvere, che veniva da casa mia senza che io ci fossi dentro e che ho sentito fino al piano terra, mi ha dato le medesime sensazioni di felicità e pienezza che di solito mi vengono solo dallo Steinway di Glenn Gould.
inizio
55. Un angolo di paradiso

Henri Gervex, Rolla, 1878

Andrée Putman www.andreeputman.fr

CAPC Bordeaux (Robert Morris, Steam, 1995) www.bordeaux.fr
In quest’ultima domenica dell’agosto 2008, con un sole ancora implacabile in cielo, ci mettiamo tutti in un angolino e da lì guardiamo il mondo.
Ormai avete imparato a riconoscere qualcuno degli abitanti del mio pantheon. Oggi vi presento la triade più solida, quella composta da tre grandi signore, tutte francesi (probabile che non sia un caso), che hanno per me carattere di ’référence’ assoluta. Metto nelle parentesi la loro professione, però prendetela come il mio garagista dice che si devono fare le manovre, alla lunga e alla larga, perché ogni definizione sta loro stretta e, frequentandole, lo si capisce facilmente. In ordine cronologico: Charlotte Perriand (1903-1999, architetto d’interni; l’abbiamo già intravista attraverso una citazione proprio all’inizio di Opera Soap); Simone de Beauvoir (1908-1986, scrittrice); Andrée Putman (1925, designer, anzi: Grande Dame du Design Français). Ho incontrato le tre mesdames in età adulta: ho, così, il dispiacere di non averle avute accanto negli anni iniziali della formazione e il piacere di godermele in lucidità e esperienza. Tutte e tre donne di talento, intelligenza e carnalità, sono state (Andrée lo è ancora) protagoniste di un secolo in cui tutto è successo e tutto a una velocità che dà le vertigini. Oggi ci faremo tenere compagnia da una di loro, le altre due vi prometto che le ritroveremo presto.
Dunque, cominciamo. Nell’estate del 2004 decisi che era il caso di andare a bere un buon bicchiere di Bordeaux sul posto. C’era, al Musée des Beaux-Arts, un dipinto che volevo assolutamente vedere, il Rolla di Henri Gervex (1878) che raccontava la storia bollente (ricavata da Alfred de Musset, 1833) di Rolla che aveva speso i suoi ultimi denari per passare una notte con la bellissima Marion e che al sorgere del sole, mentre lei giace nuda e sfinita in un letto che è diventato un campo di battaglia, le rivolge un ultimo sguardo prima di suicidarsi. Capite bene che l’attrazione, di Rolla per Marion e mia per tutti e due, era fatale. C’era, inoltre, in città, il CAPC Musée d’Art Contemporain, un deposito di derrate coloniali in pietra costruito nel 1824, di 15.000 mq di ampiezza che Andrée Putman aveva contribuito a ripristinare. Ora, quando lei tocca qualcosa, questo qualcosa diventa come per incanto moderno. Vi suggerisco di dare un’occhiata alla sua decorazione (impariamo finalmente questo termine, per niente riferito alle palle di Natale) dell’ufficio di Jack Lang quando, nel 1985, era ministro della Cultura. Senza farsi demoralizzare dalle boiseries dorate e dai lampadari con le lampadine a goccia, Andrée è intervenuta a modo suo: una scrivania, alcune poltrone, un corridoio che ha potuto vuotare e arredare come le pareva, alcune lampade da terra. Il risultato fa piangere (di ammirazione e di invidia), la contemporaneità che si innesta sulla tradizione, dialoga, rinnova, il tutto nell’assoluto rispetto del luogo. Lascio stare qui Jack Lang che, lo ricordo, fu il più grande sostenitore dell’intervento con le colonne di Daniel Buren a Palais Royal (Les Deux Plateaux, 1985), il mio posto preferito a Parigi, e che ancora oggi che non è più ministro è una delle personalità più autorevoli di Francia in fatto di cultura contemporanea, perché se ci penso mi viene lo spleen e la puntata finisce qui. Qualcosa mi dice che lui l’arte contemporanea l’apprezza, la promuove, la sostiene e che qui da noi il suo omologo la pensa in un altro modo.
Una mattina, allora, mentre sono a Bordeaux, parcheggio la macchina accanto al CAPC, prendo fiato perché sono emozionatissima e entro.
Mi accoglie il luogo più piranesiano che ci sia sulla faccia della terra, spazi enormi e neri come l’anima del grande incisore veneto si aprono davanti a me, tutti nettamente, lucidamente, elegantemente ripensati da questa donna che, per niente intimidita, stavolta, dal respiro immenso del posto, ha segnato dei percorsi attraverso la messa in opera di luci, lampade, bacheche. Molte leggende sono fiorite intorno alla commissione affidata ad Andrée Putman da Jean-Louis Froment, responsabile di quello che stava diventando il CAPC: che lei abbia fiutato l’odore delle spezie, che le porte esterne blu, il suo colore ’fétiche’, l’abbiano convinta della necessità di accettare l’incarico (è una che crede nei segni, se ci crede lei dobbiamo crederci anche noi), che l’ampiezza del luogo abbia risvegliato in lei la memoria delle estati che era solita trascorrere all’Abbazia di Fontenay (avete letto bene. Era proprietà di famiglia). Il suo lavoro si andò ’a situare nella trascendenza di ciò che è obbligato’, lei espresse il suo ’stato dello spirito molto astratto’, lei, in una parola, fu la prima designer a mettere le mani su un museo per rinnovarlo e ce le mise in modo tale da farlo diventare uno dei più affascinanti luoghi di esposizione del contemporaneo del nostro tempo. E il CAPC, per lei, fu la prima esperienza in questo senso.
Molti segni, dunque, e tutti molto magici, impegnativi, stimolanti.
Al punto che mi venne una gran fame e decisi di salire al ristorante. Anche qui Andrée era intervenuta. Pranzai su una terrazza stretta e battuta dal vento, avvolta da una poltrona dall’immenso schienale, con intorno panchine che erano un omaggio all’asiatismo di Margherite Duras e nel piatto di immacolata porcellana un tris di formaggi dei Pirenei accompagnati da una marmellata di ciliegie nere. Come contorno un’insalata la cui delicatezza avrebbe incontrato il gusto di Venere in persona (vi va di fare con me il giochino del ’che cosa mangiano gli dei’? Proviamo. Allora: Venere, insalata del CAPC; Atena, l’intellettuale che sta sicuramente al computer dalla mattina alla sera, quasi una no life, pizza fredda; Giunone, bucatini all’amatriciana; Diana, cacciagione; Vulcano, crêpes Suzette; Mercurio, un hamburgher al fast food; Marte, un barattolo di SPAM, la carne in scatola dei soldati americani, così impara a fare la guerra e non l’amore; Saturno, i propri figli. Vi prego di ampliare il menu, se la cosa vi diverte).
Rinfrancata dall’eleganza dell’ambiente e dalla bontà del cibo (occhio alla sua radicale semplicità, niente era passato per i fornelli. Un esempio perfetto di come dovrebbe essere, secondo me, il nutrimento: minimale e di qualità assoluta), tornai nelle sale gigantesche riservate alle esposizioni, nelle quali il décor (ecco il senso di ciò che non è una palla di Natale) era stato tenuto in uno stato vicino all’assenza perché le opere fossero il più possibile esaltate.
Guardai tutto, religiosamente, professionalmente, in preda a un’ammirazione incontenibile: una serie di allestimenti non tronfi, non ufficiali, non clamorosi, tutti grondanti inventiva e intelligenza.
La cosa che più mi piacque fu una mostra piccina dedicata agli angoli. Il titolo era ’A Angles vifs’. Appresi, così, che le avanguardie dell’inizio del XX secolo e altri artisti che le avevano seguite avevano esplorato uno spazio di creazione ben particolare, al quale le epoche precedenti avevano dato poca importanza: l’angolo. Beuys, Flavin, Matta-Clark, Morris, Sandback, Gober, Stratmann e tanti altri artisti si erano messi, come stiamo noi adesso, in un angolo e avevano riflettuto su uno spazio difficile da gestire, che obbligava a un ripensamento dell’allestimento dell’opera e che anche la lingua indicava come sensibile.
Si mangia su un angolo della tavola; si punisce un bambino mettendolo in un angolo; ci si scalda all’angolo di un camino; ci si vede al bar all’angolo; si fa un picnic in un angolo tranquillo; c’è un angolo di Parigi che prediligo; ti ho cercato ai quattro angoli del mondo; vedo un angolo di cielo blu; l’angolo del bricolage ai grandi magazzini; l’angolo del filatelico sul quotidiano; ci si nasconde in un angolo; si cucina nell’angolo cottura; conservo un ricordo di te in un angolo della mia memoria. In francese ’sourire en coin’ indica ironia e ’regarder du coin de l’oeil’ significa sorvegliare di nascosto; c’è il ’jeu des quatres coins’ che giochiamo anche noi, solo che i nostri sono cantoni; quando una persona ha un aspetto inquietante si dice che non la si vorrebbe incontrare ’au coin d’un bois’; anche da noi le cose banali si trovano a ogni angolo di strada; da loro Charles Aznavour in una notissima canzone si mette ’dans un coin’ e non ’tra di voi’ come ci hanno fatto credere (anche lui, come Carla Bruni, ha dovuto risolvere problemi di metrica) e il ’petit coin’ è il gabinetto. In inglese c’è ’corner’ (che abbiamo incontrato alla puntata 52 God is in Details) ma c’è anche ’angle’, che significa ’punto di vista’, me ne sono accorta stamattina (un segno!) prendendo in mano Tender is the Night di Francis Scott Fitzgerald (vi ricordo che il titolo, bellissimo, cita un verso dell’Ode to a Nightingale di Keats): ’Il punto di vista di Rosemary’, tradotto da Fernanda Pivano per Einaudi nel 1949, è nel mio Penguin ’Rosemary’s Angle’.
C’è materiale per rifletterci sopra per tutto l’autunno.
E questo vi invito a fare, insieme all’ispezione degli angoli della vostra casa: controllate lo stato di manutenzione (occorre un’attrezzatura speciale, tipo il ficcanaso obliquo dell’aspirapolvere), vedete se sono occupati da un’étagère di forma, giustamente, triangolare oppure se li avete lasciati vuoti e perché (da me, mi sono resa conto, non pochi angoli sono impegnati: da un’orchidea, da due sgabelli, una poltroncina, il carrello della frutta, la bilancia).
E fatemi sapere se vi erano venuti in mente tutti questi usi dell’angolo (a me, prima del CAPC, assolutamente no) o se, invece, è stata ancora una volta l’arte a aprirvi gli occhi, a un’estremità dei quali è certamente spuntata una lacrima di commozione davanti alla presenza di una donna come Andrée Putman in un pantheon che volentieri vi invito a visitare e a dividere con me, a patto, però, che lo teniate pulito, anche nei recessi negletti e nei punti difficili, insomma in tutti i suoi angoli.
inizio56. Light my Fire (Come on, baby)

Aki Kaurismaki, La fiammiferaia, 1989

Hans Christian Andersen, La piccola fiammiferaia, 1848

Sono rientrati tutti, ma non è questo il problema. E’ che si sono dimenticati di vestirsi da città e gli uomini girano in calzoncini corti, capaci di coprire di ridicolo chiunque abbia superato i 7 anni e 11 mesi di età o stia fuori da un campo di calcio, e ciabatte. Vado dal tabaccaio a comprare i fiammiferi per la cucina. La ragazza con i pinocchietto mi propone prima una scatola con delle pansé gialle. Le chiedo se ha qualcosa di più discreto e lei risponde con due enormi fragole (e ricetta della torta fragolina), una testa d’aglio accanto a un broccolo e una pastiera (quest’ultima senza ricetta). Dietro di me si è formata una fila nervosa, chissà come accendono a casa loro il gas questi qui.
Per farla breve decido di comprare tutto e di gettarlo al cassonetto uscendo. Ma ho finito la scorta e ho bisogno di zolfanelli.
Penso al film La fiammiferaia (1989) di Aki Kaurismaki, gelido, minimale, con la storia di Iris che ha il suo letto in un angolo della cucina, lavora in una fabbrica di fiammiferi e si fa mettere incinta da un uomo incostante. La sera, quando rientra, trova la madre e il patrigno davanti alla televisione. Una volta la vediamo al giardino botanico, di notte, mentre parla con un fiore che, un po’ come lei, fiorisce una sola volta l’anno.
A un certo punto avvelena i genitori. Mi chiedo perché, visto che i suoi fiammiferi sono un modello di bellezza, tradizione e rigore, assolutamente finlandesi nella funzionalità. Forse non le sono bastati? Forse la sua dose di disperazione è normale? E, mi chiedo, se le sue scatole avessero avuto sopra aglio e broccoletti, sarebbe stata meno infelice oppure sarebbe davvero esplosa, versando veleno per topi in tutte le bibite che hanno caricato nel carrello al supermercato i vacanzieri attardati, ancora in mutande, con l’aria di quelli che hanno ormeggiato fuori il pattino, felici di ritrovarsi l’atmosfera della spiaggia oltre che addosso anche in cucina, sulla confezione di fiammiferi nell’edizione estiva, con l’enorme fetta di anguria e sullo sfondo gli ombrelloni oni oni?
inizio57. L’aria del sorbetto, 3 (un panino, una birra e poi...)
’...quanta polvere c’è
dentro casa è tutto un velo
La cucina guarda che cos’è
quanti piatti sporchi da lavare
e mia madre sempre qui
che ripete non lasciarti andare
E la gente intorno a me
come un gufo vuole guardare
ma di strano cosa c’è
questa casa ha visto amore
oggi vede un uomo che muore...’
(Battisti-Mogol, Vendo casa, 1971, nel video l’interpretazione dei Dik Dik)
(N.B. Guardatevi su youtube.com la bella versione di Ornella Vanoni. Cambia le parole - ’oggi vede una donna che muore’; ’sono senza trucco come tu mi vuoi’ - ma non fa le pulizie nemmeno lei. Proprio come un uomo)
58. L’aria del sorbetto, 4 (quattro passi a piedi)
’...La bidella ritornava dalla scuola un po’ più presto per aiutarmi
"ti vedo stanca hai le borse sotto gli occhi
come ti trovi a Berlino Est?"
Alexander Platz aufwiederseen
c’era la neve
faccio quattro passi a piedi
fino alla frontiera:
"vengo con te".
E la sera rincasavo sempre tardi
solo i miei passi lungo i viali
e mi piaceva
spolverare fare i letti
poi restarmene in disparte come vera principessa
prigioniera del suo film
che aspetta all’angolo come Marlene...’
(Franco Battiato, Alexander Platz, 1989, nel video l’interpretazione di Milva)
(N.B. Quando Battiato canta questa canzone cambia i versi: ’...e ti piaceva spolverare fare i letti’. Vedi puntata 34 Edizione straordinaria: finalmente rivelato perché gli uomini non fanno le pulizie. A quanto pare, nemmeno nelle canzoni)
59. Quello che le donne non dicono

Uomo macho
‘Se dovessi dare un consiglio alle ragazze, direi loro: 'Se non vi viene naturale, non cercate di essere femminili. C’è una quantità di roba geniale da prendere ai maschi: guadagnare denaro, l’aggressività, la notorietà, la scrittura, bere alcool, dire volgarità, divertirsi…Visto che il femminile e il maschile sono stati dettati dagli uomini, fatalmente essi hanno messo il meglio dalla parte loro.’ (Virginie Despentes, 1969, scrittrice e regista, primo libro Baise-moi, 1999).
Sono d’accordo. Per rimanere in tema (nel mio tema) ricordo che gli uomini non hanno messo dalla loro parte, lasciandoli generosamente alle donne, i lavori di casa.
60. Settembre, andiamo

Carl Larsson, La camera da letto di papà, 1894-1897

Donald Judd, Green Boxes , 1967

Auguste Rodin, Il pensatore , 1880
Vi siete svegliati le coeur aux lèvres chiedendovi che cosa stavate facendo lì?
Il primo temporale invece di rinfrescarvi le idee ve ne ha fatte venire di più vicine alla tristezza che alla bellezza?
La conversazione del/la vostro/a partner vi dà il desiderio di passare le braccia intorno al suo collo e di premere le dita in un punto preciso come avete visto fare più volte al cinema per farlo/a tacere almeno fino al pronto soccorso?
Avete sentito distintamente imprecare come un carrettiere perché gli fa orrore tornare sui banchi il vostro bambinetto che preparava la cartella per il primo giorno di scuola proprio mentre lo stavate descrivendo ai nonni come una creaturina sensibile all’odore dei quaderni nuovi e alla prospettiva di fare la punta a tutte le matite?
Il primo film italiano della stagione vi è sembrato inguardabile al punto che avete sostenuto nella rituale cena dopocinema che se il regista fosse andato a farsi un giro invece di dare il primo ciak la storia dell’ottava arte non ne avrebbe risentito?
Avete visto le vetrine fatte di fresco e francamente ve ne infischiate del ritorno del tartan che pensavate ormai appannaggio esclusivo di Sean Connery quando decide di darci giù con il whisky?
La vita del protagonista del vostro manga prediletto vi sembra mille volte più eccitante della vostra e il vostro parrucchiere, in aggiunta, non vi vuole fare il suo medesimo taglio di capelli perché sostiene che per voi è esagerato?
Il primo invito degli amici per una seratina vi ha fatto ammettere la legittimità della segreteria telefonica che li avrebbe lasciati nel dubbio sulla vostra presenza in città?
Vi siete accorti che il vostro cane sbava, perde il pelo, vi sporca la casa, vi costa un occhio della testa di veterinario e in più vi guarda come un dispenser di crocchette maleodoranti?
Il vostro futuro vi sembra tetro come un racconto gotico privo, però, della sua suspense?
Niente paura, è il mood della rentrée. Ma l’arte è qui, ancora una volta, per soccorrervi.
Dunque.
1. Lavatevi la faccia con l’acqua bella fredda e andatevi a rileggere le sue virtù così come sono descritte da Lidia, la madre della protagonista di Lessico famigliare, che prendeva docce gelide cantando a piena voce: Io son don Carlos Tadrid / E son studente in Madrid. Anzi, rileggetevi tutto il libro di Natalia Ginzburg, spesso si fa riferimento ai lavori domestici (‘‘Avevo una donna, che si chiamava Martina. Mi era molto simpatica. Pensavo, però: ‘Chissà se fa bene la pulizia? Chissà se spolvera bene?’ Nella mia totale inesperienza, non riuscivo a capire se la mia casa era pulita o no…’’) e le tragedie dell’esistenza appaiono trasfigurate dalla grazia della scrittura. (Fatevi anche uno shampoo lungo e accurato e massaggiatevi la testa come se foste in una Spa di Bali, senza però la compagnia degli italiani attaccati al cellulare in vacanza a un metro da voi).
2. Lavate il pavimento della stanza in cui vi trovate, spolverate il tavolo al quale siete seduti, rifate il vostro letto tirando bene le lenzuola, riducetelo a un solido geometrico. Guardate gli acquerelli di Carl Larsson (1853 – 1928), i suoi interni in cui il disordine è perfettamente misurato, le sedie sono accostate al muro a uguale distanza l’una dall’altra, i bambini sono simpatici, i fiori freschi non mancano mai e la sera è bello stare a leggere o a cucire alla luce della lampada.
3. Lavate le lenti dei vostri occhiali, date loro una bella insaponata, sciacquatele sotto l’acqua corrente e asciugatele con il rotolo cucina (se l’avete comprato al discount, fermatevi, potrebbe essere fatto con carta vetrata riciclata). Nessuno pulisce mai gli occhiali come si dovrebbe, né il parabrezza della macchina o lo specchio del bagno. La vista, senso massimamente sollecitato dalle arti dette, appunto, visive, vi è indispensabile per entrarci in relazione. Fate in modo, per quanto possibile, di eliminare tutti gli ostacoli, le ditate, le zone di sporcizia, anche mentali, che si frappongono fra voi e loro.
4. Buttate tutte le piante sdutte che avete sul balcone, andate al vivaio e prendete un carrello. Guardate con compatimento i clienti che hanno messo nel loro 1 ciclamino, 1 begonia, 1 bouganville, 4 peperoncini, 1 crisantemo, 3 eriche e 2 veroniche. Voi riempite il vostro con vasi tutti uguali e scegliete un solo colore. Ispiratevi alla serialità del Minimalismo, a Donald Judd e alle sue Green Boxes (1967), tutte perfettamente identiche e accuratamente pulite. Contro lo spleen sono meglio di un’intera farmacia di psicotropi.
5. Cercate le tavolozze autunnali nei vostri artisti preferiti, il bruno van Dyck, le strade di paese di Sisley, le nature morte stagionali di Caravaggio, le melagrane di Gentile da Fabriano, il nord dei Romantici tedeschi e dei primi Impressionisti, luminoso ma mai affogato nel colore, i campi autunnali di van Gogh che virano dal rosso all’arancio e si infiammano al tramonto.
6. Guardate Il pensatore di Rodin (1880), d’accordo, non vi tira su il morale. Però quel corpo che sembra piegarsi sotto il peso della preoccupazione, la testa pesante che il braccio fa fatica a sostenere, la potenza della muscolatura che l’esercizio della mente rende inutile raccontano la malinconia che genera non solo il pensiero ma anche la creazione, quello stato di vague à l’âme di cui abbiamo già parlato e che Jean Clair, nei suoi successivi lavori e nelle sue incarnazioni (storico dell’arte, scrittore, direttore del Musée Picasso, grande intellettuale di respiro amplissimo), ci ripete essere il presupposto di ogni opera d’arte, frutto succoso e saporito di umori sempre in bilico e di quel movimento perpetuo fra tristezza e eccitazione che ben conoscono i creatori.
7. Leggete Opera Soap, è un gioco che vi intrattiene suggerendovi che l’arte sta dappertutto, soprattutto nella mente di chi sa guardare, e che la storia dell’arte così come la facciamo noi, via i paludamenti, dentro la freschezza dell’approccio sempre rinnovato, spalancati gli occhi su tutte le immagini che ci capitano a tiro, è il modo migliore per appropriarsene, per farla nostra e trasformarla nel nostro pane: alimento base della vita, buono per definizione, quotidiano.
61. Fino all'ultimo bicchiere

Tadashi Agi & Shu Okimoto, Les Gouttes de Dieu, Giappone 2005-Francia 2008

Librairie L'Aventure, via del Vantaggio 21 Roma
Sto leggendo un manga magnifico, Les Gouttes de Dieu, sceneggiatura Tadashi Agi, disegni Shu Okimoto (occhio! La sceneggiatura è in prima posizione e sta molto bene ad indicare il tono letterario dell'opera), parla di vino e me lo ha segnalato Stefano de L'Aventure, che ringrazio da questa schermata. Ne parlavo un paio di giorni fa con i miei studenti, rimproverandoli nemmeno troppo fra le righe di essere distratti riguardo al loro talento laddove i loro coetanei giapponesi narrano storie in cui alla divina bevanda si intreccia, come spesso accade da loro, il tema della realizzazione di sé attraverso la professione.
Ieri sono andata a comprare i volumi 2 e 3 e Monsieur Jakie, francese e appassionato di fumetti, cioè persona speciale, titolare della libreria di via del Vantaggio, mi ha augurato mentre uscivo 'Bonne dégustation'.
Era appena sorta la luna, il tempo stava cambiando e la città aveva assunto linee nitide. La mostra di Jean Prouvé all'Ara Pacis mi è sembrata bella nel suo asciutto tecnicismo.
Poco più tardi, all'enoteca ai Banchi Vecchi, la conversazione come una meringa era montata ed era ugualmente appetitosa. Al quarto spumante (buono quasi quanto uno champagne) mi sono alzata per chiedere a Anna come lavava i bicchieri. 'Con la macchina', mi ha risposto. Ma era una lavabicchieri. 'E a casa?', le faccio. 'A mano, perché non ho la lavastoviglie'. Tre figli e, su sua ammissione, cinquanta persone a pranzo a Ferragosto al mare non l'avevano convertita alla tecnologia, riservata alla bottega.
Il vicolo che avevo imboccato era cieco e probabilmente anche sordo. Perché i miei Nachtmann, messi in lavastoviglie, erano diventati opachi e i Riedl stavano, invece, benissimo? Perché i trent'anni di televisione commerciale, quelli che hanno atrofizzato i desideri dei miei studenti, non sono stati interrotti da un programma in cui un fisico, invitato, insegnava finalmente la gestione dei cristalli di casa? L'unico ad avere tentato una risposta al mio interrogativo con qualche senso era stato in passato un tecnico che, appiattito sotto allo sportello nella mia cucina, aveva bofonchiato qualcosa a proposito della temperatura. E perché, allora, i costruttori di lavastoviglie non pensavano a macchine più versatili, affini alle lavatrici nelle quali si mette il collant da fare svelto da solo a freddo e le lenzuola, anche a 90°?
Impostiamo un biglietto per il nostro blog nascente. Fateci sapere come lavate i bicchieri a casa vostra. Astenersi utilizzatori di bicchieri di vetro (troppo facile), di plastica (inaccettabile) e astemi non utilizzatori di bicchieri.
inizio
62. Glasnost

Donatello, Maddalena, 1453-55

Masaccio, Madonna del Solletico,

Domenico Veneziano, Pala di S. Lucia dei Magnoli, 1445-47
Sono stata tre giorni a Firenze in sopralluogo. Come sta la città? Male, grazie. Migliaia di turisti ancora in mutande e ciabatte l'aggrediscono e girano leccando coni gelato, l'audace risistemazione del Museo dell'Opera del Duomo è contraddetta dai cartellini sotto le sculture, volentieri scritti a mano, un traffico infernale di autobus, scooter, macchine e biciclette si stipa nelle strade gioiello del centro storico, negozi infami hanno preso il posto di botteghe che da sole valevano il viaggio, la Venere di Botticelli, di bellezza così malinconica e struggente, sta dappertutto, trasformata in magnete, segnalibro, su un verso della pianta della città. Poi però la gentilezza dell'accoglienza in albergo, la bontà del cibo e del vino, lo strazio potentissimo della Maddalena di Donatello (sto pensando di utilizzarla per la locandina del mio Zombie Day, la faccia scarnificata, i denti sconnessi, quel corpo tutto fremente di dolore e di ricordi raccontano così bene lo splendore passato e il vuoto siderale del presente, ancora bellissime la mani e rotondi i muscoli delle braccia, a conferma della carne che ha goduto e che, proprio perché carne, soffre), il minimalismo meditativo del Beato Angelico, la forza di Masaccio al Carmine che ti investe come un'onda gigantesca e solidificata, le coltellerie frequenti, sintomo di un carattere che non demorde, e qualche luogo inatteso in cui ancora si rammenda e si fa il plissé soleil, ecco queste e altre cose piccole e grandi fanno pensare che Firenze sia quella di sempre, o meglio, quella di prima, quando le serate al Teatro Comunale erano coronate dalle visite d'arte e ritornavo pure con un vetro anni '50 che diventava, una volta a casa, un talismano.
E poi agli Uffizi ho scoperto una professione nuova: quella del pulitore di vetri.
Niente a che vedere con l'esercizio del potere dell'eminente conservatore del Louvre di cui abbiamo riferito alla puntata n° 24 Mal comune... (ricordate? Pierre Verlet, massimo specialista del mobile del XVIII secolo, che si faceva fotografare mentre, spugna alla mano, puliva le finestre delle sue sale). Questi vetri qui sono quelli fissati alle staffe piantate nel muro che stanno sopra e sotto i dipinti. Davanti ad essi sono rimasta interdetta per la barbarie dell'operazione e del risultato.
Lastre nemmeno sempre antiriflesso si frappongono fra il visitatore e l'opera. Fanno pensare ai proprietari della Seicento che negli anni '60 non toglievano la plastica dai sedili per non rovinarli e (ma questo è un mio ricordo personale) a un librario di Carrara, dove ho insegnato un anno, che teneva tutti i libri sotto cellophane, non come nelle fumetterie, dove la bustina si mette e si toglie con naturalezza, ma come colui che non ti vuole nel suo negozio perché gli toccheresti la merce. Questo libraio mi esasperava e rendeva ancora più lunghe le mie giornate che, dopo la chiusura dell'Accademia, alle cinque del pomeriggio, mi stavano davanti come cose informi nelle quali non sapevo che mettere, disorientata dalla mancanza di un posto dove stare, tristissimo l'albergo, nessun caffè dove appoggiarmi fino alla pur precoce ora di cena, niente da fare e da vedere, e in più quella libreria sotto vuoto e la tetraggine delle montagne intorno. Che diamine faceva Michelangelo la sera, dopo che era salito in cava a scegliere i marmi? Una mia amica suggeriva che si desse a passatempi illeciti appena smontato dal lavoro ma più mi guardavo intorno meno capivo con chi potesse essersi intrattenuto ai suoi tempi il divino Angel, qualche attraente eredità, se presente, avrei dovuto coglierla in un discendente di garzone e invece niente, nemmeno su quel fronte.
Ma torniamo al pulitore di vetri degli Uffizi. L'ho conosciuto nella persona di una signora piccola e gentile, chiaramente fuori luogo nelle sale perché girava armata di piumino e straccio da spolvero. Si guardava intorno e, se c'era bisogno (cioè, di continuo), passava il cencio sul vetro della Madonna del Solletico di Masaccio, della Sant'Anna Metterza che sempre lui ha dipinto con Masolino, della Pala di Santa Lucia de' Magnoli di Domenico Veneziano. Devo chiarire che non usava il Cif liquido (provate a pensare all'effetto di una spruzzata mal diretta che investe, fuoriuscendo dal bordo della lastra di protezione, la tavola preziosissima), per cui i risultati lasciavano un po' a desiderare. Però lei ce la metteva tutta e dava una caccia spietata all'alone, alla macchia, all'impronta digitale.
Ho fatto studi severi e forse disperati, se non del tutto matti, e ricordo molto bene, all'Università, un giovane Augusto Gentili, uno degli studiosi più seri e preparati che abbia incontrato sul mio cammino, allora assistente di Giulio Carlo Argan, con il quale non feci esami solo perché, al suo arrivo, li avevo già terminati, ma che seguivo con attenzione e simpatia nei seminari e ai convegni. Lui ripeteva che parlava solo delle opere che aveva visto di persona, su quelle che conosceva esclusivamente in foto manteneva un riserbo scientifico coraggioso e radicale. Su quelle, poi, che aveva visto di persona ma che stavano sotto vetro, esprimeva pareri quanto mai cauti e morbidi. Lui che era uno infuocato e durissimo che, con il suo ardore, aveva fatto innamorare dei suoi veneti tutto l'Istituto, al tempo gelido e formale.
Da ciò si deduce che le opere sotto vetro non ci devono stare. Al loro posto potrebbe essere stata collocata una copia stampata in digitale. E metteteci pure l'illuminazione degli Uffizi, così fioca e incerta. Il gioco è fatto.
Insomma, una visione disperante.
Ho un po' chiacchierato con la signora dello straccio. Riferiva che la decisione era stata presa da chi stava in alto perché migliaia di persone invadevano quelle sale e il rischio dell'urto da incontro troppo ravvicinato era costante, per carità, gli incidenti erano involontari ma il pericolo c'era e avevano preso provvedimenti.
Già avevo pianto tutte le mie lacrime (lì, per l'emozione) davanti alla Presentazione al tempio di Ambrogio: quel suo bambinetto tutto fasciato che agita comunque i piedini e si succhia il dito ha la capacità, come tutte le cose dell'artista senese, di toccare le mie corde più sensibili. Per cui rimasi asciutta. Però tentai di confutare le ragioni di servizio: non c'era un sistema più moderno, dei raggi infrarossi, dei cordoni informatici o reali, qualcosa che potesse difendere i dipinti senza offendere il visitatore, nemmeno nel suo senso della vista? La piccola donna gentile fece come se ci stesse pensando e mi confessò che, quando due giorni prima avevano spostato per manutenzione il vetro di Domenico Veneziano, si era accorta che il dipinto era più bello e che pure i colori erano diversi.
Conosciamo tutti i problemi dei musei italiani, la disorganizzazione, la croce degli orari, la mancanza di personale e di fondi. Un francese, però, avrebbe già disposto quanto segue: chiudere gli Uffizi per cinque anni, scegliere 40 dei suoi pezzi chiave, impacchettarli e mandarli in tournée in giro per il mondo (l'idea della giapponesina a Tokyo, praticamente una protagonista dei miei manga, con gli occhioni spalancati davanti alla Primavera di Botticelli mi dà un buonumore che sconfina nell'ilarità); con il ricavato (con il moltissimo denaro ricavato, come insegna il Louvre che ha fatto il salto) si mette a norma l'impianto elettrico, si imbiancano le sale, si installa il più sofisticato dei sistemi invisibili di protezione e avanza pure qualche spiccio per i restauri.
(E poi si deve triplicare il prezzo dei biglietti perché non è possibile, ne prendo uno a caso, che l'ingresso agli affreschi di Paolo Uccello al Chiostro Verde costi quanto una pizzetta con le patate del forno Roscioli, quello, per restare in argomento, di via Buonarroti, buona ma probabilmente solo finché è calda).
Sono contraria alla mercificazione dell'arte, figuriamoci. Però qui è à la guerre comme à la guerre e al turista in gelato e mutande bisogna spiegare che l'arte è una cosa seria e complicata e che, davanti ad essa, sarebbe bene presentarsi non dico sull'attenti, ma almeno in pantaloni lunghi.
Per chiudere la conversazione ho chiesto alla signora incaricata di mantenere la trasparenza dell'arte se la emozionava il fatto di ripassare con la pezza Masaccio e non i vetri di casa. 'Ma io ci sono abituata e i dipinti non li vedo più', mi ha risposto. Se è per questo, nemmeno noi, li vediamo, seppur per motivi diversi.
Una situazione, simmetrica e democratica, in cui l'arte diventa quello che mai dovrebbe essere: stranita dall'uso scorretto, distorta e offuscata dagli ostacoli frapposti, invisibile.
inizio63. Un marito ideale

Living with Pigs, manuale americano

Justin Timberlake (1981)
Io le donne non le capisco.
Prendete, per esempio, le mie studentesse. Hanno 20 anni e mostrano un vivace interesse per quarantenni che sembrano a me un po' passati di cottura. Per non parlare del 95% delle femmine del pianeta che scapperebbero (tutte insieme. Pensate alla fila la mattina per il bagno) con George Clooney, che rilascia dichiarazioni sulle sue abitudini esistenziali da mettersi le mani nei capelli, ha convissuto per 18 anni con un maiale di una bruttezza fisica inesprimibile e che io vedrei bene in tonaca di curato di campagna mentre tira quattro calci a un pallone sgonfio con i ragazzini del catechismo nello spiazzo polveroso dietro la chiesa.
Ragazze mie, fortunatamente c'è Opera Soap a orientarvi.
Date, piuttosto, un'occhiata a Justin Timberlake (USA, 13 gennaio 1981): cantante, attore, ballerino, produttore musicale e televisivo, dice nelle interviste cose deliziose: gli piace far ridere le amiche, ritiene che un regalo di compleanno sia più bello se gli è costato uno sforzo e non solo del denaro, per cui sceglie una sciarpa fatta da lui stesso ai ferri invece di un oggetto comprato al negozio (sa lavorare a maglia? No, però per amore è disposto a fare qualunque cosa), considera le donne che non seguono la moda le più spettacolari, è ironico, concreto, naturale, predilige il buon vino e la conversazione di qualità.
E poi è decisamente favorevole all'aspirapolvere passato dagli uomini. Ha una femme de ménage che si prende cura della sua casa perché lui ci sta poco ma sostiene che nel 2008 è cool tenere pulito il posto in cui si vive e che lui, non appena rientra, passa la scopa dappertutto.
Davanti allo stupore della giornalista si fa ancora più serio e aggiunge: 'Assolutamente. Assolutamente'.
Sarò molto chiara: i miei interessi maschili vanno, come si evince qui e là dalle precedenti puntate, in tutt'altra direzione e poi non ho più spazio sul frigorifero. Per cui vi lascio Justin tutto intero e tutto per voi. A patto che dopo mi facciate sapere attraverso i consueti canali di comunicazione se tutto quello che ha dichiarato corrisponde a verità. Ci conto. Grazie.
inizio64. No Smoking, Please

Firenze, S.M.N.
Visto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo sul piazzale della stazione di Firenze Santa Maria Novella e fatta fotografia con cellulare con audacia involontaria (il fetore dovuto a liquami organici si è sprigionato proprio mentre scattavo da distanza ravvicinata):
'INVECE DI DARCI POSACENERE, DATECI DELLE LATRINE'.
(C'erano anche firma e data, educatissime).
Della serie: niente resterà pulito, 2.
inizio65. Notti bianche

Museo dell'Ermitage, San Pietroburgo

Antonio Canova, Amore e Psiche, 1796
Sono rientrata ieri sera da un sopralluogo a San Pietroburgo.
Il titolo sta lì per questioni evocative, perché in realtà le notti bianche da quelle parti sono finite da un pezzo e la mattina alle sette il buio era pesto. Il generale Inverno secondo me era arrivato, secondo loro ancora no, comunque l'infreddatura terribile che mi sono presa è stata causata dall'aria condizionata e non dal piacevole freschetto che c'era in giro.
Ho passato un'intera giornata nell'Ermitage, ormai vivevo con l'angoscia che un detrattore facesse scrivere sulla mia pietra tombale che avevo visitato i maggiori musei del mondo e quello no. Sono contenta di aver cancellato preventivamente l'iscrizione del maldicente.
Tralascio ogni commento sull'illuminazione assolutamente precaria (almeno le lampadine, così rare, sistemate sopra ad alcune opere importanti dovrebbero cambiarle, quando sono fulminate), sulle scritte solo in cirillico, sull'impossibilità di orientarsi in un luogo di 350 sale che ospita 2 milioni di opere, sui cartelli con la mano sbarrata, perché il visitatore tonto capisca che la mano non la deve usare, sistemati fra le gambe delle bellissime creature in marmo di Canova (se potesse, credo che il Maestro di Possagno un colpo di scalpello ben assestato sulla testa dell'autore di questa pensata se lo farebbe scappare), cito qui solo le toilettes del piano terra, l'ubicazione delle quali si individua dal fetore sempre più forte che da esse proviene mano a mano che ci si avvicina. Fra le mattonelle delicate, con fregio movimentato da una testina in stucco che fa da collegamento con tutte le altre squisite decorazioni a meringa della città, compare un cartello, questo sì, scritto anche in inglese, nel quale si invitano gli utenti a non gettare la carta igienica nei water. Essa, usata, è pertanto depositata nei cestini. Aperti e a contatto con l'aria.
Prima di costruire palazzi paranoici, costruite le fogne per le latrine.
Della serie: niente resterà pulito, 3
inizio66. Manga Style

Hiroko Matsukata, protagonista di Tokyo Style di Moyoco Anno

Moyoco Anno, Tokyo Style, 3 voll., in corso di pubblicazione

Moyoco Anno, Tokyo Style, 3 voll., in corso di pubblicazione
Faccio quello che posso. Se soffro per amore, piango e ascolto il Werther, se ho la polmonite, tossisco e passo a La Bohème. E sono, almeno, in buona compagnia.
Stasera, malamente raffreddata (e con un volo in soprassoldo, cioè anche sorda su parecchi fronti), vado a dare un'occhiata a Hiroko Matsukata, protagonista di Tokyo Style e giornalista nel settimanale Jidai, e mi rileggo l'episodio di quando lei si ammala per essere andata al funerale di una persona che stimava, e che avrebbe dovuto intervistare la settimana successiva, con un tailleur troppo leggero che teneva nel suo armadietto al lavoro; quello più pesante l'ha buttato per via di una bruciatura di sigaretta e ha dimenticato di comprarne uno nuovo.
C'è una bella tavola dedicata a questo spazio cui ambisco da anni in Accademia.
Non mi sembra una richiesta eccessiva. Voi mi date un armadietto e io ci metto dentro qualche libro, due scatole di diapositive, un paio di tesi, un ombrello di emergenza. Finora tutto quello che ho rimediato è stata una cassetta della posta che, come quella di casa, si riempie di carte inutili, per cui non la guardo nemmeno, anzi, ho fatto fatica anche a trovare la chiave che avevo sepolto nella cartella quando si è trattato di recuperare un foglio importante.
Matsukata ha, invece, un armadietto di tutto rispetto. Dentro ci stanno 4 stampelle, borse da shopping, scatole, foglio appunti, calzante, spazzola e almeno due libri. E su una delle stampelle c'è l'abito che le farà prendere freddo e che genererà una narrazione cui non avevo mai assistito fra tutte le cose che ho letto in vita mia e che racconta, invece, qualcosa che avevo vissuto parecchie volte.
La cosa va così. Lei si ammala, cerca di non farci caso, continua a lavorare, ha 38° di febbre e si chiede perché se la è controllata, va avanti ugualmente, indossa la mascherina (è giapponese, ricordiamolo), commette errori di valutazione che attribuisce al suo stato di salute alterato, ha freddo, sonno, vorrebbe tornare a casa e mettersi a letto, ha la responsabilità di un numero speciale, non può abbandonare tutto, la vediamo nell'ultima inquadratura, sfinita, ha consegnato i testi, le fanno i complimenti, gli occhi immensi dell'eroina del manga sono diventati due fessure, mormora che sta bene, che le è anche passato il raffreddore.
Cose minimali, d'accordo, ma è così che Moyoco Anno conferma la sua fama di autore rivoluzionario di un genere di tradizione. Unisce alto e basso, mescola l'intimismo di alcune situazioni (la conversazione con l'amica, il tavolo prenotato al ristorante, il tubo che perde, la batteria scarica del cellulare, l'infreddatura di cui abbiamo parlato) con una trama che procede a rotta di collo e che porta Matsukata a contatto con faccende politiche, etiche, di costume, tutte vissute, diciamo così, anche dall'interno, vale a dire dal punto di vista di una giovane giornalista ambiziosa e in gamba che deve far quadrare i conti della sua vita professionale e di quella privata.
Apparentemente un soggetto facile e di presa immediata. Ma in Tokyo Style è espressa una raffinatezza poco consueta, il profilo psicologico dei protagonisti è tracciato con cura estrema e con continui ritorni sul già detto, la grafica, definita cover chic, è tale, la distribuzione nel circuito delle librerie (non limitata, pertanto, alle fumetterie) dà la possibilità di intercettare un pubblico nuovo, il formato è più grande del consueto, la traduzione è accurata, il ritmo indiavolato e l'effetto irresistibile. Un milione di copie vendute in patria e serie TV ad esso ispirate più riconoscimenti che arrivano da tutte le parti e che non hanno intaccato la freschezza dell'ispirazione: riflettete su questi dati e provate a pensare di prendere in mano uno dei 3 volumi finora usciti di Tokyo Style anche voi.
E' anche un manga pulito, bello da tenere esposto, quell'armadietto è fuori asse quel minimo che basta perché non sembri finto, c'è dietro un ordine mentale, Matsukata è una borderline ma con giudizio, ha serate alcoliche di cui si pente puntualmente, appena la incontri comincia a esistere e entra nei tuoi sogni, è una più vera del vero, capace di sistemarsi nel suo modo caotico nel nostro pantheon e di mettersi a scambiare opinioni con tutti gli altri che ci stanno dentro.
Apprendiamo dal suo blog che Moyoco Anno ha problemi di salute e che per un po' sospenderà il lavoro. Siamo, rispetto al Giappone, in continuo décalage e leggiamo edizioni che da loro sono uscite a anni di distanza. Stasera mi auguro che la Maestra Anno sia già guarita e abbia ripreso a creare, che il suo sia stato solo un raffreddore, un'infreddatura dovuta a un abito sbagliato e che sia già tornata dalle sue parti a raccontarci una vita che, sorprendentemente, non è solo loro ma anche nostra, una vita in cui il lavoro ha sempre il sopravvento, il cuore batte forsennato, l'amore esita a esistere, i taxi portano preferibilmente in aeroporto, i massaggi sapienti sciolgono la tensione, i bicchieri si vuotano solo per riempirsi e qualche linea di febbre diventa un argomento buono per la letteratura e non solo per il dottore.
(Grazie al curatore dell'edizione italiana di Tokyo Style Paolo Pederzini e a tutti gli altri di Planet Manga, divisione editoriale di Panini S.p.A., per l'accuratezza, la bellezza e la genialità del loro lavoro www.paninicomics.it)
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67. La buena educatión

Cenerentola, modello di educazione femminile

Classe femminile (non dell'autore, ma rende l'idea)

Autoscontro
Se non ho capito male, è finita l'epoca dell'educazione domestica delle fanciulle. Oggi bambine e ragazzine imparano scherma, solfeggio, nuoto, equitazione ma non come si tiene una casa. Della casa non si occupa più nessuno, forse anche le colf hanno la colf oppure, più realisticamente, una passata di scopa (spesso nemmeno di aspirapolvere; non vedo mai statistiche sulla quantità e sul tipo di elettrodomestici esistenti nelle abitazioni per cui sospetto la sopravvivenza di usanze medioevali) è ritenuta sufficiente a togliere il grosso e la cosa finisce lì.
Del resto capisco che si possa non avere voglia di tessere una figlia come una tela, come suggerivano invece di fare i manuali di qualche tempo fa, perché l'impresa è continua, faticosa e richiede un progetto alle spalle, tutte caratteristiche che fanno preferire l'impugnatura del fioretto a quella dell'aspirapolvere di cui sopra. Suona anche meglio quando se ne parla in giro.
Alle ragazzine della mia generazione i lavori domestici erano imposti, diventavano oggetto di scambio e di sofisticate contrattazioni, si usciva (per quel poco che si usciva) quando si erano finiti i compiti e quando si erano portati a compimento tutti gli altri doveri femminili.
A me piaceva, insieme a una mia amichetta di scuola dai capelli rossi che abitava vicino, andare in giro 'a fare danni'. Questa era la locuzione che utilizzava la madre della ragazzina, una donna energica, bella e solare che faceva la sarta, per definire tutto ciò che avveniva fuori casa. E, in qualche modo, ci prendeva.
I nostri danni erano riconducibili a due comuni denominatori: 1. i maschi; 2. l'autoscontro. Il punto 1 era rappresentato, al momento, da coetanei della parrocchia del tutto inoffensivi, il 2 da un insediamento di giostre dalle parti del mercato di Trionfale. Il giorno riservato ai danni era il sabato, l'ora era collocata nel pomeriggio. Si conquistava il permesso di uscire, da lei e da me, solo, ed esclusivamente solo, se tutto era stato fatto secondo le regole, dure e chiare, delle genitrici. Dalla mia amica ce n'era anche una tutta particolare: i punti lenti. La madre si alzava alle cinque del mattino, strillava sempre che a casa sua si reggeva tutto su quell'ago, cucinava a ritmo indiavolato dolci che le venivano anche bene e quando stavo dalle sue parti, cioè spesso perché capitava volentieri di stare lì a studiare, mi insegnava che se nel piatto era stato tagliato il limone, quello era sufficiente a pulirlo con una semplice passata di acqua senza l'impiego di detersivo.
E imponeva un'oretta di punti lenti prima dell'agognata doppia ora d'aria.
Stavano da lei ragazzine apprendiste che trattava come figlie, cioè con durezza e senza starci troppo a pensare, e con queste tipette ci toccava condividere il lavoro sul grande tavolo del soggiorno. Cosa che io facevo con qualche degnazione, essendomi da sempre considerata un'intellettuale destinata a ben altri impieghi del mio tempo.
L'altro guaio era la sorellina piccola della ragazzina con i capelli rossi che ci veniva appioppata regolarmente al momento in cui varcavamo la soglia di casa. Si chiamava Sandrina, all'epoca è probabile che non andasse nemmeno a scuola perché facevamo noi la quinta elementare, aveva una magnifica coda di cavallo dorata e tutti ricci che sfuggivano all'elastico che le facevano da corona al viso. E qui stava il suo problema. Sandrina aveva una faccetta deliziosa e molto tonda che, evidentemente, aveva ispirato fin dall'inizio la sorella maggiore. La sua funzione accanto a noi era doppia: sarebbe andata, lei, a passeggio e noi avremmo avuto una palla al piede al momento del fare danni.
La delazione era sottintesa.
Ma essa non ci fu mai perchè la mia amica aveva trovato un metodo infallibile per evitarla: quello delle pezze.
Già sotto al portone trascinava Sandrina come un sacco di patate e, per strada, appena girato l'angolo, cioè fuori dal controllo della finestra, la bloccava con destrezza tenendola per la coda di cavallo (legata alta, praticamente una maniglia). E le mostrava una mano aperta dicendole: 'La vedi questa? Se dici a mamma dove siamo andate io e Rosella, ti do una pezza'. E, perché fosse chiaro il concetto, la pezza gliela dava preventiva. Pioveva non uno ma una serie calcolata di sganascioni, che terminava quando Sandrina faceva segno di sì con la testa, intendendo dire che manco sotto tortura avrebbe rivelato i danni che stavamo per fare. Nemmeno piangeva troppo, l'idea di andare anche lei a maschi e sull'autoscontro le dava una resistenza da martire cristiana davanti al leone.
Racconto queste cose perché allora non c'era il telefono azzurro, quindi l'impunità era totale, e poi la cosa è caduta in prescrizione. Comunque io ero contraria a tanta violenza, secondo me sarebbe stata sufficiente la minaccia iniziale. E poi Sandrina mi stava simpatica, diceva che da grande avrebbe fatto l'ingegnere e mi guardava ammirata perché andavo bene a scuola, contrariamente alla sorella, più incline al vagabondaggio che agli esercizi mentali.
Facevamo danni con puntiglio e gusto, i maschi servivano a impepare l'aria e sull'autoscontro andavamo come i demoni della cavalcata del Faust, il piacere selvaggio della schivata dell'urto frontale all'ultimo secondo era il nocciolo duro dell'azione, riconoscevamo a orecchio le macchinette più veloci e facevamo l'occhio di triglia al ragazzo della baracca perché ci regalasse qualche gettone. Eravamo sempre senza soldi ma indispensabili per l'atmosfera, per cui finiva che le corse offerte erano tante perché senza di noi la pista sarebbe stata un vero mortorio.
(Sono sicura che il mal di schiena di cui ho sofferto per anni, invalidante e senza soluzione, sia stato causato, almeno in parte, da quelle botte che prendevo il sabato pomeriggio su quel disgraziato autoscontro, che tanto mi piaceva).
Il permesso di uscire completati i servizi in casa perdurava e ben al di là di questa prima fase giovanile.
Cambiai amichetta e stagione e andai a fare danni in estate con Lalla, più giovane di me, simpatica, in possesso della più bella dentatura che abbia visto in vita mia.
Eravamo anche lì vicine di casa e le nostre madri, purtroppo, un po' si frequentavano. Dico purtroppo perchè la mia, piemontese riservata e poco incline all'amicizia, era, già di suo conto, portata per il dressage e certo non ci volevano i consigli dell'altra signora per tirarle fuori i lati peggiori.
La partita, nel frattempo, si era fatta più dura. Il punto 1 di cui sopra era ora rappresentato da giovani maschi accesi e in possesso di patente e quello 2 da motociclette e, talvolta, anche go-kart rumorosissimi che facevano da colonna sonora a quegli anni ruggenti.
Ma si continuava a uscire solo alla fine delle pulizie.
E la madre di Lalla aveva messo a punto il metodo dello stecchino, con il quale aveva contagiato anche la mia. Consisteva in questo: uno stuzzicadenti veniva deposto in un posto segreto della casa che variava ogni giorno e, se non era rimosso, era la prova di un lavoro malfatto che allontanava, fino a renderli irraggiungibili, i danni che volevamo andare a fare.
Io e Lalla eravamo legate da un destino di confratelli carbonari, io con gli occhi bistrati e le labbra ripassate di bianco, lei con il sorriso stampato sulla faccia cercavamo una soluzione rapida al nostro comune problema. La scorciatoia consisteva nell'individuare lo stecchino come operazione autonoma, risparmiandoci la pena di pulire, per cui, una volta scoperta la posizione, si poteva anche fare un po' finta, per esempio dare solo una passata rapida di straccio senza entrare nei dettagli. Io abitavo sopra a lei, mi affacciavo e le chiedevo ogni tanto a voce bassa se c'erano novità. Lei il più delle volte allargava le braccia desolata, poco lontano si sentivano motori di richiamo, sgasate di acceleratore, gli amici ci aspettavano con impazienza. E noi lì con lo straccio in mano, attente a non guastare il trucco e intente a nettare.
Un destino da femmine inchiavellate al piumino da spolvero, la mia sorte di fronte a quella della monaca di Monza non mi sembrava meno amara.
Non so se scherma, solfeggio, nuoto e equitazione diano alle fanciulle di oggi i brividi che provavo io a fare danni. Certe volte le guardo con compassione: un po' scocciate della discoteca che frequentano il sabato a partire dagli 11 anni, perse in discorsi la cui noia mi avvolge quando, per caso, le accosto, al riparo da pezze comunque avventurose e da stecchi, incapaci di distinguere fra una casa pulita e una sporca, in compagnia di maschi con i pantaloni calati, fuor di metafora, sul sedere, privi del fascino e del pepe che avevano allora anche quelli meno attraenti, comunque diversi, lontani, proibiti e soprattutto non condannati a un destino di pulizie.
inizio68. Potere è pulire

Charlie Chaplin, The Great Dictator, 1940

Power Detergent
Letto con i medesimi occhi che guardano lo schermo del computer dal quale vi scrivo su un concept che mi ha mandato uno dei miei artisti prediletti, allegato a una mail riguardante un progetto in corso di elaborazione: 'critica...alle superpotenze che detergono il potere'.
Chiestogli il permesso di pubblicazione su Opera Soap. Intanto che aspetto la sua risposta, ho pensato bene, come facevo a scuola con i compiti, di anticiparmi un po'.
Della serie: niente resterà pulito, 4
inizio69. Puntata erotica

Caravaggio, Amor vincitore, 1598-99, Berlino, Staatliche Museen
(Nel video Serge Gainsbourg e Jane Birkin interpretano 69 année érotique, lui con l'eterna sigaretta in mano, lei sdraiata sul pianoforte che passa il dito, delicatamente, sulla lucida superficie dello strumento e poi si liscia i capelli. Ci si sente quasi di troppo, e a distanza di tutti questi anni)
I Francesi sono, come è noto, malandrini e Serge Gainsbourg ci andava giù apparentemente leggero ma gliele cantava talmente bene che continua ad abitare, meglio che se fosse ancora vivo, il loro immaginario.
La canzone 69 année érotique è giocosa e divertente, racconta di come lui, Gainsbourg, e 'son Gainsborough' (ovvia allusione al grande pittore inglese, qui interpretato da Jane Birkin) hanno preso il ferry-boat e guardano dal loro letto la costa attraverso l'oblò. Loro si amano e la traversata durerà tutto l'anno, fino al 1970.
Che cosa succeda in quel letto lo lascio immaginare a voi, l'erotismo è una faccenda privata e, come in tutte le cose di questo genere, con un velo di mistero c'è più gusto.
Da parte mia vi offro per la puntata n° 69 di Opera Soap il mio Caravaggio preferito, L'Amor vincitore.
La faccetta ridente, i muscoli tutti belli in rilievo, tiene in mano le frecce e si è messo sotto i piedi armi, libri e pure strumenti musicali. Le piume di un'ala gli sfiorano la coscia sinistra, è un Eros, giustamente, nudo e irresistibile.
Quando l'ho visto dal vivo la prima volta, prestato a Napoli nel 1985, ho sentito un tuffo al cuore talmente intenso che sono rimasta tramortita. E l'emozione si è ripetuta, tale e quale, tutte le volte che, a Berlino, mi ci sono trovata davanti.
Occhio: le unghie dei piedi sono sporche, orlate di un nero che la dice lunga sul vizio che ha Amore di andarsene in giro scalzo per fare meno rumore e fuggire più in fretta.
Lo ricordo a tutti quelli che lo cercano: è una fatica inutile. Se è dell'umore giusto, sarà lui a trovarvi. E, sporco o pulito, sono certa che ve lo terrete vicino senza badare a questo, solo per una volta trascurabile, dettaglio.
inizio70. Made in China

Max Weber, Chinese Restaurant, 1915

Pollo al limone
Un paio di giorni fa mi sono trovata in una delle mie frequenti emergenze culinarie.
Non so dai voi, ma da me si consuma sempre più cibo di quanto io non riesca a produrne. (Mi chiedo spesso come faccia la signora Carmelina, che abita sotto da me e ha tre figli maschi fra i 22 e i 27 anni, uno dei quali, quello che lei si ostina a chiamare 'il piccolo' e che io, invece, definisco 'il corazziere', è da poco partito a cercare fortuna in Germania, lasciando nostalgia fra le ragazze e anche un po' nella vicina di casa).
Decido allora di tentare la fortuna presso la 'Rosticceria cinese' che ho visto una settimana fa qui vicino passando in macchina.
E la macchina ce la pianto davanti, e con tutti i lampeggianti accesi, entrando dentro. Cado come Alice nel buco in uno dei miei film: la ragazza è bella e sciatta e mi guarda strana, il titolare ha i baffetti da mafioso, è giovane, attaccato alla cassa. Due soli clienti davanti a un tavolo lungo. Niente e nessun bancone. Chiedo dove sta il cibo. Mi dicono che lo preparano al momento e lui mi porge una delle loro infinite liste. Non ho bisogno di guardare, sono, come ho già detto, un'abitudinaria e ho un menu standard. Ordino pollo al limone e riso bianco.
Aspetto. Sono invasa dall'odore del fritto, mi metto sulla soglia con la scusa della macchina per non impregnarmi il giubbotto, mi viene l'idea di scappare, penso che il loro cibo sarà immangiabile, in dieci minuti secchi mi si affaccia, guidato dall'olfatto, un mondo di memorie, i viaggi, i ristoranti cinesi frequentati, la mania del lemon chicken, come dicevo i film asiatici, un ristorante c'è sempre, lavorano tutti ininterrottamente, in qualunque momento entri ti guardano male ma ti danno da mangiare, la cena di capodanno alle sette di sera ma già con i fuochi sullo sfondo a Shanghai, le volte infinite di Londra, San Francisco poco distante dalla baia, il ragazzo che, dalla cucina, si è portato il cibo in sala, lappa la ciotola come un animale, i due avventori chiedono una forchetta, io che spero in una telefonata liberatoria, la mia macchina (blu) che lampeggia nella notte, il proprietario è uscito sul marciapiede e prende una boccata d'aria.
Sbircio la cucina, arrivano colpi secchi e abili di coltello, il cuoco indossa un grembiule lungo e sporco, mi riempio di TOC, penso di pagare e di buttare tutto al cassonetto.
La ragazza viene da me e mi porge, per una cifra ridicola, due vaschette bollenti.
Pago e esco, sollevata. Appoggio in terra, vicino al mio sedile, la busta, un'intercapedine di fortuna con il pavimento, certo non permetterò che una cena di emergenza rovini la tappezzeria.
Garage, due chiacchiere rituali con Daniel che è di turno, scarico la solita quintalata di libri e il mio pacchetto, ringrazio, auguro la buonasera.
La notte di fine settembre è tiepida e immobile.
Casa, cucina, un'apparecchiatura minima. Il riso, avevo intuito giusto, è fetido. Una serata che va storta, penso già al pane e cioccolato.
Ma no, il pollo, oh, il pollo, è ottimo, ci trovo sopra, in un bicchierino di plastica, il succo del limone caramellato che io non sono mai riuscita a confezionare, i pezzi sono perfetti, sapientemente tagliati, ciascuno avvolto nel suo abito croccante di pasta, perfettamente compatti e amalgamati a un tempo, non c'è nemmeno bisogno di scaldarli, la vaschetta ha mantenuto le sue promesse.
Sera di primo autunno a Roma, ricordi in contraddizione della Cina, sporco che più sporco non si può e, sullo sfondo, l'evidenza di una delle cucine più raffinate che abbia gustato in vita mia, la testa piena dei film che amo, la certezza che l'esistenza stia anche altrove, un universo chiuso nel riso buttato al secchio e nel pollo al limone festeggiato come manna piovuta dal cielo, come un cibo incontrato, in una contingenza fortunata, in rosticceria.
inizio71. L'arte in cucina e la scienza di mangiar bene

Pellegrino Artusi (1820-1911)

Hélène Darroze (1967)

Uovo sodo
(Dedico questa puntata di Opera Soap alla nostra Segretaria Valeria Reali: intelligente, paziente, ottima organizzatrice, puntuale, sempre presente, tutto tiene, mette in relazione, controlla, riordina e ricorda. Le devo l'emozione di aver visto la sua edizione storica dell'Artusi, che era di sua madre e che lei ha ricevuto in eredità. Sapendone approfittare perché, fra l'altro, lei cucina anche bene, sperimenta, realizza e, generosamente, offre. Grazie e buon lavoro per questo anno 2008-2009).
Non mi piace cucinare.
Però non cucino male, anzi. Sono precisa, uso solo ingredienti di prima qualità, sono molto attenta alla tavola, da me si beve bene, si mangia pulito e accurato. Metto da parte anche parecchie ricette, ma per piatti che non richiedono mai più di 10 minuti di preparazione. Ma non è vero che mi manchi il tempo, quella che mi manca è la fantasia.
E, soprattutto, detesto sporcare la cucina. E a cucinare si sporca e ci si sporca. Lo sa bene Hélène Darroze, unica donna due stelle Michelin, che, fino a che non è stata costretta da un amico che teneva alla sua reputazione, si è rifiutata di uscire in sala a salutare i clienti perché le seccava farlo con il grembiule pieno di macchie e la faccia lucida per il sudore. E non lo sa Catherine Zeta Jones, che in Sapori e dissapori (No Reservations, Scott Hicks, USA 2007) fa la cuoca in un ristorante trendy a Manhattan sempre abbigliata di camici immacolati che bastano da soli a far capire quanto il film sia insipido e farlocco.
A conferma, comunque, del mio esistente rapporto con i fornelli vi offro una delle mie ricette preferite e vi ricordo che saper cuocere (almeno) un uovo è una faccenda maledettamente complicata, visto che il tuorlo e l'albume non marciano nella vita a passi uguali, il primo comincia a coagulare a 68 °C e il secondo a 65 °C (come faccio a saperlo? L'ho letto in uno dei miei formidabili libri di cucina), perciò un savoir-faire nemmeno troppo minimo è richiesto.
Uovo sodo alla Opera Soap:
Ingredienti per 2 persone: 2 uova, una pentolina di acqua. Portate l'acqua nella pentola a una temperatura che definiamo frémissante (scordatevi le bolle grosse della cottura degli spaghetti); mettete le uova a cuocere deponendole con delicatezza; lasciate cuocere per 6 mn (calcolate il tempo con un timer e non a occhio, siate scientifici); scolate le uova e rinfrescatele sotto l'acqua corrente; sgusciatele con attenzione estrema, non sono di coccio, sono sode, cioè recano in sé l'idea della morbida compattezza. Servite immediatamente con un contorno di insalata, accompagnando con pane fresco e burro demi sel finissimo. Se volete anche un suggerimento sul vino, ricordatevi del carpe diem e aprite quella famosa bottiglia di champagne che avete in frigo.
(Per ricette più complesse rivolgetevi a Valeria. Buon appetito).
Risposta di Valeria alla puntata a lei dedicata.
''...Visto che per le ricette più complicate Opera Soap deve rivolgersi a me, ti propongo l'uovo alla coque.
Potrebbe sembrare facile infatti, prepararlo, ma questo piatto, che prediligo soprattutto per una cena domenicale col pane da intingere nel tuorlo, all'inizio ha rappresentato per me serie difficoltà, perchè richiede quel tanto di attenzione e di cura per essere preparato nel modo 'giusto'.
Nell'Artusi appunto, ho trovato le coordinate giuste per ottenerlo.
Le uova a bere, così le chiama lui, vanno fatte bollire due minuti, cominciando a contare dal momento in cui vanno gettate nell'acqua bollente; due - tre minuti in più di cottura, e si ottengono uova bazzotte. In entrambi i casi, appena tolte dal fuoco, vanno messe in acqua fredda.'' (mail del 6 ottobre 2008)
Se ci leggete per la prima volta e state pensando di essere in un blog di cucina minimalista, avete ragione, almeno parzialmente. L'arte, infatti, è anche questo.
Ancora un augurio di buon appetito.
inizio72. Quanti piatti sporchi da lavare

Giacomo Puccini (1858-1924)

Rirkrit Tiravanjia, Triennale di Milano, 2001

Giorgio Morandi, Natura morta, 1956
Mentre sento con un orecchio a Radio 3 una Bohème niente male registrata dalla Scala e con un dito chiacchiero con il mio conduttore preferito, leggiucchio Francesco Bonami Lo potevo fare anch'io. Perché l'arte contemporanea è davvero arte.
Il libro è stato fatto di fretta, si intuisce spesso, ma con il cuore. Al capitolo 'Il ristorarte' si addenta l'osso succoso del cibo consumato esteticamente. E, dopo Daniel Spoerri, che sparecchiava incollando 'ogni mollica di pane, ogni bucatino avanzato, ogni patatina smangiucchiata, ogni bicchiere, ogni posata sulla tovaglia, che a sua volta veniva incollata al tavolo e poi appesa come un quadro alla parete', passo al tailandese Rirkrit Tiravanjia (quando ci vediamo vi dico come si pronuncia) che organizza una mostra in cui l'opera d'arte è lui che cucina per i visitatori che, seduti a mangiare il suo cibo, diventano sculture viventi.
L'arte, giustamente, è, come il mangiare, considerata un grande punto di incontro.
I piatti sporchi di Tiravanjia non si devono nemmeno lavare perché l'artista li riutilizza, così come sono, in assemblage che il gallerista mette in vendita il giorno seguente.
Un po' come il nostro Morandi, ci ricorda Bonami, che spiava le sorelle nella cucina per sottrarre loro le bottiglie usate prima che finissero al secchio.
Casi, estremi, di recupero affettuoso del domestico e del conviviale, un'alternativa alla frenesia del mondo, che tutto pulisce mettendolo in lavastoviglie.
Vado a sentire 'Sono andati? Fingevo di dormire', pronta a sciogliermi, come sempre, in pianto.
Devo a Bonami l'idea che fare piazza pulita in cucina sia imperdonabile per un appassionato d'arte e al mio conduttore preferito quella che Mimì, che si fa il pranzo da se stessa, sia una donna molto simpatica perché incline al tradimento facile, che la porta fuori da casa, lasciando oltre la soglia, chiusa da quella chiave che al buio non si trova, pochi piatti sporchi da lavare, lasciati lì come in una natura morta accanto 'ai gigli e rose' che ricama in attesa che venga lo sgelo quando, finalmente, tisi permettendo, il primo sole sarà suo.
inizio73. L'undicesimo comandamento

Oscar Wilde (1854-1900)

Fantasma, non solo di Canterville

Lilo Raymond, Il letto disfatto
Che cosa pensate di Oscar Wilde? Io, tutto il bene possibile. Lo leggo, lo ammiro, cerco di ispirarmi a lui quando posso, sono andata con commozione a raccogliermi sulla sua tomba al Père Lachaise e una volta ho avuto anche il privilegio, a Londra, di dormire all'Hotel Cagodan nella 'sua' stanza, quella dove lui soggiornò l'ultima volta prima di essere arrestato per la vicenda di lord Alfred Douglas, terzo figlio del marchese di Queensberry, bello, elegante, di antica nobiltà, che aveva infiammato il suo cuore e lo aveva dannato.
A vedere il 21enne Bosie, così lord Douglas veniva chiamato nell'intimità, si capisce perchè Wilde ci abbia perso la testa. Aggiungete che era diabolicamente capriccioso e corrotto e che, si dice, aveva la pelle morbida come quella di un guanto da donna. Se volete saperne di più, procuratevi il numero 14 hors-série de 'Le Magazine Littéraire', agosto-settembre 2008 dedicato a La passion e verrete a conoscenza di come, per dirla con Baudelaire, forse sia dolce essere alternativamente vittima e carnefice (Il mio cuore messo a nudo, III). Perché in quella coppia era proprio quello che succedeva.
Ma lasciamo perdere il lato tragico del dandy. E occupiamoci di quello allegro.
Vi ricordate il fantasma che infestava (infestava!?) il Castello di Canterville, quello acquistato dalla famiglia degli Otis? Vi ricordate la sua fatica di esistere, quel suo proporsi sempre più spettrale come genius loci davanti ad americani pragmatici che gli offrivano l'olio lubrificante per le catene?
Questa novella è stata la mia prima lettura in inglese, per cui ci sono molto affezionata per motivi molteplici. Ricordo benissimo l'impressione di avventura e di scoperta, la singolarità dell'edizione, il gusto, poco per volta, di capire la trama.
Il fantasma di Canterville sta qui, però, per via di una macchia. Quella che lui ripassava accuratamente tutte le notti perché terrorizzasse i suoi ospiti, con il risultato di vedersi consigliare l'ultimo smacchiatore uscito sul mercato, che faceva il paio con la medicina per la pancia, quella proposta dagli Otis per calmare i dolori che, secondo loro, avevano provocato il grido sovrumano che lui si era industriato a emettere, sempre con lo scopo di cacciare gli intrusi.
Bene. Per un po' ho pensato che lo spettro di cui sopra si fosse trasferito dalle mie parti.
Già da me ci stanno i mazzamurelli, sapete, quei folletti che abitano le case e rendono più vivace la vita dei loro ospiti. A Roma c'è anche un vicolo a loro intitolato ed è bellissima la storiella della vecchia che, non potendone più dei loro dispetti, fa fagotto e trasloca e della comare che la incontra per strada e le chiede: 'Dove vai?' e ottiene la risposta dal mazzamurello nascosto fra gli stracci che, tutto eccitato e con la vocetta stridula, le risponde: 'Non lo vedi? Cambiamo casa!'.
I miei mazzamurelli sono degli intellettuali: essi colloquiano con me attraverso i libri.
Li spostano, li nascondono, li buttano sul pavimento. L'ultimo botto c'è stato pochi giorni fa alle 4 del mattino; è caduto con un rumore d'inferno un mucchietto di taccuini e piccoli cataloghi che sta nella libreria all'ingresso. Da uno di essi era uscito il volantino 'The Family Day' della Serpentine Gallery. Io stavo sognando un sogno di famiglia. Mi sono alzata convinta di trovarmi davanti l'uomo nero e invece era un saluto loro, e pure bello sonante.
Per non parlare di quando, indecisa se andare o no a prendere una persona all'aeroporto, al solito colpo seguì il ritrovamento a terra del Concorde di Wolfgang Tillmans, il libro tutto dedicato alle foto scattate all'aereo più bello di ogni tempo dal mio fotografo preferito. Oppure di quando, nel 2003, il giorno della morte di Guido Crepax, ricevetti via sms la notizia, andai in soggiorno e trovai aperto sul tavolo uno dei suoi fumetti, per la precisione quello con la dedica che mi aveva fatto quando ero andata a intervistarlo a Milano per la mia tesi di Perfezionamento.
I mazzamurelli, fra l'altro, mi lasciano continuamente messaggi anche tramite matita, nel senso che mostrano e nascondono, secondo la circostanza, quella con la quale ho deciso di scrivere quel giorno o di tenere in mano facendo lezione (oggetto importantissimo in quella circostanza, perché se non ho in pugno quella giusta, le parole non mi escono fuori con la fluidità e il vigore che servono. E 'loro' lo sanno).
(Sono una donna razionale, lucida, con i piedi ben piantati per terra, figlia della Rivoluzione francese e dei Lumi tutti, però a casa ho i mazzamurelli, che volete farci).
Insomma, dicevo che ho pensato per un po' che il fantasma di Canterville avesse fatto cordata con i miei folletti . Questo perché comparivano sulle mie lenzuola, sulle federe e sugli asciugamani di lino delle stranissime macchie nere, tutte allineate a intervalli regolari.
Il primo pensiero è andato alla vicina di sopra, che è una donna distratta, e ho pensato che avesse steso un bucato scuro non centrifugato. Ho rilavato le lenzuola ma le macchie sono rimaste. Allora ho portato tutto in lavanderia dove la titolare mi ha detto che erano 'i ferri'. 'Ma come - ho risposto io - li ho appena cambiati'. Lei ha insistito e mi ha fatto vedere che con il getto di vapore (del 'suo' vapore, quello che usciva dal 'suo' ferro; e lei lo chiama getto e non macchina da guerra) la macchia si scioglieva e che questo confermava la sua teoria.
Siccome mi ero seccata di perdere tempo dietro alle lenzuola, l'ho incaricata di lavare e stirare tutto.
Diciamocelo chiaramente: non si può dormire in lenzuola non stirate o stirate male. Questo nonostante conosca molta gente che mi guarda in tralice quando lo sostengo, perché da parte sua, invece, le lenzuola non le stira, si limita a tirarle con la mano stendendole e mi dice pure che vengono benissimo e che non c'è differenza.
Balle.
Perseguito la mia colf perché mi faccia la reversina a piombo, lei esegue con pazienza ma credo che si secchi, se non altro a giudicare dal gusto con cui mi ha raccontato che al paese non ha stirato nemmeno un lenzuolo e che ha ugualmente dormito bene tutto il mese di agosto.
Fatti suoi. Da me la regola è ferrea e pure confortata da bibliografia.
Rita Konig nel suo delizioso Domestic Bliss, un libro mortificato nell'edizione italiana recente che ho visto in giro laddove quella inglese originale ha una copertina glossy rossa che gli ha dato il diritto di stare esposto e non allineato con gli altri nella libreria del mio ingresso per un paio di anni, sostiene che il suo lusso consiste nel mandare in lavanderia le lenzuola e che quando si sente 'financially anorexic' pensa subito dopo che non si può tagliare su tutto e che 'a couple of luxuries' bisogna pur concedersele.
E ho pensato che avesse proprio ragione il giorno che sono andata a riprendermi il mio letto, a casa ho aperto il pacco e dentro ho visto, tirate, toste e bianche come marmo, le mie lenzuola fatte professionalmente per la cifra di una cena in trattoria.
Quella notte dormii come la principessa dopo che le avevano tolto il pisello da sotto il settimo materasso.
E che la colf fosse gelosa della stiratura lo capii dal suo criticare il giorno dopo l'odore di troppo pulito che c'era intorno.
Le macchie ricomparvero nonostante tutto. I ferri, passati tutti i giorni con l'heavy duty e l'acqua bollente, continuavano a produrre secrezioni e la cosa più strana è che esse apparivano a scoppio ritardato, come se fossero state impresse dal fantasma con l'inchiostro simpatico.
Un martedì che lavoravo alla mia scrivania e la colf stirava nel soggiorno, sento a un certo punto uno strillo. Penso, ecco lì, si sono fatti vivi pure con lei i mazzamurelli. 'E' il ferro!' diceva la voce eccitata dalla scoperta. Pensavo: 'Sì, appunto, sono due mesi che lo sappiamo, mica è il caso di gridarlo'.
Vado a vedere e ascolto questa surreale narrazione: stirando, ovviamente per strisce dritte e regolari, il ferro perde una goccia di acqua scura e ci passa sopra, producendo l'impressione di una sindone da filo del bucato (rileggete l'espressione precedente, è venuta carina).
Ecco perché le macchie apparivano dopo la stiratura, 'il ferro' e non 'i ferri' ne erano la causa.
Trionfo della colf. Mio disappunto. Cioè, contenta di essere arrivata a una soluzione del mistero ma chiarisco che 'il ferro' è una macchina a vapore di dimensioni e peso non indifferenti, per cui ogni riparazione comporta lo spostamento di 20 kg fino al bagagliaio della macchina e da lì al laboratorio. Il tutto senza che nemmeno un mazzamurello si dia la pena di allungare una mano per facilitare il trasporto.
Morale della favola. A qualunque prezzo, sotto qualunque latitudine, contro ogni destino avverso, ubbidite all'undicesimo comandamento, quello che (capisco che lo veniate a sapere solo oggi ma ogni viaggio comincia con un primo passo) dice a chiare lettere: 'Stiratevi le lenzuola'. E, se proprio non avete voglia di farlo, portatele in lavanderia.
inizio
74. L'arte di nascondere la spazzatura sotto il tappeto

La radio
Come ho già detto in un paio di puntate precedenti, a Radio 3 rispondono agli sms.
L'altra sera, mentre era in carica il mio conduttore preferito e chiacchierava un po' a fatica con uno dei più mediocri attori italiani, uno di quelli che peggio rappresentano la nostra gioventù, gli scrivo: 'X è una delle tragedie più tragiche del cinema italiano. Compia un atto eroico e glielo dica in faccia'.
Dopo due secondi mi arriva un messaggio: 'Io faccio un atto eroico e poi vengo a cena tutte le sere da Lei?'.
(Per me va bene, gli preparo le uova sode della puntata n°72).
Considerando che conduceva la trasmissione, buttava un occhio agli sms, guardava l'orologio e sosteneva pure l'attore, che talento.
inizio75. Pulire subito, pulire tutto

Tazzina di caffè

Confezione di snack
Trovato in internet mentre cercavo un distributore di caffè e snack per i nostri Soci nell'intervallo delle lezioni alla sala Caravaggio:
'Quello che ci contraddistingue maggiormente è l'EFFICIENZA e la qualità del SERVIZIO D'ASSISTENZA: i nostri dipendenti oltre alla manutenzione ordinaria giornaliera (che prevede il rifornimento...ed una pulizia accurata delle macchine), sono in grado di effettuare...gli interventi tecnici...evitando quindi di derogare...ad altre persone...'
inizio76. Le jour de gloire (est arrivé)

Mary Poppins, la colf che tutti vorremmo avere

La colf che, nel migliore dei casi, abbiamo
Ci siamo. Peccato stare 'qua' e non 'là' e non avere le antenne, quelle per la tv, intendo dire. (Le altre, quelle per le cose che mi interessano e sento, ci stanno, eccome, basta drizzarle).
Giovedì 9 ottobre 2008, cioè oggi, alle 23:05 (questi giornali che danno le notizie che mi interessano arrivano da noi sempre con un colpevole ritardo), France 2 manda in onda un documentario dal titolo 'Profession femme de ménage', praticamente il nostro programma televisivo di riferimento.
L'autore, François Chilowicz, ha contattato 300 femmes de ménage e se ne è trovate solo 10 pronte a testimoniare per lui.
Conosciamo allora Régine Van Hove che, quando dice durante una cena di essere 'femme de ménage', si rende conto che 'un ange passe' (e quando gli angeli passano, fanno una caciara d'inferno, guardateli con tutte le piume che hanno addosso e che i nostri pittori non tralasciano di dipingere).
Per ovviare al disappunto il marito di Régine suggerisce di sostituire 'femme de ménage' con la locuzione 'faire du menagement', insomma qualcosa con un contatto con quelli che tutto decidono e organizzano (in fondo è vero).
Régine ha lavorato nel sociale e parla, ora, del 'piacere della sottomissione' che le procura il suo impiego. Esalta la 'sensualità della stiratura', afferma di 'prendre son pied' (il mio dizionario traduce: trovarsi su terra ferma) quando si inginocchia davanti alle toilettes, sostiene che occuparsi della biancheria sia 'un privilegio, un onore'.
Insomma: una cosa complessa, sfuggente, in cui chi dà e chi riceve prestazioni si lega di un rapporto intimo e profondo e, come in tutti i casi in cui il lavoro lascia un segno, la ripercussione sulla vita non è mai raccontata a sufficienza.
Ciò che più mi interessa è il riferimento all'arte contemporanea che propone il giornalista: Régine ama Sophie Calle, artista da me prediletta, e Catherine Millet, storico dell'arte noto per le confessioni relative alla sua vita sessuale e ai sentimenti di gelosia che ha scatenato in lei ciò che definiremmo il pan reso per la focaccia.
Chapeau!
Se penso alla mia colf, che maneggia continuamente libri di arte, organizza decine di fogli sparsi con appunti, raddrizza 10.000 diapositive 2 volte a settimana, sposta cataloghi, passa con lo straccio l'ultimo dossier, rettifica file infinite di libri e sposta da una stanza all'altra le mie cartelle, il tutto senza entrare mai, dico mai, nella partita, ovvero, senza mai diventare 'amatrice' di arte, ecco che i dubbi sulla televisione italiana (che io, comunque, non vedo da un pezzo e di cui non sento la mancanza) aumentano in modo esponenziale.
Fosse colpa del piccolo schermo l'impossibilità di immaginare - da noi - una vita differente, di elaborare sul concreto il fantastico, di farsi film sulle copertine dei libri, di uscire, insomma, dal contingente per volare verso l'assoluto e cominciare a prenderci gusto?
Un peccato in più, e pure capitale. Tale e quale al mio, a quello che stasera pesa sulla mia coscienza per essere davanti al mio computer a Roma e non davanti a una televisione a Parigi e non potervi raccontare nei dettagli come si possa pulire una stanza da bagno in devozione, occuparsi della biancheria toccando il profondo, attaccare il ferro da stiro sentendosi una bomba, fare, in una parola, delle operazioni di pulizia, oltre che, beninteso, una missione, sempre e comunque un'opera d'arte.
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77. Fiat lux

Giovanni Bellini, Cristo morto fra Maria e Giovanni, 1450 (il mio Bellini preferito) www.accademiacarrara.bergamo.it

Giovanni Bellini, Pala Pesaro, 1474, completata dalla cimasa per l'occasione

Lampada da speleologo indispensabile per la visita alla mostra di Bellini alle Scuderie del Quirinale www.scalve.it
Il mio amato professore di greco del liceo, allievo del grande Gennaro Perrotta, prima di iniziare una lezione si lisciava i bordi della giacca dell'abito blu, controllava se l'allacciatura dei bottoni era a posto, si raccoglieva, congiungeva le mani e diceva a voce alta e chiara: 'Gesù, fate luce'. Tralascio le reazioni di alcuni adolescenti cretini che erano in aula. Io, da parte mia, lo tenevo fra i miei prediletti e, di botto e di riflesso, mi illuminavo.
Quando entrerete alle Scuderie del Quirinale qui a Roma per vedere la mostra di Giovanni Bellini vi troverete, appena salito il nobile scalone, quasi in un cinema a spettacolo iniziato: buio completo e solo le opere rilucenti. Dico 'quasi' perché al cinema rimangono accesi almeno alcuni spot o led (come vi pare, ma tu guarda che razza di nomi si usano oggi per indicare le lucette, starebbero meglio a due pesci rossi), cosa che vi dà la possibilità di non ammazzarvi sui gradini o di infilare con qualche disinvoltura la porta del bagno.
(Un paio di volte in vita mia, nonostante spot e led, ho fatto la gaffe di sedermi in braccio a un signore invece che sulla poltrona libera a fianco e la seconda di esse mi è anche sembrato, almeno dalla bella stretta vigorosa che ho sentito intorno ai fianchi, che il tipo non si fosse dispiaciuto. Per un attimo ero diventata Isabelle Adjani quando fa la Regina Margot e, mascherata e al buio, si butta su uno sconosciuto per la strada senza nemmeno doversi fare un film per giustificarsi).
Da Bellini manco un faretto di orientamento.
L'unico cartello didattico è da basso ed è una cronologia piena di numeri e fatti. Per cui alla ottava riga uno pensa: 'Sì, va bene, me lo guardo quando scendo' e se lo dimentica. Nelle sale di scritto ci sono solo le didascalie delle opere. In compenso vi danno uno di quei cataloghini che sono stati l'idea migliore del Quirinale degli ultimi anni, una sintesi critica quasi sempre ben fatta dei lavori esposti, raccontati per sezioni. Approfitto di Opera Soap per ringraziare colui che ha avuto l'idea e per fargli sapere che nel mio studio c'è una scatola rossa in bella mostra con l'etichetta 'Cose piccine' nella quale questi gingilli sono raccolti. E spesso riesumati per un ripasso, se gli fa piacere saperlo.
Da Bellini vi consegnano il libretto ma è impossibile leggerlo. Bisogna ficcarsi a forza sotto le opere perché è lì l'unica fonte di luce. 'Sotto' le opere ma dovrei dire 'dentro' perché molti dei dipinti stanno ficcati a loro volta dentro loculi rosso bordeaux, cioè scuro, profondi un braccio, secondo la trovata di Luca Ronconi per Sebastiano del Piombo a Palazzo Venezia qui a Roma questo medesimo anno. Lì, a essere sinceri, il braccio superava il metro, per cui la visione era quella del basso napoletano, uno si sporge e, invece della vajassa che prepara i maccheroni per il pranzo, vede un ritratto, un santo o un guerriero.
A parte la tentazione (legittima per l'amatore) di avvicinarsi quanto più possibile all'opera e di trovarsi come risultato con la testa dentro il sacco, l'altro guaio è quello dell'impossibilità di vedere tutto con un unico colpo d'occhio, di fare, per esempio, una di quelle cose di cui abbonda la storia dell'arte, ovvero uno studio per paragone: lì due quadri stanno accostati ma ciascuno nel suo colombario, per cui ne puoi guardare uno alla volta e ti saluto confronto.
E non oso nemmeno pensare a una visita guidata, che necessita per il docente di orientamento e capacità di valutazione dei tempi e dello spazio e per il suo pubblico di un'area di ascolto nella quale è sacrosanto il contatto dello sguardo. Lì faremo al buio pure quella, un visitatore ne pesterà un altro e si sprecheranno gli urtoni. (Devo preparami a sacramentare in veneziano, ci tengo a curare le professione nei minimi dettagli).
I tempi soni bui e i curatori si sono presi la briga di ricordarcelo. Sono, oltretutto, autorità assolute in materia belliniana, hanno messo insieme un numero di opere impressionante, hanno fatto, e si vede, un enorme lavoro. Poi, però, si è accesa la lampadina nella loro mente e hanno pensato di lasciare gli spettatori all'oscuro di quello che succede a venti centimetri di distanza.
Al piano superiore le luci ci sono. O meglio, ci sarebbero, visto che stanno lì fissi i grappoli di fari utilizzati di solito per le esposizioni. Ma devono rimanere rigorosamente spenti, come mi ha detto rintuzzandomi la signorina in divisa alla quale avevo fatto la proposta di compiere un atto dadaista e di accenderli tutti.
Mettete in soprassoldo alla faccenda delle luci quella dei vetri, in alcuni casi già sporchi, che proteggono parecchie delle opere. E se sommate il vetro al loculo, come siete costretti a fare, per esempio, per il Battesimo di Cristo della chiesa di Santa Corona di Vicenza, avrete quell'effetto ben noto in fisica delle due forze (a noi) avverse che si aggiungono una all'altra con risultati che generano sconforto.
Nonostante tutto Bellini è magnifico: secco e mantegnesco agli esordi, poi morbido, emozionato, avvolgente, mena fendenti innovativi fino all'ultimo giorno, intreccia dialoghi sapienti con Antonello, anticipa Giorgione, secondo me è il pittore che meglio di tutti ha raccontato lo strazio di fronte al Cristo dolente, quel Cristo che, instancabilmente, ha ritratto smagrito, ossuto, mostrato come un'ostensione da angeli bambini con l'affanno, quel Cristo che avrebbero dovuto disturbare i curatori della mostra prima di mettere mano all'allestimento, perché facesse luce sui cataloghini, sui nostri piedi, sul Quirinale tutto e nelle loro menti.
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78. Cervelli

Alain Resnais, Coeurs, 2007

Cervello umano
(Il titolo di questa puntata è un omaggio anatomicamente trasversale a Alain Resnais e al suo Cuori. Semplice e complesso a un tempo, come tutte le cose che contano davvero, gli devo un paio di belle serate - un paio perché me lo sono gustata, vista la lunghezza, in più riprese - e l'enunciazione di un'idea che mi appartiene e che lui affida in una battuta al talento tutto in malinconia di Pierre Arditi: 'Sono come sono, che cosa si può essere a parte se stessi?')
Da ogni sessione di esami in Accademia esco più avvilita. La colpa è degli studenti, che hanno orizzonti che si restringono a vista d'occhio, preparazione inesistente e sempre meno talento e dei manuali, che pure loro non scherzano.
Do di solito una bibliografia nella quale compaiono anche testi che i ragazzi già hanno studiato alle superiori, sia perché un libro non si esaurisce e con esso, frequentandolo, si entra in sempre maggiore confidenza, sia per banali questioni di denari, che sempre contano. Ho così ogni volta una visione aggiornata delle novità editoriali di storia dell'arte, specie di sogliole sempre più sottili, divise per sezioni che faccio fatica a comprendere, piene di prerequisiti, obiettivi, unità, tomi e tabelle, con il testo che tende a scomparire in favore dell'immagine, quattro date e due nomi messi in croce con una quasi totale assenza di contorno.
Uno dei manuali che usavamo all'Università è ancora sul mio tavolo da lavoro ed ha allenato parecchi dei miei cavalli da battaglia: Mariastella Macchiarella Pastore, Lezioni di Storia dell'Arte, Libreria Editrice Raimondo di Latina. Nella narrazione che ti trasporta e ti culla, densissima di fatti e commenti, con un linguaggio preciso e cristallino nel quale non una sola parola è superflua, nella scansione cronologica degli argomenti di cui riconosco la geniale invenzione per starci sopra da più di trent'anni e non sempre con successo, in una fitta trama di cultura vissuta e divulgata si fanno largo a fatica fotografie in bianco e nero grandi come francobolli. Brutte, sgranate, qualcuna di fortuna (per esempio una cartolina delle torri di Bologna con sotto una scritta in corsivo anni '50), ricordo perfettamente come mi facevano sognare il mondo che avrei frequentato in futuro come storico dell'arte e anche quanto potere evocativo avevano se, in tutti e mille i casi, hanno preparato il terreno all'incontro mio e dell'opera, sul quale è avvenuto un riconoscimento intriso di riconoscenza.
Noi avevamo migliaia di pagine che, comunque, non bastavano mai a farci comprendere. Oggi il lavoro da fare è sintetizzato e ridotto e sfiora il nulla.
L'idea che mi infastidisce fino alla furia è che si debba risparmiare lo sforzo intellettuale e che il cervello sia come il sapone, che a forza di utilizzarlo si consuma, per cui, in un'ottica ecologica di sostegno, è meglio salvaguardarlo e tenerlo all'asciutto, ben al riparo da ogni tentazione: di dispendio di sè, emozioni eccessive, coinvolgimenti, in una parola, di passione.
inizio79. Le figurine di Opera Soap, 1 (La pupetta del mio sapone)

Sapone Primula e scatola con pupetta

Sapone alla primula Valobra, scatola regalo
Questo è il mio sapone preferito, in guardaroba ne ho una scorta di almeno 15 pezzi e sono capace di andare dall'altra parte della città per comprarlo.
La ditta Valobra è di Genova ed è antica, anno di fondazione 1903. Vuol dire che di persone ne ha lavate parecchie. La mia preferenza va al neutro extra al profumo di Primula, parte del fascino del quale sta nella confezione con la pupetta più carina che ci sia sulla faccia della terra, un mazzo di fiori fra i capelli insieme al nastro, un altro fra le mani a decorare il telo da bagno che la copre a metà e si trascina a terra e al collo una collana con 3 ciondoli appesi: un ferro di cavallo, un quadrifoglio e un cornetto di corallo. Se vi diverte saperlo, la confezione nella scatola serigrafata di latta con 4 pezzi, sempre in bella mostra da Barnes & Noble e acquistabile on line, costa 64 $.
Metto un sapone nuovo in valigia ad ogni viaggio, l'apro e uso la velina che l'avvolge come deodorante per l'ambiente e la scatola come decorazione del bagno: ho visto la pupetta accordarsi ad ogni stile, addolcire il minimal radicale di alberghi di tendenza e sollevare le sorti di incerti angoli di provincia, con tutto si armonizza e tutto ingentilisce, subito l'estraneo si fa meno ostile e un profumo di casa si diffonde.
Bellezza giusta di una grafica che resiste al tempo, mistero del vintage mai passato di moda, motivo di riflessione per tutti coloro che usano lavarsi e lavandosi fare esercizio di gusto.
inizio80. Warning Artist at Work

Nicko Straniero

Nicko Straniero, Tokyonoid, 2007, carta fotografica fritta

Nicko Straniero, Costume per Urban Geisha
Ho conosciuto Nicko Straniero a Londra nel giugno scorso e siamo in un contatto epistolare frequente e caldo. A breve inaugureremo nella Galleria de Il sole al guinzaglio, qui sul sito, la sua stanza, dove sono già in parte collocate le sue opere che io ho visto in mostra, foto di dimensioni tutte uguali, 10 x 15, complesse, elegantissime, trasfigurate da un processo di lavorazione che mi sta rivelando, una delle cose, come gli ho detto, di sapore più contemporaneo che abbia visto negli ultimi anni. Nella Tenderpixel Gallery al numero 10 di Cecil Court, uno spazio di dimensioni raccolte, grintosissimo, le Phototoxins di Nicko Straniero mi hanno precipitata in un mondo a metà fra Blade Runner e Enki Bilal, dove le parole d'ordine che ci si scambiano sono possibilità di cominciare di nuovo, avventura e opportunità, il tutto in un mood malinconico e romantico.
Stiamo organizzando qualcosa, ci siamo incontrati anche sul piano del fare, nell'arte così importante. Per ora vi offro, come in un'anteprima e con il medesimo gusto, la ricetta segreta, tratta da una mail del 13 ottobre scorso, dei suoi lavori. Leggete con attenzione, godetevi il precipitare dei pensieri, il movimento incessante del progetto in marcia, l'energia creatrice che tutto travolge e che a tutto dà forma e senso.
Da parte mia confesso l'iniziale disorientamento dello storico dell'arte che ne ha scoperta una nuova di cui non sospettava l'esistenza (sto parlando della tecnica, ma anche dell'idea) e il leggero brivido che mi è corso lungo la schiena al pensiero di come un artista è capace di conciare la sua cucina quando frigge in padella le sue opere e, in assoluta disinvoltura, le mette ad asciugare sulla carta come facciamo noi con le patatine e di come il risultato, in entrambi i casi seppure con qualche differenza, faccia venire fame (anche di nutrimento intellettuale) solo a vedere l'artefice in azione e consoli di tutta la fatica e dell'heavy duty che ci vogliono dopo per pulire.
'...Le immagini che hanno queste caratteristiche sono successivamente selezionate, stampate su carta fotografica e sottoposte a diverse manipolazioni non-digitali. Prima fra tutte..la 'frittura'.. in padella.. con olio, aceto ect.. che, pur dandomi un certo livello di controllo, rimane comunque più incentrata nel creare degli effetti casuali sulle foto, micro esplosioni che arricchiscono la superficie di texture, particolari che spariscono, colori che cambiano ect. Questo processo non ha sempre successo, a volte l'immagine è troppo deteriorata e già non più interessante. In caso positivo la foto viene invece asciugata premendola tra fogli di giornale anche per settimane, in modo da eliminare l'olio che impregna la carta.
Una volta che la foto è appiattita e asciutta... inizia la fase di osservazione ed intervento. E' qui che, diciamo tramite 'tecnica mista', mi riapproprio dell'immagine, accentuandone o ricostruendo particolari, ma anche immaginandone di nuovi. Immagino di lavorare su uno spazio vero.. quasi un'installazione se non fosse per il chiaro fatto che siano delle foto nelle mie mani. E' l'istinto che a questo punto ha la meglio. Con fili di cotone, perforazioni, strappi, vinile colorato ect, l'immagine finale nasce poco a poco. Quando anche per me diventa impossibile capire la vera natura dell'immagine e la sua complessita' mi soddisfa..mi fermo ed osservo il risultato. Ci sono comunque foto sulla quali dopo la 'frittura' non applico assolutamente niente in quanto l'immagine è autosufficiente e non chiede altro.'.
Nicko Straniero è nato a Oristano, Sardegna, Italia, nel 1978. Ha vissuto a Berlino, Tokyo e in California e dal 2000 risiede a Londra, dove studia presso la Metropolitan University per conseguire la laurea in Fine Arts www.nickostraniero.com
81. Mordendo la polvere

Margaret Horsfield, Biting the Dust, London 1997

Vicolo dei Mazzamurelli, Rione Trastevere, Roma
Stamattina me ne sono andata in centro in quest'ottobrata di bellezza impareggiabile. Dovevo ritirare alcuni libri che avevo ordinato alla libreria francese e inglese. In più ho trovato anche un paio di riviste. Sono rientrata con un'abbondanza tale di cose che ho fotografato tutto sul tavolo della cucina con il cellulare e ho dato al mucchio il titolo di Abbasso l'indigenza (certe volte non se ne può proprio più delle notizie sulla crisi finanziaria).
Fra i romanzi, l'imprenditoria femminile, il cinema e i manga il mio bottino comprendeva quella che diventerà la bibbia dei lettori di Opera Soap: Biting the Dust, ovvero Mordendo la polvere, di Margaret Horsfield (Londra, 1997), uno studio storico, sociale, letterario e psicologico di tutti gli anfratti del mondo di coloro che puliscono. Ricerche, interviste, riflessioni sui personaggi dei racconti, pubblicità, una bibliografia con tutti i sentimenti, divisione per capitoli ferrea, pochi disegnetti e pure sobri e un mazzetto di pagine centrali nelle quali compaiono le immagini che vanno da Florence Nightingale, fotografata nel 1891 con la cuffia e la nota che ricorda le sue raccomandazioni sulla pulizia, alla vignetta con la signora in abito lungo che netta il gabinetto versandoci dentro un barattolo di Gillett's Lye che promette di detergere tutto senza alcuno sforzo con un solo intervento a settimana e la didascalia che dice 'A Job You Can Do in Your Evening Gown' (personalmente dubito del metodo, del risultato e pure dell'abbigliamento) e si concludono, trionfanti, con un paio di impagabili foto di casalinghe '50 e '60 che fanno i mestieri abbigliate di tutto punto, una con i tacchi a spillo e l'altra in minigonna.
Insomma un libro per appassionati, cultori e specialisti.
Darò notizie in merito, oggi confesso di aver non poco faticato a mettermi a tavolino per faccende professionali con quel mucchio tentatore di cose da leggere e di aver resistito fino alla fine del pomeriggio prima di porre mano al testo biblico.
Vi interessa sapere come l'ho trovato? Facendo pulizia, ovviamente. Un mese fa, rimettendo in ordine le mie riviste inglesi di decorazione, tutte rigorosamente impilate all'ingresso e divise per annate, mentre mi perdevo dietro una copertina, un dettaglio trascurato, un articolo non letto e ripassavo con la spazzola, amorosamente, ciascuna di esse, un mazzamurello, che evidentemente stava da quelle parti, ne ha lanciata a terra una che si è aperta alla pagina della recensione della Horsfield.
Inutile aggiungere che non l'ho potuto ringraziare perché si era già eclissato per andare a fare dispetti da un'altra parte e che dopo non è accaduto più niente e che quello è stato l'unico numero che si è aperto da solo.
inizio82. Oggi meglio un uovo

Bianchina la Gallina

Casa per galline www.omlet.co.uk

Piero della Francesca, Sacra conversazione, 1472, part.
Trasecolo.
In un momento in cui i nostri giovani si lamentano perché non trovano lavoro (forse anche perché alcuni hanno voglia di fare poco e molti niente sanno fare), mi procuro un libro che elenca 'idee business' con concetti di impresa classificati per settore e modelli di società, esistenti in altri paesi, che sarebbe bene importare.
L'autore? Francese, è chiaro. Io con gli americani, in questo campo, non voglio avere a che fare. Troppo privi di cultura, per i miei gusti. E non parliamo degli italiani, tutti di riflesso.
Allora. Una dei servizi classificati per diventare imprenditori è quello della 'poule de luxe', ovvero della gallina dalle uova d'oro. Volete allevare la vostra chioccia? Ne siete sicuri? Avete pensato ai virus, alla febbre dei polli, alla pulizia del pollaio? Ai pasti? Omlet (non male, unisce il senso della frittata e della casa) ha il suo slogan: 'Con noi, allevare una gallina è facile come occuparsi di un pesce rosso'.
(Qui ho qualcosa da ridire. I pesci rossi non sono poi così light. Certo non sono gatti, dei quali ho parecchia esperienza, con tutte le fisime che li accompagnano, e il segreto, e la sensualità, l'eleganza, Baudelaire e la sterminata bibliografia di supporto. La più recente che ho letto è stata 'Per il vostro gatto da interno', dunque una specie di pianta. Però anche i pesci rossi richiedono attenzione: l'ultima volta che non mi hanno vista per 3 giorni li ho trovati tutti e due spiaccicati sul fondo della vasca in segno di protesta e, quando sono rientrata, hanno anche fatto finta di non vedermi. C'è voluto un analogo lasso di tempo, altri 3 giorni di calendario, perché i rapporti riprendessero. Moine, luce accesa giorno e notte, molliche di biscotti proposte a tutte le ore, preghiere, minacce di buttarli in uno stagno, ritorni, blandizie, carezze leggere sulle pinne e, alla fine, o, piuttosto, finalmente, eccoli di ritorno nella danza della prima colazione, tutti e due allineati come ussari in parata, verticali per poter emergere meglio, sanata la ferita affettiva, bollicine la sera per la buonanotte, movenze matissiane a tutto campo).
Ma torniamo alla chioccia.
Omlet si occupa di consumatori sensibili alla natura, al design e ai servizi. (Eccoci). In famiglia o 'célibataires' (in francese, vivaiddio, non ci sono single e il termine è usato anche da Sartre ne La Nausea per indicare il protagonista Antoine Roquentin e siamo al 1938, quindi in anni non sospetti, beninteso almeno per quanto riguarda speed date e altri circoli di caccia), è sufficiente possedere un giardino in periferia, un cortile o un balcone.
La società offre un pollaio design e un kit di servizi.
Ascoltate bene. Il pollaio Omlet non è una gabbia ma assomiglia piuttosto a un casco da scooter o all'ultimo Mac di Apple. E' proposto in cinque colori vivi (per la cronaca: rosa, arancio, rosso, verde e giallo. Come dire: questo non è un paese per i dark e per il loro gotico dell'anima. A quando un bel pollaio nero?), è un oggetto pratico e decorativo, tutto in plastica, di facile manutenzione. La lettiera è amovibile e si pulisce come quella di un gatto (d'interno, ci scommetto. Quelli d'esterno hanno altri orizzonti e altre lettiere) e per la sicurezza del volatile ci si attacca un 'tunnel grillagé' resistente alle volpi. (Non chiedetemi di che cosa si tratta, non lo so. Anche perché di volpi, sul mio balcone, non se ne vedono da tempo e, per me, l'argomento si può archiviare).
L'aggeggio è fornito con una serie di accessori: parasole e parapioggia, mangiatoia, contenitore per l'acqua, 10 scatole per uova, la guida del perfetto allevatore di polli e un sacco da 25 kg di grani biologici (un mese di alimentazione per due galline. Qui si esagera, non si era detto una?).
Ma non è tutto. Omlet fornisce volatili sani e vaccinati, e ve li porta pure a domicilio. C'è anche una formazione per i neofiti e un servizio di assistenza.
Il costo? 560 €. Poca roba, se si pensa al gusto dell'uovo fresco al mattino da ingoiare all'ostrica e del medesimo servito à la coque la sera ai visitatori. Per non parlare dell'omelette, quella che ammannisco io agli ospiti di riguardo quando ho voglia di stupirli con effetti speciali.
Mi confortano le note finali. La garanzia di sostituzione della gallina in caso di problemi (e se la famiglia o il célibataire ci si è affezionato, l'ha chiamata Bianchina, le gratta la testa la sera prima di addormentarsi e non se ne vuole separare? Probabile che Omlet abbia anche un consulente per l'elaborazione del lutto, formato alla soluzione del dramma) e la promessa di trovare presto un sistema per neutralizzare l'odore. Cosa che consentirebbe di offrirsi il lusso del pollo in appartamento, massima prospettiva per chi, in gruppo socialmente riconosciuto o solo, si sente incompreso dal suo entourage e desidera avere un interlocutore pulito e attento, l'occhio perennemente vigile, la sveglia all'alba, l'uovo pierfrancescano fresco deposto a comando, sempre caldo, pieno, ottimo per teste di intellettuali, simpatico a Colombo e anche facile da bere.
inizio83. Solo per te la mia canzone vola

Robert Rauschenberg, Bed, 1955, combine painting, New York, MoMA

Mamma Orsa e Orsacchiotto
La mamma (persona cui sono dedicati i versi che costituiscono il titolo di questa puntata tratti dalla canzone di Bixio-Cherubini del 1940. Poi non venitemi a dire che sono prevenuta nei confronti degli uomini italiani, con questi presupposti) dell'immenso Robert Rauschenberg, uno dei massimi artisti del XX secolo, inventore del New Dada e di parecchie altre cosette, morto nel maggio di questo anno 2008, sembra che non fosse del tutto contenta dell'idea che aveva avuto il figlio di cambiarsi il nome di battesimo, Milton Ernst, in quello di battaglia con il quale sarebbe passato alla storia.
Inoltre, come ci racconta in un articolo di introduzione alla mostra che sta per inaugurare al Madre di Napoli (Robert Rauschenberg, Travelling '70-'76) A. Barina sul solito Venerdì di Repubblica (comprato, come sapete, per via della posta del cuore di Natalia Aspesi), nutriva dubbi sul talento del figlio e quando lo andava a trovare e vedeva la sua opera Bed, un vero letto appeso verticale sul quale il colore è colato violento come il sangue in un efferato omicidio, insisteva perché fosse portato a lavare.
Pare che dicesse: 'Milton, non vorrai che qualcuno pensi che hai dormito in lenzuola così sporche'.
Probabile anche che aggiungesse la frase che pronunciava la madre del mio amico Astolfo quando guardava il figlio più giovane, Tommy, un ragazzetto pieno di peli e di capelli che, anche tenendo conto dell'eccentricità dei tempi, faceva e diceva cose decisamente strambe: 'Ho partorito un mostro'.
Trattasi di un altro caso di amore unilaterale: da una parte lui che intona dichiarazioni che adombrano Edipo e tutta la tematica dell'incesto, dall'altra lei che si rende conto dell'errore commesso mettendo al mondo un artista. O qualcosa di simile, almeno aspirante tale.
inizio84. Avvisi ai naviganti

Angie David, foto Kate Barry

Neolaureato in autocandidatura
(Trovata una bottiglia, sottolineo piena, di Borgogna di cui avevo dimenticato l'esistenza. Mi è sembrato un segno. Apertala per celebrare la prima cosa che mi è venuta in mente, per esempio il nuovo blog de Il sole al guinzaglio, inaugurato ieri)
Sto leggendo Marilou sous la neige (il titolo è tratto da un brano di Serge Gainsbourg), primo romanzo di Angie David, singolare e diafana creatura che sta, molto elegantemente e da qualche tempo, nel mio pantheon.
Angie ha il nome di una delle più belle canzoni dei Rolling Stones ('With no loving in our souls and no money in our coats/ You cant say were satisfied'), ha giusto 30 anni, è nata in Nuova Caledonia e vive a Parigi, scrive molto bene, è particolarmente coltivata, ama la moda e ne riferisce con talento. E' una giovane donna della quale seguo con attenzione il percorso, la trovo molto moderna, ho letto la sua monumentale biografia di Dominique Aury (per intenderci, Madame Histoire d'O), frequento regolarmente il suo blog (www.leoscheer.com Le blog de Marilou) e ne traggo suggerimenti preziosi su libri, film, musica e anche ristoranti. Lei è l'incarnazione della mia teoria secondo la quale si comunica molto bene a prescindere dall'età, cioè l'alternativa a quella deviazione che io chiamo zero12, come i negozi di Benetton, secondo la quale i quattordicenni devono stare con i quattordicenni, i trentaduenni con i trentaduenni, i novantenni con i novantenni e gli infanti con gli infanti. Un incubo. Il mondo trasformato in asilo nido o Santa Galla, mi chiedo come si possa accettare di essere infilati in un ghetto senza nemmeno un moto di rivolta.
Marilou sous la neige è un'autobiografia. Detto così sembra precoce, 30 anni sono pochi, però vi assicuro che la materia non è indigente: incontri, serate, musica, feste, letture, film, frequentazioni, droghe, amori. Ce n'è abbastanza per andarsene subito in pensione vivendo di ricordi. Sono arrivata ai tentativi della giovane e ambiziosa ragazza, all'epoca ventiquattrenne, di entrare nell'editoria. Invia 'deux lettres de motivation' a una nascente casa editrice indipendente ('Pour faire genre'). Per farsi notare ha scelto buste rosse.
Seguirà l'incontro con l'editore Adrien (il nome lo ha preso in prestito dal film La Collectionneuse di Eric Rohmer. Titolo preferito da Angie/Marilou nel catalogo del grande regista: Les nuits de la pleine lune. Se vi interessa saperlo, lo vedo anch'io 4 volte al mese), l'ingresso come stagiaire, la relazione amorosa che nasce con lui eccetera. Come vi ho detto, sto leggendo e sono nel mezzo del racconto.
La cosa che mi dà da pensare è il tono diverso che adottano rispetto a Marilou coloro che inviano a me il loro curriculum perché sono alla ricerca di un lavoro. Ricevo parecchie mail quotidiane, quasi tutte hanno come oggetto la parola 'autocandidatura', il tono usato è burocratico e amministrativo (quando leggo 'Spett.le associazione' mi guardo intorno per vedere se per caso mi sono finalmente ricordata di comprare un estintore, per piccolo che sia in un appartamento ci vuole e poi di schiuma ne fa comunque tanta; quando poi arrivo a '...una Vs risposta' mi alzo e vado a mettere nella lista della spesa il lanciafiamme che ancora mi manca), nessuno si è degnato di dare un'occhiata approfondita al sito (strumento di comunicazione che, quando ero ragazza io e cercavo ingaggi, non esisteva come sistema di informazione), le competenze sono vaghe, l'offerta apodittica ('mi propongo per lezioni'), le attitudini sempre 'brillanti' (strano, in un mondo in cui due persone in ascensore fanno fatica a trovare una posizione in cui mettersi e a cena, se appena ci sono estranei, la conversazione si impasta, barcolla, cade a ogni piè sospinto).
Ieri, rientrando dalla lezioni, mi è anche toccato leggere una mail di una signorinetta che avevo invitato a venire in Associazione e che si era irritata perché non sono riuscita, per motivi contingenti, a darle retta. Io, al suo posto, sarei stata lì a guardare e sarei tornata all'attacco appena avessi annusato il cambio di vento, lei se ne è andata offesa come Maria Stuarda a un passo dal patibolo e mi ha raccontato con parole di fuoco il suo sdegno, definendomi anche anti-culturale, parola dadaista che mi ha fatto sorridere, per non averla accolta con gli onori che meritava. Mi sono scusata, che dovevo fare, l'ho ringraziata per la rivelazione e le ho promesso che avrei fatto un esame di coscienza.
Intanto ho deciso di non aprire mai più una mail di pretendenti fino a che, vedendola, non avrò un avviso dal mio istinto. Potrebbe avere un incipit migliore (Per esempio: 'Gentile Signora'), fare riferimento a qualcosa della professione, a una pubblicazione, un'esperienza di cui si è venuti a sapere, proporsi con più disponibilità e apertura.
Oppure potrebbe recare in allegato un sapone, una confezione di detersivo, un libretto di istruzioni per il lavaggio dei capi delicati, cioè citare, come farebbe uno che frequenta, almeno 3 puntate di Opera Soap, far vedere che si sa con chi si parla, che si prova simpatia, che si ha voglia di dare una mano a ripulire il mondo, anche dai neolaureati noiosi che si sdegnano ad attendere, che non hanno avuto l'idea di usare buste scarlatte, e che, soprattutto, dell'arte non hanno afferrato il senso di sostanza che ci libera dal male, dalla rispettabilità associativa e pure dalle autocandidature.
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85. Vivat Bacchus - semper vivat!

George Thill (1897-1984), il mio Werther preferito

Chasse-Spleen, guardate che bella etichetta

Frans Hals, The Merry Drinker, 1628-30
(Quelli che, come me, sono inclini al mood malinconico e alle pene d'amore hanno riconosciuto nel titolo di questa puntata l'incipit del canto di Johann e di Schmidt all'inizio del secondo atto del Werther di Massenet. Gli altri possono sempre ascoltarlo e, se pure fossero di umore tendente al bello stabile, avvicinarsi e rendersi conto di fino a dove lo strazio e l'eroismo di un'anima romantica possono arrivare).
Sono nata a Roma e qui sono rimasta. Non l'avrei mai cambiata per una città di provincia, per le uniche due metropoli nelle quali mi stabilirei non va bene il mestiere che faccio e per la campagna è ancora troppo presto. Quando ci andrò traslocherò i pesci rossi (che gradiranno una vasca più grande), mi prenderò di nuovo un gatto e anche una capra. Ne ho conosciuta una qualche tempo fa che scondinzolava quando mi vedeva, si faceva grattare la testa fra i cornini e dava vigorose spallate a tutto il gregge perché la nostra relazione fosse esclusiva. Un caso di innamoramento estivo che ha cambiato il senso di tutto il soggiorno e mi ha costretta a partire con il cuore che in un guscio di noce ci sarebbe stato largo. Bordolina, questo è il nome che le avevo dato, entra di diritto in questa puntata perché stava vicino a Bordeaux e aveva intorno un paesaggio incantevole di vigne delle quali, peraltro, non sembrava troppo curarsi, occupata com'era a prendere dalle mie mani i ciuffi d'erba che sarebbero stati comunque nel prato a sua disposizione.
A Roma ho abitato in tre quartieri, poca roba di fronte ai nomadi perenni. Quello in cui sono al momento mi sta bene, anche se questa è una fase storica e esistenziale in cui, pur di non vedere e sentire, ho tendenza a vivere la casa come il castello con i coccodrilli nel fosso, tenendo in aggiunta anche il ponte levatoio alzato.
La cosa più bella da queste parti è la bottega di vini di Otello Altobelli, un gentiluomo che cura nei dettagli lo scrigno nel quale vengono a cercare tesori anche dall'altra parte della città.
Lì io commetto i miei peccati più mortali e faccio come fanno le donne con i negozi di scarpe: certe volte se ne tengono lontane perché poi quando ci stanno dentro fanno fatica a mantenere il controllo. Nei giorni di sobrietà mi affaccio alla porta con tutti e due i piedi sulla strada in segno di distacco, mando saluti tramite il ragazzo, agito la mano mentre imbocco la metropolitana.
Con il signor Altobelli parliamo di arte, viaggi e anche di manga, l'età non gli impedisce di partecipare alle mie scoperte, mi rimprovera se mi faccio incantare dai nomi e dalle etichette però poi mi mette da parte lo Chasse-Spleen (che lui stesso mi ha fatto conoscere), mi dà il permesso di toccare lo Château d'Yquem non solo con lo sguardo, mi ha concesso in prestito il suo motto lo champagne sta bene anche con la pasta e lenticchie, conosce i miei gusti a memoria, mi sceglie i bicchieri con competenza e una volta che gli ho chiesto perché non metteva la serranda elettrica mi ha dato una lezione di vita rispondendomi con orgoglio che il giorno che non fosse più stato in condizioni di fare quello sforzo (oppure di salire sulla scala), avrebbe chiuso il negozio. Indossa sempre le bretelle e un camice da lavoro color paglia che lo rende ancora più aristocratico e elegante e, se non ci sono clienti, sta seduto su uno sgabello storico che gli ho fatto promettere, quando se ne sarà stancato, di regalarmi.
Stamattina sono andata da lui e ho peccato senza nemmeno l'ombra di un pentimento. Mentre sfilava dallo scaffale una bottiglia mi sono resa conto che l'enoteca è l'unico posto al mondo (forse insieme al palcoscenico del teatro) in cui un po' di polvere non guasta, fa sentimento, atmosfera, allude alle tecniche di conservazione e all'invecchiamento, sembra un valore aggiunto alla qualità dello spettacolo offerto, tiene lontani i fantasmi della sterilizzazione, anche quella del gusto.
Sono fra coloro che guardano gli astemi con sospetto e non penso a correggermi perché credo di essere dalla parte della ragione. Ma per riconciliarmi con tutta la categoria invito gli analcolici a cambiare bibita e a venire con me a conoscere quello spazio, così piccolo eppure capace di contenere dentro il meglio del mondo, che si apre dopo la porta e l'unica vetrina, quelle sì pulite impeccabilmente e tenute sempre aggiornate e fresche.
L'Enoteca Altobelli è a Roma in viale Furio Camillo 10. Non c'è sito.
Non sono ancora riuscita a convincere il titolare a fregiarsi della tripla doppia v ma, visto il personaggio, incline a stare nella torre ma disposto da lì a guardare la modernità in modo bonario, non ho ancora perso tutte le speranze.
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86. La strana coppia

Pesce rosso tipo Manga

Pesce rosso normale tipo Strip

Joseph Cornell, Hotel Eden, 1945
Ieri è morto Brick, il mio pesce rosso preferito. Credo che si fosse preso la Saprolegnosi, i sintomi erano quelli, aveva filamenti che gli decoravano le branchie e da 10 giorni non aveva più voglia di niente. Le mie ricerche in internet erano chiare e non offrivano vie di scampo. Ho provato con un disinfettante sciolto nell'acqua ma, dopo la cena sul medesimo tavolo e una mia assenza di 28 minuti causata da una telefonata, l'ho trovato che non respirava più sul fondo della vasca.
La sera è stata malinconica, inquieta la notte.
Stamattina sono uscita per tempo per andare a cercare un altro pesce. Strip célibataire non mi piaceva affatto, non c'era nulla di buono in quella sua solitudine, nemmeno il gusto, come mi aveva detto una volta un amico americano che era stato lasciato dalla compagna, di allargarsi nel letto e dormire diagonally.
Ho preso tempo, fatto un paio di commissioni prima di andare al negozio. Quando sono entrata ho salutato e ho detto che andavo alla vasca dei pesci. Mi hanno lasciata in pace.
15 minuti accucciata lì davanti a guardare le danze, gli incontri e gli scontri, gli scivolamenti progressivi. Ho osservato con attenzione. Fatica sprecata, perchè l'avevo già visto: rosso fuoco acceso come il cuore di un incendio, coda lunga almeno 4 centimetri, allure sontuosa ed elegante.
Il negozio di animali è uno dei posti più sporchi che ci siano sulla terra, non so se sia un luogo di tormento o di estasi, però la memoria di Joseph Cornell (1903-1972), artista fra i più affascinanti che abbia incontrato nella mia professione, quello, per intenderci, delle scatole costruite con frammenti di memoria, immagini, ritagli messi da parte, che ha iniziato la sua carriera esattamente da un pet shop e dalle sue suggestioni (posso capirlo. Abbondano), mi stava davanti.
Quando il tempo che mi ero imposta è trascorso (sono molto impaziente e cerco continuamente di sottopormi a controllo), ho chiamato perché qualcuno venisse a confezionarmi il pesce. Con € 2,50 si è conclusa la trattativa, certo non c'era un aggravio della pesante situazione finanziaria.
Strada percorsa con attenzione evitando i traumi.
Casa. Rituale di immersione del sacchetto nella vasca. Attesa di 15 minuti. Liberazione del pesce, cura a non mescolare le acque.
Completamente TOC ho spiegato a Strip che avevamo un ospite e li ho lasciati da soli a discutere gli spazi e i tempi dei pasti.
Tutta la giornata è stata vibratile, ansiosa, intenerita dalla nuova presenza. Cento volte ho lasciato la mia postazione di lavoro per vedere come andavano le cose, se respirava, se nuotava aprendo le pinne, se aveva toccato il cibo che avevo somministrato alla pariglia.
Eccola lì, assortita come da copione. Uno, il pesce più bello del mondo, se supererà la fase di acclimatazione si chiamerà Manga; l'altro, un pesce rosso normale, tendente all'arancio come una triglia pallida, la coda che, a confronto, sembra un mozzicone. Mi fanno venire in mente lo stallone e la capretta che vidi una volta in un maneggio: lei, piccina, gli stava fra le zampe; lui, con le narici fumanti (giuro), scalpitava ma non la urtava nemmeno per sbaglio.
Prima cena insieme, certo meglio dell'Ultima. Manga e Strip si danno botte con le pinne, scendono a raccogliere i residui di cibo, risalgono.
Darò notizie della strana coppia.
inizio87. United Colors, 1

Nash (gibbosa) del 1957

Jasper Johns, Three Flags, 1958
Citato da Alexandre Lacroix nell'editoriale del numero di novembre 2008 di 'Philosophie Magazine' a proposito della precisione dei romanzieri americani, anche di sesso femminile, nel descrivere la marca di automobile che guidano i loro personaggi, sintomo della tendenza al realismo e alla descrizione della civilisation matérielle che tutti manifestano di possedere e che finalizzano all'elaborazione dei miti nazionali:
'una Nash gibbosa del colore dell'acqua dei piatti quando non ha più bolle' (Joyce Carol Oates)
(Diciamocelo: un uomo non avrebbe mai pensato a un paragone di questo genere perché gli uomini mai guardano l'acqua dei piatti con qualche interesse, ammesso che ci si trovino con le mani dentro qualche volta in vita loro).
88. Musica nuova in cucina

Fustino Bonux

Kool & the Gang, Still Kool, 2008

Album premi figurine Mira Lanza, 1969
(Se non avete la lavatrice in cucina ma in bagno o, beati!, in un locale apposito, questo titolo non è per voi. Mi scuso, ve ne dedicherò un altro appena possibile).
Geniale.
Per trovare una soluzione alla crisi del mercato del cd già Prince aveva pensato bene di distribuire gratuitamente il suo album Planet Earth con il supplemento domenicale del British Weekly Mail. Ora il gruppo disco-funk americano Kool & the Gang, fondato nel 1964 (praticamente un'istituzione) fa una cosa che ci piace di più e mette il suo ultimo disco, Stll Kool, nel fustino di detersivo Bonux della Procter & Gamble, che non cambia di prezzo e continua a essere venduto in Francia a 14,57 €.
L'idea mi sembra molto divertente, ero rimasta alle figurine Mira Lanza, messe da parte ordinatamente da mia madre, che le ripuliva dai residui di polvere profumata con accuratezza piemontese, e utilizzate per premi che non sembrano male nemmeno alla luce del consumo superiore che si fa oggi del mondo.
Niente a che vedere con la pratica attuale orrenda dei punti del supermercato, quelli che ti regalano gadget del tutto inutili e di nessuna qualità.
Sto pensando a un fascicolo di puntate di Opera Soap da distribuire free con saponi e detergenti vari.
Parola d'autore, fare il bucato non sarà più una corvée ma un simpatico momento di relax.
89. Autolavaggio

Autolavaggio, cioè Lavanderia self service

My Beautiful Laundrette, Stephen Frears 1985
Le prime avvisaglie si sono avute venerdì all'alba. Decisa a lavarmi i blue jeans prima di partire per Firenze, per averli pronti da indossare al mio ritorno, quando vado a toglierli dalla lavatrice li trovo zuppi di acqua. Penso di aver premuto per sbaglio il pulsante 'delicati', controllo, inserisco un numero di giri superiore e avvio di nuovo la centrifuga. Medesimo risultato.
Li metto fuori perché non mi bagnino la casa (escludo la vasca, è nuova e il suo confine è invalicabile, soprattutto per i panni scuri). Me li dimentico. Mi concentro sul viaggio. Rientro domenica sera, moine infinite ai pesci rossi, avvio un bucato di biancheria bagno e cucina. Lì il quadro si è fatto chiaro e del tutto desolante: un asciugamano bagnato, un canovaccio a righine bianche e blu asciutto, viscido di detersivo dappertutto. Mi arrendo all'evidenza, la lavatrice è rotta, non centrifuga, carica male l'acqua, provo tutte le combinazioni possibili, la insulto.
Lunedì mattina trascorro 2 ore e 30 minuti cercando di chiamare l'assistenza. Quello dei guasti agli elettrodomestici tedeschi di cui stiamo parlando deve essere l'unico settore che tira in questo momento di crisi finanziaria. E allora assumete più centraliniste e più tecnici, così siamo tutti soddisfatti e contenti e diamo pure una mano all'economia di questo posto. Macché. Primo turno disponibile venerdì prossimo. Mi faccio giurare che se qualcuno disdice mi tengono presente, la signorina mi suggerisce di controllare se per caso non fosse ostruito il filtro del tubo di carico dell'acqua, taglio no corto ma cortissimo, voglio nel più breve tempo possibile il migliore dei tecnici perché mi restituisca la mia macchina, faccio un elenco di ciò che sarebbe meglio avere rotto, la lavastoviglie, il frigorifero, l'aspirapolvere, perfino le tasche, ma la lavatrice no, senza la lavatrice non è possibile.
Comincia in casa il razionamento della biancheria, finito (provvisoriamente) il lusso a cinque stelle degli asciugamani di lino sostituiti giornalmente e anche quello delle spugne sempre candide e nette, inizio del bucato a mano per i capi delicati e del riuso per quelli che non mostrano evidenti segni di sporco.
Martedì mattina decido di affrontare il mucchio di roba il cui lavaggio è uscito compromesso: metto tutto in più buste di plastica, poi in una shopper robusta e con questa quintalata di panni mezzo fradici me ne vado al garage a prendere la macchina. Destinazione: Lavanderia self service Onda blu, aperta tutti i giorni compresi i festivi dalle 8 alle 22. La colf, che è in servizio, mi strilla dietro che è un orrore, mettere le proprie cose dove le hanno messe gli altri. Ma sono sicura che ci sia un sistema di disinfezione, non è questo che mi preoccupa.
Piove che il cielo la manda, ho scelto, fra le 22 sedi di Roma, con logica stringente quella più vicina. L'indirizzo dice via Tuscolana angolo via delle Cave e all'angolo di via delle Cave vedo fra i tergicristalli in movimento una cosa plausibile, un cartello con la scritta Autolavaggio aperto dalle 8 alle 22. Autolavaggio in che senso? Che uno si fa da solo il suo bucato o che qualcuno ti lava la macchina? L'italiano è una lingua a volte ambigua, in inglese non avrei avuto il dubbio. Mi infilo fin dove posso, la risposta buona è la numero 2, ma c'è un dettaglio: puoi lavare la macchina ma devi farlo da solo. Praticamente un autolavaggio al quadrato.
Deserto totale da giorno di tregenda, emetto un grido che commuoverebbe i sassi: 'C'è qualcuno che mi dice dove diavolo sta la lavanderia self service prima che mi arrabbi sul serio?'. Mi risponde il silenzio.
Mi rimetto in giro a cercare, parcheggio appena posso e procedo a piedi nella perlustrazione. Vedo la scritta Onda blu dietro il distributore dell'Agip. Che strano connubio. Entro, saluto, mi trovo davanti l'attesa teoria di macchine in movimento e il titolare, giovane, tarchiato, rasato e con il pizzetto. Indossa una tuta. Quando si gira leggo la scritta che campeggia sulla pompa di benzina. Gli chiedo come funziona. Mi spiega che si mette il bucato nella macchina, che il lavaggio dura 30 minuti, se li voglio anche asciugati devo calcolarne altri 20 e il doppio del prezzo (totale dell'operazione € 8,00). Dico che va bene, che vado in macchina (l'automobile) a prendere la busta, che mi tenga libero un turno. Mi sono portata il detersivo, mi scuso anche un po' per la diffidenza. Lui mi dice che, se mi fido, mi sposta lui il tutto nell'asciugatrice. Devo aver fatto occhi grossi come mandarini, se non addirittura come angurie. Mi dice: 'Okay, allora se lo fa da sola però deve stare qui alle 12:30'.
Bighellono un po' nel negozio, ci sono scaffalature vicino alla cassa e sopra stanno in bella mostra non gli ammorbidenti per la biancheria ma gli alberelli deodoranti, poi le spazzole di ricambio dei tergicristalli e pure le confezioni dell'olio (tutto per la macchina, voglio dire: l'automobile).
Il tipo con la tuta si dà molto da fare, sembra efficiente, la cosa che non capisco è che ci faccia il benzinaio (uno dei mestieri, diciamocelo, più sporchi del mondo) con l'addetto al lavaggio della biancheria, dal quale mi aspetterei un aspetto quasi clinico, bianco immacolato da mantenere tale dalle 8 alle 22.
C'è anche una ragazza dell'Est che tira fuori camicie come in una catena di montaggio, le sbatte, le sistema alla meglio in un cesto, si scoccia, sbuffa.
Riesco a fare un salto in banca dove tento un'altra operazione self service con scarso successo. Sostengo che se devo versare 4 assegni e il bancomat me ne prende solo 2 e mi tocca fare comunque la fila, allora la macchina (il bancomat) non serve, è un ingombro che potrebbero pure togliermi dai piedi. L'impiegato dice che lui non c'entra. Si sta avvicinando l'ora fatidica, torno a passo di carica al lavaggio, devo essere lì per il trasferimento dei panni, passerei sul cadavere di qualunque bancario pur di arrivare in tempo.
Un ragazzo dell'Est ha portato alla ragazza il pranzo, un trancio di pizza unta che lei mangia in piedi. Quando ha finito si pulisce le mani sulla prima camicia che afferra. Nel frattempo il titolare con la tuta sta tirando fuori tutte le divise di una squadra di calcio, quando un paio di calzoncini gli cade per terra il calcio glielo dà lui e così lo avvicina al tavolo su cui sta la pila di maglie. E' arrivato anche un single da manuale, ha portato una busta del supermercato con dentro palle di tessuto compresso fra le quali riconosco blue jeans, calzini scuri, mutande e camicie bianche. Carica tutto insieme, il tipo con la tuta gli suggerisce la temperatura: 30°. Peccato che non abbia chiesto a me perché avrei vendicato in un botto tutto il fiato sprecato dalle madri di single del mondo suggerendogli: '60 o anche 90'.
Sono sull'orlo di un abisso di detersivo e orrore.
Ho letto del Brainwash Bar di San Francisco www.brainwash.com, a parte la spiritosaggine del nome (ma pure Onda blu sembra qualche altra cosa, per esempio una motocicletta oppure una contrada), un posto che mette insieme lavaggio automatico e incontri. Si ascolta musica, si mangia qualcosa insieme (la carta è magnifica e c'è di tutto, dalle zuppe, alle insalate fino ai burger, e con il take-away ti puoi portare via anche la cena insieme ai tuoi panni e, se ti dice bene, pure una ragazza), ci sono iniziative d'arte, per non parlare della scelta della temperatura della macchina che asciuga e dei prezzi, decisamente concorrenti.
Guardo ipnotizzata i miei panni, che riconosco uno ad uno, ruotare, salire e cadere giù nel gigantesco cestello ad aria calda, saluto mentalmente una presina di cui noto una volta di più una macchia indelebile, mi sorprendo a fare paragoni fra i miei canovacci a righe e le vele di Daniel Buren (lavori in situ, Lucerna 3 maggio 1980 e Tel-Aviv 28 maggio 1999), tutti gonfiati, ciascuno a modo suo, da un suo vento, il tempo si è fatto infinito (al Brainwash Bar l'asciugatura dura solo 6 minuti), domando al tipo in tuta il perché della strana accoppiata, la lavanderia e la stazione di servizio, fosse che Agip è proprietaria di Onda? Mi risponde che loro sono proprietari dell'una e dell'altra ma solo lì, immagino la serata in cui hanno pensato di utilizzare lo spazio dietro al distributore non solo per vendere alberelli, la trovata, ormai, ha assunto contorni allucinanti.
La cosa peggiore dell'esperienza è stata la televisione accesa con un programma di Rete4 condotto da una signora che non vedevo da anni e che ricordavo figlia di partigiano, generale e prefetto. Volti deformati dalle grida disumane che uscivano dalle bocche venivano inquadrati con sadismo, un pubblico partecipante emetteva verdetti deliranti, lacrime sgorgavano da occhi roteanti, scritte scorrevano orizzontalmente ricordando il tema del girone infernale (un tradimento coniugale impiastrato di tossicodipendenza), urla cercavano di sovrastarne altre e articolavano frasi nelle quali si spiattellavano luoghi comuni e si sputavano sentenze, i protagonisti della vicenda (gli imputati, per intenderci) giovani e bellini come si usa adesso, incerto l'italiano, i congiuntivi omessi, sbudellate le loro vicende più private, imploravano ciascuno ascolto da quella ridda indiavolata di ossessi incapace di azzittirsi, anzi aizzata dal terzetto dei conduttori, eccitati più di loro dall'odore e dall'oscenità della rissa.
(In una parola, come canta il Méphistophélès de La Damnation de Faust di Berlioz, 'La bestialité dans toute sa candeur').
Inquadrata regalmente, piena di microfoni, la signora figlia di partigiano, generale e prefetto si grattava la testa coronata da una messa in piega ingualcibile e, strillando più di tutti, acquisendo per l'allure del fisico e il tono della voce l'incedere inconfondibile della vajassa, dichiarava al mondo che le donne sì che erano meglio degli uomini perché non stavano mai con il piede in due staffe, balla inverosimile, per smontare la quale non c'è nemmeno bisogno di disturbare Natalia Aspesi e la sua Posta del cuore perché basta guardarsi brevemente intorno, ma tant'è, questa era la sua legittima opinione, espressa ai quattro venti e imposta per esperienza in video e autorevolezza morale.
Avevo pagato in anticipo come richiesto, perciò appena finito di piegare grossolanamente la mia biancheria e di metterla nelle buste sono uscita con un sospiro di sollievo. Un'idea avevo bene impressa nella testa, che scorreva orizzontalmente e non tollerava opposizioni: la prossima volta che ci troviamo nei pasticci, io per la lavatrice rotta, gli imputati bellini per i tradimenti e la tossicodipendenza, i panni sporchi ce li laviamo in famiglia, è più igienico, più sano e costa anche meno in termini di denaro e di decenza.
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90. Cambio (di etichetta)

Matisse, Autografi d'autore, 2008 www.matisse.splinder.com
Di enigmistica so pochino, leggo Bartezzaghi per simpatia (e, a volte, mi perdo) e da ragazza ho fatto la baby sitter da uno psichiatra rebussista che, secondo me, non era del tutto a posto, almeno a giudicare dalla collezione di bambole che aveva la moglie e da quella di 'Playmen' che aveva lui (la prima esposta, la seconda nascosta nell'armadio e da me trovata in una sera di rabbia e noia furibonda: carnevale, loro a ballare mascherati da dama e cavaliere, io nell'appartamento con la caldaia al minimo, l'umore di traverso, i loro pupetti con il moccio al naso per il freddo e i bastoncini Findus da spadellare).
Prole di conseguenza: maschietto talmente avaro e strambo che non mi prestava le figurine per giocare (il risultato era che non giocavamo per mancanza di moneta di scambio) e femminuccia ancora troppo piccola per manifestare patologie di rilievo (però già ben disposta ad avarizia e stramberie).
Il cambio di qualcosa, però, mi diverte. Qui cambierei l'etichetta. Matisse ha scelto il Glassex sicuramente perché ancora non mi conosceva. In caso contrario avrebbe mostrato una netta predilezione per il Cif.
Un'etichetta si può sempre sostituire e poi ho usato anch'io per anni il Glassex prima che arrivasse anche da noi l'altro.
Ditemi se non è geniale: ha trasformato l'ombra di un flacone di detergente liquido nel segno dell'artista più raffinato dell'altro secolo.
Non solo un autografo d'autore, ma un autore che mette il suo autografo sul mondo, cambiandogli il senso, rendendolo poetico, dando all'operazione negletta del pulire la dignità di una firma immensa.
Devo chiedere a Matisse di ragionare sul Cif, di inventare qualcosa nel suo stile, di optare per l'uno invece che per l'altro. Qualcosa mi dice che lo farà, troverà il tempo, fra Nuove creazioni e Distrazioni, di azioni mirate ad incensare il mio feticcio e, come niente, produrrà anche qualcosa di giocoso e lirico, Cif Cif Cif, potrebbe essere un uccellino con un difetto di pronuncia, oppure il verso di un animale nuovo, inventato da lei e da lei portato a nostra conoscenza.
inizio
91. Play It Again, Sam!
Nel video Glenn Gould alle prese con Bach in un'incisione del 1955
Oggi venerdì 7 novembre, a una settimana esatta dalle avvisaglie, alle 13:55 è suonato il citofono. Il tecnico della lavatrice è arrivato, dunque, con 5 minuti di anticipo. Gli ho detto che lo stavamo aspettando come il Messia. Si è fatto subito una bella risata. Giovane, allegro, di bell'aspetto (non guasta) si è accovacciato davanti all'elettrodomestico in panne, ha tolto pannelli, svitato, ascoltato e ha formulato una duplice diagnosi. Possibilità 1: il 'modulo'. Grave ma non troppo, aveva con sé il pezzo di ricambio. Possibilità 2: la centralina elettronica. Gravissimo. Molto costoso e con un'attesa non breve perché bisognava fare l'ordine.
Sono agnostica, razionale e figlia dei Lumi tutti ma mi è dispiaciuto non avere santi in paradiso cui affidarmi.
Gli ho detto che lo lasciavo fare il suo lavoro, che ero nella stanza vicina. E' sceso in macchina a prendere un cavo. Si è steso sul pavimento della cucina appena fatto dalla colf che oggi era di servizio e l'ho ritrovato dopo 45 minuti con le mani nere di grasso che impugnavano un pezzo di metallo, plastica e fili dall'aspetto compromesso. Mi ha detto: 'Ci siamo, è il modulo'. Sospiro di sollievo. L'ha sostituito, si è lavato le mani 3 volte con l'acqua bollente e il detersivo dei piatti, gli ho detto di asciugarsi con la carta perché eravamo in regime di razionamento, ha svitato tubi, estratto vaschette, dato consigli di lavaggio, fatto prove.
L'assegno che ho staccato mi ha fatto riflettere una volta di più sugli insegnanti di lettere del ginnasio (italiano, latino, greco, storia, geografia e educazione civica con adolescenti sempre più sbiellati e con i blue jeans a mezz'asta), che secondo me dovrebbero guadagnare quanto i piloti dell'Alitalia; in data odierna troverei equa per le loro lezioni private una retribuzione almeno simile ai costi orari di un tecnico specializzato in lavatrici tedesche.
L'ho accompagnato alla porta, ripulito tutto con l'heavy duty, messa sul fornello mezza pentola d'acqua per 60 gr di pasta (si erano fatte le 4 del pomeriggio). Ho letto durante la cottura la Posta del cuore di Natalia Aspesi. Ho spento la radio, messo i piatti in lavastoviglie, disfatto il laccio del sacchetto dei panni sporchi, voluttuosamente aspirato l'odore delle lenzuola, le ho caricate nel cestello. Ho preso tempo e inviato un sms. Ho controllato il cielo, che si era fatto nero, dopo quattro giorni di previsioni di pioggia smentite da un sole tiepido mai visto a novembre finalmente la profezia si avverava. Sono andata a controllare i ciclamini sul balcone. Ho fatto due chiacchiere con Manga, pesce diventato nel frattempo célibataire e di cui sospetto manovre assassine nei contronti del povero Strip, che ci ha lasciato da due giorni. Ho preso la scatola di Dash, che compro nella confezione piccola perché sembra una serigrafia di Andy Warhol ignorando i richiami del fustino famiglia e risparmio, che trovo volgare e ingombrante. Ho dosato il detersivo: prelavaggio e lavaggio. Ho premuto due pulsanti e girato di 30° la manopola verso destra.
Il rumore del motore di nuovo in movimento della mia lavatrice e lo scroscio dell'acqua che inondava il cestello mi hanno dato le medesime sensazioni di felicità e pienezza che di solito mi vengono solo dallo Steinway di Glenn Gould.
inizio92. Small World

Alta velocità (sedicente tale)

Martin Parr, Small World, 1996

Abito di Anna Karenina
A Napoli, dove insegno da 10 anni, ho un referente prezioso, una giovane donna che si chiama Carla che lavora in uno di quei box che hanno il nome di 365 Grandi Stazioni, praticamente il surrogato della biglietteria. Bella ma soprattutto intelligente, la mia amica bionda, sempre gentile, puntuale, alla ricerca di soluzioni, mi risolve i frequenti problemi del pendolare. Oggi mi ha dato lei la ferale notizia: l'abbonamento è aumentato, ma stavolta in modo radicale: € 300,00 per l'alta velocità, prima con € 160,00 + una serie ulteriore di ticket di accesso (€ 3,00 a treno, vi risparmio tutti i conti della lavandaia e vi dico la cifra mensile intorno cui si aggirava la spesa: € 195,00) si riusciva ad andare a lavorare.
Detesto l'Alta Velocità e la detesto dal profondo del cuore: treni fetidi, sporchi, la carta igienica nei gabinetti considerata un optional, malamente tenuti, a bordo fa sempre freddo perché occorrerebbe troppa manutenzione per gli impianti e nessuno è, in pratica, capace di gestirli, spesso allagati gli invasi davanti ai bagni, frequente l'odore insopportabile di liquami che si diffonde nelle carrozze: un'immagine fosca dell'Italia dei nostri giorni, non conto più le volte in cui, trovato il coraggio di fare un buco nell'acqua, ho presentato una protesta formale sottoscritta dai responsabili del controllo, tutti movimenti inutili, o meglio, falsi movimenti.
Penso in tutta sincerità che gli IC siano meglio, sembrano ancora dei treni, sferragliano, hanno l'odore della tradizione e non quello dei detergenti infimi, solo impiegano più tempo a percorrere la tratta e il tempo del pendolare è prezioso, si traduce in produzione o stanchezza.
Ma stavolta la scelta è obbligata. L'abbonamento IC continua a essere abbordabile, l'altro è entrato nell'orbita dell'assurdo, non si può andare a lavorare rimettendoci soldi, le relazioni si inaspriscono, monta l'odio nei confronti degli studenti, la vita intera, non solo quella professionale, ci va di mezzo, un docente che si chiede che cosa ci sta a fare su quel treno è un docente morto.
Carla mi diceva che tutto è peggiorato, che siamo regrediti, mi chiedeva, conoscendo già la risposta, se oggi stavo come 10 anni fa, era lucida e rassegnata, mi dava informazioni, anche di tipo sociologico: che cosa avevano fatto gli altri pendolari, tutti i professori universitari dell'Orientale e del Suor Orsola, i direttori di banca, il mondo variegato dei viaggiatori, perfino i cinesi (i cinesi?) habitués del percorso.
La cosa che più mi infastidisce è il restringimento del mondo, la percezione netta e quotidiana di confini che mi soffocano, gli orari a strozzo, la riviste che arrivano sempre più tardi, i costi di gestione della vita surreali rispetto alla vita stessa.
Se Wolfgang Tillmans è il mio fotografo del cuore, Martin Parr è quello della mente. Li prediligo in modi diversi e mi sono tutti e due indispensabili. Riservo il primo alla sfera intima e eleggo, oggi, il secondo a simbolo dell'inquietante tendenza.
Il suo libro Small World parla di un turismo indegno, massificato, ignorante, in cui frotte di umani si spostano da Venezia all'Himalaya in gruppi organizzati, si fotografano l'un l'altro, comprano souvenir fabbricati dall'altra parte del mondo, reggono la Torre di Pisa sghignazzando davanti all'obiettivo di una macchina, voltano le spalle al Partenone, un universo che farebbe meglio a starsene a casa e che riempie aerei e treni della sua insulsaggine e che mi fa auspicare un ritorno di Cristo sulla terra, ma non del Cristo mite che porge l'altra guancia, bensì di quello che si infuria una volta nella vita e caccia i mercanti dal tempio.
Stare in un mondo piccolo mi secca, si annebbiano le idee e si atrofizzano i progetti.
Sono rientrata a casa mortificata, ho chiamato un collega che ha definito l'aumento 'una vera batosta'.
Ho aperto una bottiglia di vino buono, trovato un numero magnifico del 'Magazine Littéraire' sul cibo e sulle parole che servono a dirlo e che vengono alla bocca.
Chiusa a doppia mandata, sistemata davanti al mio computer come un hikikomori, uno di quei reclusi che rifiutano di uscire e consumano pizze di cui conservano ossessivamente le scatole di asporto, sogno un mondo di treni fatti apposta per i pendolari, in particolare per i professori di Accademia, che un destino bizzarro obbliga a stare da un'altra parte rispetto a dove abitano con un uomo, una donna, il cane o i pesci rossi, quelli che potrebbero, in un'ottica di altro colore, seminare a tutti i venti approfittando della situazione contingente, divulgare il Verbo oppure solo la tendenza, viaggiare per piacere intellettuale e diletto, coinvolgendo i discepoli in un'operazione di abbattimento delle frontiere, pagando solamente un simbolico biglietto, una parte infinitesimale del salario e non una percentuale da manicomio, meglio se decisamente ospitati a bordo di carrozze calde, pulite e accoglienti, letterariamente adatte ad accogliere talenti, memori di tutto quello che da sempre accade sui treni, dall'arrivo di Anna Karenina alla sua definitiva partenza (si suicida, ricordiamolo, buttandocisi sotto), a Ruskin, ai Futuristi (rileggete, a questo proposito, quel gioiello di ricerca che è Treni di carta di Remo Ceserani), insomma gente che ama la velocità ma che di quella sedicente 'alta' non sa che farsene, soprattutto se falsa, demagogica, cronicamente in ritardo, con i prezzi fuori dalle orbite e con le ritirate sporche.
93. Mani pulite
'Chen-Bo Zhong, un ricercatore di Toronto, si interessa alle associazioni metaforiche fra solitudine e freddo o fra peccato e sporcizia. Osserva che il rifiuto di un gruppo sociale si accompagna, nell'escluso, a una sensazione di freddo che lo spinge, per esempio, a consumare più bevande calde. Nota anche che la deroga a una regola morale conduce il colpevole a lavarsi le mani vigorosamente. Una pulizia che riduce così bene il sentimento di colpevolezza che esonera spesso il peccatore da una volontà di riparazione sociale. Ponzio Pilato si è rifiutato di rilasciare commenti'.
(Dal numero di dicembre 2008 di 'Philosophie Magazine' www.philomag.com trovato nella mia cassetta della posta e assaggiato con voluttà al mio ritorno a Roma dopo 5 giorni di soggiorno a Parma per la mostra di Correggio. La mia casa mi è sembrata bellissima, piena di libri e di film. Manga aveva occhi riconoscenti. Gli ho promesso di portargli un compagno in settimana. Il mio conduttore preferito, di turno stasera, al quale ho detto di farsi con me una tresca radiofonica, mi ha risposto via sms 'Mica male come proposta', aggiungendoci un bel punto esclamativo. 'Home, sweet home', ho pensato lavandomi le mani. Poi mi sono versata un bicchiere di vino e ho preparato la cena).
(Nel video sir Morgan Toft interpreta Pontius Pilate in Jesus Christ Superstar, edizione svedese)
inizio94. Confidenze troppo intime

Ylang Ylang

Paul Delaroche, L'Exécution de Lady Jane Grey, 1834

Zone erogene (da fermentare)
Martedì. Mi prendo mezza giornata di libertà per far uscire la stanchezza (qualcosa di molto più vicino a quella del violinista o del cantante d'opera che a quella del professore).
Porto la macchina a sostituire la resistenza e sotto il ponte della Portuense mi domando se ci arriverò mai. Piove a dirotto e la strada è un fiume da guadare. Visioni di elicotteri che mi vengono in soccorso cominciano a profilarsi dietro i tergicristalli che vanno a ritmo convulso. Lei continua ad andare, in fila disumana a passo di biscia, il paesaggio urbano mi è quasi ignoto, stravolto nei suoi punti di riferimento dai lavori in corso e dal diluvio.
All'insegna della Citroën faccio la conversione, la fermo davanti alla rampa dell'officina, scendo a piedi e chiedo che ci pensino loro. In 15 minuti e 3 firme me la restituiscono bella calda con il ventilatore che sembra un gatto davanti alla stufa.
Ora: supermercato, ma che abbia il parcheggio coperto, che sia ben fornito e non del tutto abituale, se non mi pulisco la mente la giornata tutta è compromessa.
Comincio a mettere nel carrello buono per un esercito la mia spesa specializzata e ossessiva, le insalate scelte per il colore, le mele e le arance che devono intonarsi al bianco/blu della cucina, almeno una decina di sacchetti di parmigiano confezionato in dosi singole, i kleenex in quantità industriale.
A un certo momento capisco che esagerano: trovo il pacchetto di 20 salviettine umidificate per l'igiene intima allo yogurth, ci sono dentro anche papaya e ylang ylang, sono in puro cotone e pure dermatologicamente testate. Mi metto a leggere con attenzione 'perché acquistarle'. Sentite bene:
- contengono yogurth, fonte primaria di fermenti lattici e proteine, e favoriscono l'equilibrio della flora batterica
- sono 100% in puro cotone, morbide e delicate sulla pelle
- aiutano a mantenere sempre idratate e ben protette le parti intime
- la papaya è un concentrato di vitamine, un antiossidante ed un elasticizzante cutaneo. L'ylang ylang dà un tocco dolce e stimolante.
- sono dermatologicamente testate e senza alcool
Non è specificato se l'uso è unisex.
Mi guardo intorno, convinta di essere capitata nell'appena inaugurato reparto a luci rosse della SMA, alla ricerca di vibratori, oli da massaggio al gelsomino e completini in latex. Niente. Mi sorridono pupetti (che non sanno che cosa li aspetta nella vita) da confezioni condominiali di pannolini ben allineate accanto a buste di ovatta colorata finalizzata all'allegria del bagno e a disinfettanti generici e innocui per l'ambiente.
Eppure. Eppure le salviettime intime allo yogurth sono senza dubbio alcuno un accessorio erotico, alludono a pratiche alimentari decontestualizzate, almeno relativamente alla tavola della cucina che immagino ancora imbandita, casomai con i resti della cena, a un certo punto si spingono i piatti sporchi un po' più in là e si gusta il dessert alla papaya assumendo in una sola botta pure le vitamine concentrate e tutti gli antiossidanti del caso. Il tocco 'dolce e stimolante' provoca appetito perfino durante la digestione, per non parlare della garanzia di idratazione e dei fermenti lattici che, come è noto, fanno decisamente bene alla pancia e a tutto quello che ci sta dentro.
Metto le salviettine nel carrello accanto ai vasetti di yogurth per la colazione (quelli sono al gusto di limone), ho pensato di fotografarle con il cellulare ma mi serviva il testo per la puntata 95 di Opera Soap perché non ero sicura di riuscire a memorizzare tutte le indicazioni e rischiavo di omettere le più esilaranti.
Considerando che tempo fa ho passato mezzo pomeriggio a cercare di convincere via telefono e mail la medesima casa che produce l'intimo con il fermento a rimettere sul mercato le salviette umidificate in confezione singola grandi e spesse destinate, nelle intenzioni, agli adolescenti (le migliori che abbia mai provato) che avevano ritirato perché non gradite al consumatore, ottenendo praticamente il nulla con la signorina del numero verde che sbagliava prodotto, non aveva la minima conoscenza del sito della ditta per cui lavorava e il responsabile che non ha fornito nessuna risposta alla mia richiesta via posta elettronica, mi chiedo chi siano le teste che inventano i prodotti alla Fresh & Clean.
Se freschi e puliti vogliamo essere, certo non sarà lo yogurth ad aiutarci, almeno non applicato nelle zone citate da Sophie Calle in una delle pietre angolari della sua produzione, quel Le carnet d'adresses (1998) che, smarrito e da lei ritrovato, la porta a infilarsi nella vita del proprietario tramite contatti con tutti i conoscenti e gli amici che compaiono con i loro numeri di telefono attraverso commenti che ricostruiscono l'immagine di un uomo che è un virtuoso di flipper, ama l'Italia e i fumetti, è caloroso e riservato, è all'agio nella sua follia, organizzato nella sua solitudine, predilige il dipinto L'Exécution de Lady Jane Grey di Paul Delaroche e ha rischiato di morire dal ridere quando gli hanno raccontato la storiella seguente: Qualcuno fa un sondaggio sulla vita sessuale dei Francesi. 'Mi scusi signora, saprebbe indicarmi le zone erogene?' E la signora risponde 'Mi scusi, non sono del quartiere'.
Viene da chiedersi come la signora della 'blague' del Carnet d'adresses avrebbe reagito davanti al pacchetto che occhieggia con le sue foglie di ylang ylang e le mezze papaye nel mio carrello in fila alla cassa. Ci si sarebbe struccata la sera ignorando le indicazioni riportate sul pacchetto? Le avrebbe pudicamente riservate alla pulizia delle mani in condizioni di igiene precaria? Le avrebbe scambiate per una merenda di quelle ludiche che fanno dimenticare la noia dell'ufficio?
Né l'avrebbero aiutata le due laconiche frasi messe sotto la banda arancione con la scritta 'Come usarle'. Infatti si legge:
- sollevare l'etichetta come indicato dalla freccia
- estrarre la salviettina
Il resto è lasciato alla fantasia del consumatore, ovvero alla nostra.
95. Train de vie

Edward Hopper, Compartment C Car 293, 1938

Jeff Koons, Train, forse realizzato nel 2010

Gwyneth Paltrow sul red carpet
Giovedì 4 dicembre. Stoica, metto la sveglia alle 5:15 (metto 'le' sveglie: quella normale e il cellulare) per essere in Accademia a Napoli per la lezione delle 11:00.
(Rubens si svegliava alle 4:00, ma si trattava di andare, fra le altre cose, a incontrare Velázquez. Voi capite, lo stato d'animo era un altro).
Fuori discussione la possibilità di tirare via sui rituali del mattino, sono una persona civilizzata e tengo alla colazione con il mio tè preferito (Earl Grey French Blue Mariage Frères), la frutta, anche spremuta, la cura dei bonsai e di Manga, la toletta ('Un chapitre sur La Toilette. Moralité de la Toilette. Les bonheurs de la Toilette', Charles Baudelaire, Mon coeur mis à nu, 49), il letto (ho calcolato che mi servono 15 minuti buoni per rifarlo come dio comanda).
La metropolitana alle 7:40 del mattino è in grado da sola di darmi uno spleen articolato e durevole: le facce da deportati, le teste ciondolanti, lo sbracamento dei maschi di ogni età allargati sui sedili come se fossero davanti alla televisione nel loro salotto, zaini e borse pestati buttati a terra, le cuffiette MP3 fisse negli orecchi, i miniquotidiani che tappezzano sedili e vetture, lo spazio ridotto, tutti schiacciati da tutti, tutti urtati, messi da parte a spintoni quando è ora di scendere. Le scale mobili di Termini (in numero di 4, 1 o 2 spesso fuori servizio) trasportano con lentezza magrebina una massa umana di dimensioni che danno da pensare su un supposto tasse di natalità di segno negativo, graffiti osceni le decorano, altri fogli di giornale si ammucchiano.
Alla mia edicola la signora rossa di capelli mi dice che si è svegliata alle 4:30 ma che lei si prepara in 15 minuti e così si è liberata il pomeriggio. Mi rifiuto di comprare il quotidiano, dell'Italia mi avanza la visione che ho intorno, è uscito il mio settimanale francese e lo metto in cartella, attrezzata meglio della bisaccia del legionario, salviette umidificate, anche quelle intime della puntata 95, carta cucina, alcool per la cattedra, occorrente per la lezione, calzettoni per il freddo, una sciarpa d'emergenza, stampata di 50 pagine del blog di Géraldine Dormoy http://blogs.lexpress.fr/cafe-mode/ con 'Récemment dans la catégorie Les films bien sapés', rivista di cinema, taccuino per appunti, astuccio, il delizioso le Dossier How to Survive the English di Sarah Long, consigliato ancora da Géraldine Dormoy (un essai sur les travers des anglais dont la lecture me fait actuellement pouffer de rire toute seule dans le métro. De leur obsession pour la seconde guerre mondiale à leur goût inexplicable pour la campagne pluvieuse en passant par leur attachement aux uniformes à l'école, tout y passe... et j'en redemande), ormai entrata nel mio pantheon, carta igienica, fazzoletti.
Vado a stampare al self-service l'abbonamento che ho fatto in internet e di cui ho il codice, la macchinetta è fuori servizio, salgo al volo sul treno perché, se mi metto a cercarne una in funzione, lo perdo.
Appena a bordo mi rimprovero di aver dimenticato a casa il Cif e il Lysoformio. Forse anche il Baygon mi avrebbe fatto comodo. I vetri dei finestrini sono oscurati da uno strato secolare di schizzi, negli scompartimenti sedili, un tempo ricoperti di una sobria tappezzeria blu a disegnetti, hanno assunto un colore incerto, screziato in più punti dall'usura e dal sudiciume, i teletti poggiatesta, bianchi in origine e decorati dal logo delle ferrovie italiane, tenuti con un velcro che ha resistito a tutte le sollecitazioni, presentano tracce di neri e grigi che nemmeno Burri sarebbe in grado di riprodurre, dalla grata del riscaldamento pendono ciuffi di polvere unta e arrivano rumori di ingranaggi insieme a sbuffate di aria fredda, la luce al neon è quella dell'Institut Médico-Légal di Maigret nel quale le docteur Paul, in camice bianco e guanti di gomma, fumando una sigaretta dopo l'altra (è convinto delle doti antisettiche del fumo e nel corso di un'autopsia si fa fuori due pacchetti di bleues), taglia a pezzi cadaveri, se già non gli sono arrivati en morceaux per proprio conto.
Il treno è deserto, un trasporto metafisico che arranca e comincia ad accumulare i 20 minuti di ritardo con i quali arriverò a destinazione, lo percorro cercando il posto meno peggio, a un certo momento mi fermo, disfatta di fronte all'impossibilità dell'impresa: dappertutto ciondolano tocchi di materiale, la sporcizia alligna, sbattono porte di passaggio male in arnese, tralascio la descrizione delle ritirate, i servizi letteralmente a pezzi, i contenitori del sapone senza coperchio, i finestrini che non chiudono e che gelano l'ambiente, l'acqua razionata che scende goccia a goccia, la carta igienica umida in modo sospetto, i liquami sparsi sul pavimento.
Cerco di fare astrazione e mi concentro sulle 50 donne meglio vestite al mondo, ha conquistato il primo posto Gwyneth Paltrow che sorride in copertina con un abitino da sera che mi fa pensare che abbia dimenticato a casa un pezzo, è praticamente in mutande e indossa stiletto, secondo me le proporzioni non funzionano e non è elegante, se in giuria ci fossi stata io mi sarei battuta per metterla più in basso, fra l'altro non mi piace per niente, la trovo sciapa e non mi sembra nemmeno irresistibile come attrice.
Volete sapere chi c'è, di questa categoria, nel mio pantheon? Lascio perdere le grandissime di generazioni consolidate dal tempo, Jeanne Moreau e Catherine Deneuve, il fuoco e il gelo messi al servizio di talenti che non hanno confronto, se avete ancora un dubbio ascoltate le loro voci nelle versioni originali dei film: Moreau che in Jules et Jim canta Le Tourbillon con grazia e malizia, Deneuve che emette qualcosa di molto simile a una stoffa di velluto scuro cangiante sulla quale il fiato crea improvvisi e preziosi toni che la increspano.
Vi cito le più giovani, Isild Le Besco, Amira Casar (anche lei in classifica palmarès 2008, categoria 'Excentriques'), Emmanuelle Devos, anche la nostra Asia Argento, un corpo messo al servizio dell'interpretazione fino all'ultimo sorso, certe volte nel suo truce esistere è indispensabile, e poi Chiara Mastroianni, che mi è stata più che antipatica per anni ma che ho imparato ad apprezzare e che è di una bravura impressionante.
Exit Gwyneth, che vada a farsi un giro altrove sulle sue belle gambe.
Ho una piccola discussione con il controllore per via dell'abbonamento non stampato, gli faccio notare che l'ho pagato e che io sono io, lui insiste che potrei non essere l'intestatario, i discorsi prendono una piega surreale con scambio di biglietti e di identità, gli giuro che appena rimetto piede a terra rimedio, che la macchinetta era fuori servizio, che gli sarò grata per l'eternità se la pianta. Passo all'attacco, lo chiudo nella sua area di difesa protestando per lo stato del treno, a quel punto si ritira nella sua metà campo e mi lascia perdere.
Latina, Formia, Aversa, misuro nei nomi la distanza, non tanto delle località ma dei servizi sulla mia rivista: 13 buone ragioni (diciamocelo, una meglio dell'altra) per andare a Berlino; come si fa il 'flan'; il Christmas chic di India Mahdavi, architetto e designer; la déco degli ultimi ristoranti inaugurati a Parigi, tutti inevitabilmente di ambiente (in francese 'ambiance' è femminile) 'branchée, arty e conviviale'; i film, i libri, Kate Moss onnipresente, l'édition limitée dei 120 mitici pastelli Caran d'Ache rivisitata da Alber Elbaz e in vendita a 524 € (una mia compagna di scuola alle elementari aveva qualcosa di simile e riusciva, così, a dare agli umani il colore rosaceo che meritano, laddove le mie carnagioni, ripassate di rosso e giallo, tendevano a un preoccupante arancio più degno dei Cherokee che dei ritratti europei che mi sforzavo di produrre).
Napoli, altra metropolitana, anche qui il segno vincitore è lo sporco. In Accademia mi piego a tutti i rituali delle firme e della consegna delle chiavi dell'aula. Faccio una lezione appena corretta, devo avere l'aria poco rassicurante perché gli studenti stanno immobili sulle sedie, hanno ingoiato la gomma americana prima che dicessi loro di andare a gettarla e i maschi si sono tolti da soli i cappelletti con la visiera che indossano sempre, quelli che danno loro, insieme alle sopracciglia depilate, una incontenibile aria da ebeti.
Fuori dall'aula ho fatto appendere un cartello con la scritta: 'La lezione è in corso. Si prega di non disturbare. Grazie' e la mia firma, una cosa che volevo fare da tempo e che, mi rendo conto, funziona perfettamente, capace com'è di bloccare il flusso migratorio.
Osa affacciarsi solo Antonio (che si definirà 'il Temerario'), lo rimando indietro semplicemente con il gesto di Cristo che chiama Matteo, solo che qui Matteo torna sui suoi passi e infila la porta. Alla fine della lezione i guaglioni mi faranno vedere i risultati dell'estromissione dovuta a ritardo: un brogliaccio di sceneggiatura per il manga che devono realizzare per l'esame, si vede Il Professore (io) che tiene il flacone di alcool (quello per pulire la cattedra) come Miss Liberty impugna la fiaccola, gli occhi dardeggianti fiamme dell'inferno, il fumetto con pipetta (non sempre i manga ce l'hanno) che recita la medesima frase del cartello, loro fattisi piccoli con tutti i dettagli, le loro eterne cartelle con i lavori, i cappelletti. Finiamo la mattina nella solita atmosfera di scambio, mi mostrano foto, ragioniamo su un bozzetto di catalogo, sono irresistibili quanto a simpatia, se fossero anche più coltivati sarebbe meglio, di fronte a studenti antipatici, comunque, non sarei in grado di aprire bocca.
Mangio una pizza memorabile in piedi a via dei Tribunali. Compro la cena (polpette e friarielli) dai Buongustai poco più avanti. La città è addobbata per il Natale, a S. Gregorio Armeno banchi di pastori con deliziose caciotte e figurine, che portano cassette di chicchi di riso dipinti in argento a simulare alici, mi circondano.
Sul treno di ritorno crollo in un coma profondo.
Mi scuotono 3 volte 3 persone diverse, 2 controllori cui tendo l'abbonamento che ho finalmente stampato, un viaggiatore che entra nello scompartimento, inciampa sulle mie scarpe, mi travolge e poi mi chiede se disturba, a fine giornata ho messo insieme, sommando anche i cronici ritardi, 5 ore di treno, mi infuria la riduzione a strumento di tortura di quello che era un luogo letterario, cado continuamente in siti con foto storiche di locomotive sbuffanti, nostalgiche rievocazioni di materiali stravolti oggi nell'estetica e nella manutenzione, penso ai treni nell'arte, quelli dall'atmosfera triste per ben altre ragioni di Edward Hopper, quelli futuristi di Ivo Pannaggi, perfino la locomotiva a vapore Baldwin del 1943 riprodotta life size da Jeff Koons e appesa a una gru fuori dal Los Angeles County Museum, una scultura che più moderna non si può, le ruote che girano, il fischio che si fa sentire a distanza, così come l'altezza (161 piedi) che la rende simile a una torre di avvistamento, una cosa che, se realizzata, sarà la prova di come il treno possa provocare deliri di ingegneria e di immaginazione e non solamente moti di rigetto.
Quando mi chiudo alle spalle la porta di casa (There's No Place Like Home) mi rifiuto a qualunque contatto umano, fosse pure quello minimale dell'ascolto dei messaggi, saluto Manga, come scrive Sarah Long a proposito degli Inglesi alle prese con i loro adorati pets, 'at peace with the world and mercifully freed from the need to make conversation', apro una bottiglia di vino, accendo la radio, mi sono liberata di tutti gli abiti da treno e li ho esposti all'aria (forse avrei dovuto disinfestarli), ceno più che sibariticamente a lume di candela.
Chiudo la giornata con una toilette meticolosa, facendomi scorrere addosso litri di acqua bollente, di shampoo e di schiuma da bagno. Piombo in un sonno che il responsabile di Trenitalia, convinto evidentemente della necessità di espiare qui e subito, finché siamo sulla terra, tutti i peccati, anche quelli ancora da commettere, chiamerebbe del giusto.
Ho puntato la sveglia ('le' sveglie: quella normale e il cellulare) alle 7:00: domani ho lezione alle 13:30, un orario indubbiamente più civilizzato, degno di un'intellettuale che va a insegnare l'arte a guaglioni, anch'essi in trasferta, che giocano, pure loro, fuori casa e stanno perennemente in viaggio, esposti a tutti gli insulti della sorte e della vita, allo sporco dei treni, ai loro ritardi, protetti, almeno loro, da san Gennaro e dalla visiera di un cappelletto.
inizio
96. Arte in Corso

Rembrandt, Hendrickje alla porta aperta, 1656

Jan Vermeer, Donna con collana di perle, 1664

Gerard ter Borch, L'ammonimento paterno, 1654-58
Ho detto sguarnita. Intendevo mediocrissima e mi chiedevo anche se i curatori pensavano di noi che avevamo l'anello al naso.
Cerco di spiegarmi: se leggo nel titolo Valori civili nella pittura fiamminga e olandese del '600 (Museo del Corso, Roma, dall'11 novembre 2008 al 15 febbraio 2009), capisco che in mostra ci sono opere che di questo raccontano, cioè dell'altissimo e lucido discorrere che fanno questi settentrionali qui dei loro fatti di etica e di rappresentanza nel secolo d'oro della loro produzione pittorica.
In sopralluogo mi ci sono fatta pure una fila che mi ha mandato di traverso il pomeriggio, colpa mia, di sabato prima di natale in centro si rischia la folla che, nomade, si sposta da negozi a esposizioni senza nemmeno distinguere. Già mi ero infilata da Louis Vuitton perché volevo il cofanetto nuovo delle City Guide e mi ero trovata fra ragazzoni neri con il vassoio in mano che offrivano cioccolatini e prosecco ai clienti, una cosa inguardabile, e persone che afferravano, subito dopo il dolcetto, i manici di una borsa di vernice viola che sarà pesata (sottolineo: vuota) almeno 5 kg e che costava, per la precisione, 1/5 più del mio stipendio da insegnante al 28° anno di carriera. Qualcuno se la faceva pure incartare con una di quelle confezioni che, bisogna ammetterlo, da sole valgono quasi la spesa e senza dubbio fanno la sopresa e il regalo. E mi sono messa in fila pure io, obbligandomi così ad ascoltare le scemenze che dicevano su cose d'arte 4 turisti isolani in visita sul continente, a dimostrazione del fatto che si dovrebbe aggiungere alla frase famosa dei fratelli Goncourt - Ce qui entend le plus de bêtises dans le monde est peut-être un tableau de musée - la chiosetta che coinvolge anche gli altri visitatori in questo esercizio verbale cui si dovrebbe mettere un freno, almeno in pubblico e almeno per decenza.
Appena riuscita a entrare e a depositare in guardaroba il mattone (specificando che si trattava di libri e che comunque la differenza con un'eventuale borsa era insignificante, dal punto di vista del peso intendevo, perché con il prezzo non c'era gara, essendo la cultura, nonostante le diffuse opinioni contrarie, ancora accessibile, anche da Louis Vuitton), mi ha invasa il desiderio consueto dei miei artisti.
Immediatamente frustrato, aggiungo, perché da subito si capiva che dietro c'era qualcosa di farlocco, troppi cartelloni con troppe parole, nella prima sala non si distinguevano le opere in mostra, e poi tutto il resto, l'atmosfera, l'ambiente, i faretti, i tendaggi, le sagome delle casette e quelle delle guardie di Hals che esistevano solo sul cartone, perfino le ombre di grate proiettate sul pavimento, lo spazio che è tutto un corridoio, con la folla che scoppiava e ripeteva come in una litania Caravaggio, Caravaggio, questa cosa che appena uno vede realismo strilla al disperato e matto ha sempre la capacità di irritarmi, come se solo lui fosse esistito e noto, ma che diamine, studiatevi un po' di storia dell'arte e poi decidete se è il caso di aprire bocca, se fosse un'equazione di matematica nessuno oserebbe esprimere un giudizio, dire che la virgola si può spostare e chiudere la parentesi prima del tempo, solo con l'arte sono tutti maestri, qualcuno mi fa trovare, per accelerare i tempi, anche programmi fatti, mi dicono Dottoressa, ci fa una conferenza? e mi forniscono pure la scaletta e gli argomenti si mescolano come, durante una degustazione e nel medesimo bicchiere, una Coca Cola e un rosso di Borgogna, voglio proprio vedere quale sommelier accetterebbe l'esplosione, anche solo concettuale, di un simile accostamento.
Ma passons. E parliamo delle opere.
Tutte sotto vetro e tutte in prestito dalla Gemäldegalerie, e qui c'era già la soluzione con un titolo che, se fosse stato Opere fiamminghe e olandesi da Berlino, sarebbe stato corretto, una cinquantina di pezzi in trasferta, godeteveli e lasciate perdere i valori.
Macché.
Presente il mio amatissimo Gerard ter Borch, Rembrandt da sogno qualunque cosa faccia, pochi Hals ma rappresentativi a sufficienza, van Dyck e i suoi bruni in parata, anche Steen l'umorista e de Hooch, tenero ma non sentimentale, e poi, e qui sta il nodo, un solo Rubens e pure piccoletto, un Paesaggio con impiccato davanti al quale, nel corso della visita commentata di qualche giorno dopo, non ho saputo che cosa dire perché non mi aiutava a evocare il grandissimo maestro, uno con la produzione che somiglia a una magnifica torta che più gonfia e morbida non si può, esuberante, uno cui la grandeur delle tele dà una dimensione ulteriore, sinfonica, che dichiarava che i suoi talenti erano tali che mai gli era mancato il coraggio di affrontare un progetto, qualunque fossero stati il soggetto o la dimensione, capace da solo di riempire 30 volumi di catalogo, che parlava 6 lingue, era un abile diplomatico e che amava le donne di amore carnale e ritraeva la loro carne con un calore che ancora oggi si sente, un grande paesaggista, per carità, ma rappresentato in mostra con un piccolo paesaggio ridotto in un angolo nel quale stava stretto stretto.
E poi un Vermeer, che da solo è una percentuale altissima del catalogo, sguarnito anch'esso, ma in tutt'altro senso, con dipinti che a memoria sappiamo dove stanno, messo, però, nel loculo e con la cornice coperta di polvere. Questa cosa del loculo sapevo che sarebbe diventata persecutoria, comincia Luca Ronconi e affossa i Sebastiano del Piombo, fanno fare a Giovanni Bellini la medesima fine e ora pure Vermeer finisce nel budello. Questo più ridotto come profondità, nel senso che di lato il dipinto è ancora accessibile, però sempre di loculo si tratta, una cornice che ne contiene un'altra che contiene il quadro, praticamente la negazione di quello che pure un turista in visita casuale vede, il meraviglioso maestro di Delft che vive di spazi scarni, di atmosfere sospese, di una nettezza intellettuale che corrisponde alla luce che genera e da cui è nato, l'equilibrio estremo, l'assoluta precisione, tutto esposto in claustrofobia e pleonasmi.
Dico sempre che più una mostra è buona e meno fatica si fa ad illustrarla, un po' come mi confidò un'amica restauratrice, che nella qualità della pittura trovava già i suggerimenti di intervento, e la mostra del Museo del Corso è come un passaggio di un fiumicello in piena al quale mancano appigli, non sai dove mettere i piedi, ti mancano i sostegni. E non basta l'entusiasmo del pubblico romano e di quello in visita di cortesia per fare l'evento, certo che almeno 10 delle opere valgono il colpo, però rimane il sospetto della cattiva fede che sta sotto, la sensazione di un ritardo provinciale, ormai tutti si muovono e viaggiano e chiunque, con un'organizzazione minima, può andare a Amsterdam, Haarleem, Bruxelles o Anversa a guardarsi i maestri nella loro salsa. Portati qui da noi, esotici controvoglia, con fuori le luminarie natalizie e la folla che inneggia perché ha visto La ragazza con l'orecchino di perla in televisione o ha sentito parlare di Rembrandt, i contorni si fanno meno netti, l'opportunità dell'esposizione diventa opinabile, quello che è complesso si semplifica, si complica ciò che è semplice e bisogna pure controllarsi perché c'è una quantità di allarmi da far piangere e l'istinto di tirare fuori di tasca uno straccetto e di togliere, con gesto amoroso, la polvere vistosissima dalla cornice del Vermeer va ricacciato in gola e mandato giù così come si farebbe con l'ennesimo rospo, stavolta quello dell'occasione perduta, della città di Roma considerata un borgo selvaggio e dei visitatori, pronti a bersi qualunque cosa, prosecco o pittori nordici annacquati, presi per l'anello che portano al naso.
97. Scatole & scatologia

Acero bonsai (dal costo superiore ai 15 €)

Marcel Duchamp, Fountain, 1917-1964
Se cominciate ad averne abbastanza delle scatole natalizie, provo io a deliziarvi con un po' di scatologia.
Oggi mi è arrivata in 4 copie identiche la seguente mail (chiamiamola così) di auguri:
Per i vostri regali di Natale....
FINALMENTE....
puoi essere orinale. ORIENTATI sui nostri BONSAI
A partire da 15 euro .
ti aspettiamo in via xxx xxxxxxxx anche sabato e domenica.13/14 e 20/21
con affetto
xxxxxx e xxxxx
A parte l'affetto, che mi sembra eccessivo, notate anche lo stile, il punto fermo attaccato alla francese (cioè staccato), il cambio di persona (per i vostri regali...puoi essere), l'impaginazione tutta che ho riportato fedelmente.
Mi torna spesso in mente un'ineffabile conduttrice di Radio 3, che aveva il solo merito di essere figlia di un noto musicologo, che, trovandosi a dover discorrere dell'orinatoio di Marcel Duchamp (Fountain, 1917-1964) e, evidentemente, non avendolo mai visto e non avendone nemmeno mai sentito parlare in tutta la sua vita, fece un discorsetto compìto che si rivelò senza capo né coda su un presunto vaso da notte realizzato dall'artista.
Se avesse ricevuto la mail sopra riportata, l'avrei pure capita. Ma così, tutto di testa sua, quell'atto che fu dettato non so più se da pudore o da ignoranza bestiale, le sarebbe dovuto costare qualcosa: non dico una cacciata infamante dal tempio della cultura, ma almeno una bella lavata di capo o, come accadeva ancora nella mia scuola elementare, una buona e istruttiva mangiata di sapone.
inizio98. Profondo rosso

Henri Matisse, Poissons rouges, 1912

Tricia Guild www.designersguild.com

Poisson rouge, descrizione
Porto a lavare la macchina alle 14:00. Dico a Sergio (moldavo) che non mi serve, che può fare con comodo, gli chiedo se gli va bene se me la riprendo alle 17:00.
Alle 16:30 si scatena il temporale, alle 17:30 telefono e chiedo se è un problema se tardo un po', con la pioggia si butta via tutto il lavoro. Cosmo, abruzzese, il titolare (con biglietto da visita con scritto CAR WASH, MANAGER), mi dice: 'Signora, non ti preoccupare'.
Alle 18:30 decido di darci un taglio, continua a piovere e il cielo non promette niente di buono. Scendo e mi porto l'ombrello. Sergio si mette a ridere quando gli dico che ci riparo la macchina.
Hanno fatto un presepio contaminato, c'è un pavone sullo specchio che funge da laghetto e pure un cowboy, completo di lazo.
Sono in zona Cesarini per la promessa fatta a Manga. Un pesce nuovo, un compagno entro una settimana.
Escludo di andare al negozio di animali con la macchina, me la ritroverei piena di sporco e poi con la busta in mano non saprei come guidare.
La riporto in garage. A piedi, apro l'ombrello. Mi avvio giustamente in trance per la via Appia, detesto il sabato, non sopporto il Natale, in questa situazione, con la gente che fa la fila per entrare nei negozi, mi sento un pesce fuor d'acqua, fortuna che piove e tutte le proporzioni, i rapporti e le vicinanze sono compromessi.
Stavolta la scelta è ardua, Manga è troppo vistoso e devo decidere accuratamente chi mettergli accanto.
Nella vasca ci saranno almeno 200 pesci: piccoli, grandi, rossi, neri, gialli, uno con la faccia da clown per via di una macchia che gli contorna la bocca, uno con l'espressione da ebete, come se avesse il cappelletto, alcuni più vivaci, altri decisamente tonti, li guardo ipnotizzata, ne punto uno che mi scappa, la signora Matilde mi chiede se voglio fare notte, minaccia di farmelo pagare 5 €, le dico che posso permettermelo perché sono ricca, arriva la cagnetta Lilli che si struscia contro le mie ginocchia, due adolescenti in visita si appassionano alla pesca ma non hanno occhio, sbagliano le dimensioni, non vedono i dettagli, sostengono che sono tutti uguali, spiego loro che ho visto in vita mia solo pesci rossi simili ma mai identici, segnalo un portamento diverso, un'apertura minore delle pinne, una sfumatura dorata del ventre, forse passo 45 minuti accucciata, poi mi sveglio, chiamo Piero, gli indico un pesce, riesce a prenderlo nella rete poi, con le mani, lo mette nel bicchiere e me lo confeziona in busta.
Pago 2 € e 50. Esco.
Il nuovo acquisto è sigillato in 3 strati successivi, più volte mi fermo alla luce di un negozio e cerco di capire come è fatto. Vedo solo che mi guarda con gli occhi spalancati, gli dico che è nato fortunato, invece di finire in pasto a un pesce grosso, farà la vita di un principe, perfino raccontato in un'operina a puntate.
Scale, rifiuto l'ascensore con le ragazze che vivono di fronte, comincio a fare loro gli auguri di Natale, hanno fra le braccia pacchi di dimensioni abnormi, sembrano una pubblicità ambulante delle feste.
There's No Place Like Home. Tolgo l'elastico. Metto a bagno il sacchetto nella vasca come da rituale, attenzione a non mescolare le acque. Manga si è fatto vigile, controlla. L'acquisto nuovo gira su se stesso.
Ho caricato il timer su 30 minuti.
Il nome, il nome, chiedo che un nome mi salti alla bocca. Me ne arrivano 20. Troppi. Aspetto.
Telefonata a un conoscente depresso, cui raccomando di tenere sotto controllo l'umore.
Squillo. Trasferisco un po' di acqua della vasca nel sacchetto. Aspetto. Imbastisco la cena. Apro una bottiglia di vino.
Cerco un nome sui miei libri. L'acquisto è rosso profondo e fiammante, Matisse ci sarebbe diventato matto, mi accorgo quando lo metto con il retino nella vasca che è il fratello gemello di Manga, a un certo momento si accostano e hanno dimensioni identiche, le code si sfiorano sontuose, nessun accenno di lotta. Si guardano.
Ho aperto su tutti i mobili della cucina il mio trésor de guerre, tutti i nuanciers che mi faccio mandare dalle ditte che producono colori, The Little Green, Emery & Cie, Sanderson, Farrow & Ball, Dulux, Zoffany, Ripolin, Zuber & Cie, Brewers. Come faccio a conoscerle? Semplice, leggo quintali di riviste di decorazione, ma leggo sul serio, tutto, anche le didascalie. Una malattia, come ha definito un collega pittore la mia ricerca. Gli ho risposto, come dicono i Francesi, Le camembert qui dit au munster: 'tu pues'. Senti chi parla, mai conosciuto un pittore che non fosse malato di colori.
I nomi sono, da soli, tutto un programma: Orange Aurora; Radicchio; Eating Room Red; Poppy; Toreador; Royal Mail Red; Monarch Red; Rouge Heretique; Lucifer; Finalement; Rouge Basque; Cerise. Basterebbero per battezzarci tutto l'acquario.
Ho bisogno di un punto di riferimento e, come sempre, lo trovo in Tricia Guild www.designersguild.com, da cui ho imparato tutto quello che so sui colori, la presenza più cromaticamente accesa del mio pantheon. Le devo, fra l'altro, gli angoli più belli della mia casa.
Ho tutti i suoi libri, vado sicura su On Colour Decoration Furnishing Display.
Eccolo.
'...a colour to cheer up cold grey winter days...an exciting and demanding colour...its ability to produce vitality is second to none...'. Winter Red, questo sarà il nome del nuovo acquisto.
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99. It's Celebration Time!

Jesse James tende un agguato al treno

It's Celebration Time!

Coccinella, segno e portafortuna
Per prima cosa il titolo. Viene dalla copertina della mia rivista di decorazione preferita, quella inglese, ma da un numero vecchio perché quello nuovo, al 19 del mese, non è ancora arrivato.
Rientrata dalla 2 giorni accademica, in tutto 11 ore di treno. Facendo un conto rapido, sono 856 km percorsi con una media di 77,81 km/h, praticamente la velocità dei convogli assaltati da Jesse James, però senza il brivido di trovarsi Brad Pitt addosso.
Stamattina un'articolata discussione con un controllore che ho costretto, rifiutandomi di mostrare l'abbonamento e puntandogli l'indice, che, per terrorizzarlo, ho cercato di fare adunco come quello della strega di Biancaneve, sul petto, a mostrarmi il rapporto fatto dal (suo) collega al momento della partenza, ore 5:15 da Sestri Levante (prima o poi chiederò a qualcuno che cosa ha a che fare Napoli con questa cittadina) per comunicare ai (suoi) superiori le condizioni del treno.
Ho convinto, dunque, il brav'uomo a farmi vedere il suo palmare e sul display è comparsa una pletora di voci, al punto che, per un attimo, ho pensato di trovarmi in un paese civile.
Praticamente l'incaricato deve, al momento del fischio di avvio, prendere una vettura a caso (l'ho tampinato sulle modalità di scelta e teoria delle probabilità, niente da fare, la circostanza resta fortuita) e segnalare lo stato della carrozza, dei finestrini, dei sedili, delle porte di chiusura, dei gradini, delle ritirate e, al loro interno, dei gabinetti e degli specchi. E definire tutta questa roba 'a norma' oppure 'non a norma'.
Se vi interessa saperlo, sul mio IC a norma c'era solo lo specchio della toilette. E lì mi sono fatta ironica e ho chiesto se l'avevano passato con il Cif liquido, intendevo anche con lo straccio che non lascia peli.
Dovete credermi, io la gente la capisco, mi metto volentieri a guardare il mondo dal punto di vista degli altri, sono una che si coltiva con applicazione, leggo cose buone e vedo film con metodo, insomma sono una donna di intuito e d'esperienza, per cui ho capito benissimo che il poveretto non sapeva più che fare e che si sarebbe volentieri buttato giù dal finestrino pur di sottrarsi alla mia indagine.
Ma eravamo ancora a Formia e lui mi aveva svegliato dal sonno leggero nel quale ero caduta.
E dunque doveva intrattenermi.
Mi ha così confessato che la moglie, al suo ritorno a casa, prendeva la sua divisa e l'appendeva in un posto sicuro nel quale i bambini non erano ammessi, una specie di stanza di decontaminazione, che pure lui non ne poteva più, che tutti i passeggeri si lamentavano della sporcizia e dei ritardi, che non sapeva se i treni erano statali o privati, che sospettava che la società incaricata della pulizia preferisse pagare le ammende piuttosto che pulire.
E mi ha anche rivelato che tale società è la medesima che sta in Francia.
Apriti cielo.
Ho preso parecchi treni francesi, certe volte non del tutto netti, ma, come sempre, non c'è confronto.
Infatti, ha replicato lui, i pulitori dei treni francesi sono francesi, quelli dei treni italiani sono italiani.
(Lì ho capito che il sacrificio della patria nostra era consumato).
Ad Aversa ho liberato il poveretto dalla morsa della coscienza del viaggiatore (oggi: il cliente) dopo avergli mostrato l'abbonamento con aria (aria in francese è maschile) blasé; traduco per chi non sa la lingua: schifata, ma è una traduzione approssimata, e per eccesso. (Sono sicura che se mi incontra di nuovo in un viaggio prossimo, il tipo fa finta di non vedermi. Meglio, così dormo il sonnellino del giusto che si è svegliato troppo presto).
Celebro allora, al mio ritorno a casa, la simpatia e l'affetto dei miei studenti, la collega che mi ha regalato una coccinella dipinta su un sasso dicendomi 'E' un segno', il collega che mi ha accolta nel suo studio come in una grotta delle meraviglie, i custodi che mi hanno riempita di auguri, il titolare de 'I buongustai' a via dei Tribunali che mi ha confezionato la cena mentre stava chiudendo.
Celebro la mia casa pulita, i miei pesci rossi, Manga e Winter Red, che si piacciono, la mia famigliola decomposta, gli amori andati a male e quelli che riappaiono, le lacrime furtive e quelle plateali, i miei giovani amici di talento, quelli con cui, al momento, parlo meglio perché abbiamo i medesimi progetti, celebro la bellezza dei colori dei miei nuanciers, il vino nuovo e quello vecchio, le scarpe con i tacchi e quelle senza, la voce di Maria Callas che è la cosa che più mi emoziona al mondo, celebro il regalo che mi sono fatta per Natale, il cofanetto dell'integrale di Jacques Demy con 30 ore di film che ho intenzione di vedermi tutte, celebro l'appiombo del mio letto, la bellezza assoluta della mia professione, celebro qualche speranza per il futuro a dispetto della crisi che incombe, celebro il mio alberello di Natale.
E celebro la puntata numero 100 di Opera Soap, se è tempo di celebrazione, allora questo è il meglio.
Calda con un grog quando fuori gela, decisamente più vivace di qualunque corsivo di giornale, puntuale e ispirata ad ogni appuntamento, intrisa di arte ad ogni punto, destinata a qualcosa che vi farò sapere, vera alternativa alla cattiva letteratura, intendo quella di intrattenimento, 'claire, nette et cash' come una buona amicizia, la trovate in rete senza nemmeno doverla andare a pescare.
Essa è per voi un'occasione di celebrazione: celebrate, allora, un'operina pulita per definizione, tirate a lucido le vostre case ora che l'anno sta per scadere, fate in modo di non portarvi dietro le prove dell'ingratitudine, le fisime e le ubbìe, con l'atto civilizzato del pulire, pulitevi anche la testa dai cattivi pensieri.
It's Celebration Time. Traduco per chi non sa la lingua (ma è una traduzione approssimata, e per difetto): è tempo di pulire.
inizio
100. Before and After

Andy Warhol, Before and After, 1962

Sébastien Chabal, Before

Sébastien Chabal, After
Prima date un'occhiata a Andy Warhol.
Poi a Sébastien Chabal, campione della nazionale francese di rugby, nato a Valence (città, è bene ricordarlo, santificata dalla Lola di Baudelaire e di Manet) l'8 dicembre del 1977.
Nella prima foto lo vedete nell'esercizio delle sue funzioni, nella seconda dopo che si è fatto una lunga doccia e si è abbondantemente asperso di Pour un homme, di Caron, il profumo evidentemente in grado di trasformare un orco in un eroe romantico.
Siete ancora in tempo per un regalo di Natale al Polifemo che si aggira dalle vostre parti. Fatemi sapere.
inizio101. Natale con i tuoi

Alfred Hitchcock

Françoise Dorléac e Catherine Deneuve in Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, 1967

Buon Natale 2008!
'Christmas is a holiday that persecuted the lonely, the frayed and the rejected'
(Jimmy Cannon, citato in Sarah Long, le Dossier, How to Survive the English)
Mercoledì 24 dicembre, la vigilia.
La colf è venuta ieri, ha pulito la casa e ha stirato, ed è partita per una vacanza dai suoi genitori di una settimana.
Le ho regalato delle saponette inglesi.
A questo proposito annoto che ho dovuto riprendere le ragazze della profumeria che, dopo un'attesa di 15 minuti d'orologio, mi hanno consegnato un pacchetto malfatto, con l'adesivo che avrebbe dovuto tenere giusto a metà la plissettatura della carta dorata, dandole così l'aspetto di una farfalla, messo di traverso e male attaccato, al punto che la titolare ci si è fatta sopra pure una risata per quanto era brutto.
La titolare ha smesso di ridere quando ho chiesto di ricominciare daccapo e di aggiustare la farfalla.
Ho compassione di me, costretta a vivere in questo borgo selvaggio.
Sulle pagine della mia rivista di decorazione preferita, quella inglese sempre in ritardo finalmente arrivata in edicola, sfolgorano i pacchetti di Few and Far www.fewandfar.net, il più bel negozio di Londra.
Dico solo che quando, nello scorso mese di luglio, ci sono andata e ho comprato dei piccoli oggetti, sono stata malissimo al momento di scartarli. E aggiungo che uno di essi, una lavagnetta di 12 cm per 9, non l'ho scartata affatto perché me ne è mancato il coraggio ed è ancora qui davanti a me, avvolta nella carta da zucchero, legata con una fettuccia bianca annodata in un fiocco piatto con appeso un cartoncino tenuto da una cordicella e sopra non c'è scritto 2 £, il valore di ciò che sta dentro, ma c'è un timbro blu con Few and Far e la sagometta, anch'essa del color del mare, o della carta, di un pesciolino.
La colf mi ha regalato una candela con una decalcomania di angioletti che sembrano trattati con il botox, iniettato, come direbbe il mio dermatologo, che è una persona seria, da un'estetista di periferia con la quinta elementare.
Sono andata a dormire alle 3 del mattino (cosa che faccio di rado, ho preso in prestito il motto di Flaubert Siate regolari e ordinati nella vostra vita in modo che il vostro lavoro possa essere violento e originale) e mi sono svegliata alle 10 perché è suonato il citofono, poi il telefono e ha pure attaccato la segreteria.
Sono lucida, solo un po' fluttuante, con nemmeno un'ombra di mal di testa.
Sarò, inevitabilmente, in décalage totale per tutta la giornata.
Pranzerò, come in Fanny e Alexander la famiglia Bergman, alle 16, con la differenza che il loro è il dinner della vigilia e il mio è il lunch. Amen.
Alle 12 sono uscita per andare al mercato, stasera a cena saremo 4, per una famiglia decomposta è un numero di tutto rispetto, diventeremmo 7 se volessi tirare fuori dall'armadio alcuni scheletri, in perfetto stile Norman Bates in Psyco. Devo pensarci.
Sto leggendo un libro delizioso, La sauce était presque parfaite, 80 recettes d'après Alfred Hitchcock, un lavoro avvincente di Anne Martinetti & François Rivière con le foto di Philippe Asset (Cahiers du Cinéma, 2008) che, stando a una noticina, è nato, come idea iniziale, sul treno 'Paris-Melun Express de 18 h 51': giuro che la pianto di lamentarmi del mio IC e mi concentro sui miei progetti.
Gli autori sono grandi conoscitori del cinema di Hitchcock e hanno sottoposto ad analisi tutti i suoi film, tirandone fuori i seguenti capitoli: Itinerario di un gourmand inglese; Finestra sulla gastronomia dell'East Coast; Sulla strada per la California; Il giro del mondo in 80 ricette; Delle serate piene di suspence. (Mi chiedo perché non mi sono mai accorta che i film del grande maestro del brivido erano così farciti. Mea culpa. Non essendo una spettatrice distratta, è evidente che, come sempre, provo scarsa attrazione per il cibo e non lo vedo).
Nato il 13 agosto del 1899 'negli odori di frutta matura, di prosciutti salati e di spezie diverse' del negozio dei genitori, diventato presto scenario delle sue prime 'avventure terrestri', Alfred, da ragazzino, veniva portato dal padre al mercato coperto di Covent Garden, che i più attenti di voi avranno riconosciuto citato ampiamente in Frenzy (1970), che ho rivisto un paio di sere fa, notandone finalmente la dimensione gastronomica.
Fra aneddoti, fotografie, dialoghi e piccoli, squisiti saggi, si trovano le 80 ricette del titolo, in modo tale che, volendo, potete confezionarvi un Breakfast Scotland Yard con uova, bacon, salsicce di Tolosa, champignon di Parigi, pomodoro, burro, sale e pepe e fare così compagnia all'Ispettore Oxford, la cui moglie segue i corsi di cucina della 'Continental School of Gourmet Cooking' e ammannisce allo scontento consorte 'cuisses de grenouilles' o 'tripes à la mode de Caen'.
Irresistibile. Un libro molto ben fatto, che va ben al di là delle promesse del titolo e che mi ha fatto venire voglia di mettermi ai fornelli.
In modo comunque minimale, intendete bene.
La cena di stasera e quella di domani sono pronte su una ricetta de 'les fiches-cuisine Elle' messa da parte da una ventina di giorni. Tutto 'comme en Norvege': 'Saumon, légumes et crème' e 'Boulettes de viande, pomme et chou', tempi di preparazione 20 minuti per ciascun piatto.
Un mini-panettone, gli amaretti di Sassello (che compro per la bellezza della confezione) e cioccolato. Frutta fresca. Champagne. Sauternes per il dessert.
Poi: i film di Natale. L'anno che vidi Merry Christmas, Mr Lawrence, con un David Bowie (il maggiore Colliers, prigioniero britannico in un campo di concentramento giapponese) al massimo della sua inquietante bellezza (che, però, come ricorderete, muore e muore male, interrato fino al collo, i capelli mossi dal vento, guardato, dico meglio: mangiato con gli occhi dal comandante Yonoi); quello in cui andai a passare la vigilia ad Hong Kong per ripetere il rituale di 2046, di Wong Kar-wai, che vi ho già raccontato nella puntata n° 30; l'anno di Stanlio e Ollio in Avventura a Vallechiara, con Stanlio che sottrae il contenuto della botticella al San Bernardo, dopo averlo ingannato fingendosi ferito tirandosi addosso le penne della gallina che stava spiumando per simulare la neve.
Stasera sarà Les demoiselles de Rochefort di Jacques Demy, starring le due sorelle Dorléac, Françoise, che sarebbe morta di lì a poco, a 25 anni di età, in un incidente stradale (potete rivederla e commuovervi sul suo tragico destino in La calda amante di François Truffaut) e l'altra, nota come Catherine Deneuve.
E poi c'è la musica.
Qui la scelta è fra La Bohème ('Pranzare in casa è male / Oggi ch'è la vigilia di Natale!... / Un po' di religione, o miei signori: / si beva in casa ma si pranzi fuori'), che comincia a Natale, e il Werther, che a Natale finisce.
Ma la scelta l'ho già fatta nei giorni scorsi, portandomi in macchina il disco che ho sentito looppato e a tutto volume.
Come ho già detto altre volte, sono un'abitudinaria, e detesto i cambiamenti.
Ed è così che, con lo stato d'animo eccitato e insieme colpevole della Marilou del romanzo di Angie David che si prepara l'ennesima striscia di cocaina o del ciccione che scarta la tavoletta di cioccolato al 72% di cacao, metto su il Werther di Massenet.
Lo so che è tossico, che mi fa male, che tira fuori tutto il mio mood più malinconico, che mi sfinisce.
Ma ormai ci sono dentro, come David Bowie, fino al collo.
La cosa sta così: Charlotte (mezzo soprano) e Werther (tenore) si sono già incontrati nel primo atto, quando Werther, futuro diplomatico, colto, sensibilissimo, solitario, in comunione perenne con la natura, è stato incaricato di accompagnarla al ballo.
Fin dall'inizio è ripetuto il coro dei fratellini di Charlotte ('Noël! Jésus vient de naître...'), che si stanno preparando per Natale dal mese di luglio.
Werther si è già innamorato.
Quando lei gli dice che è l'ora del sonno, lui risponde che non gliene importa niente, stelle o sole possono pure alternarsi nel cielo, lui non sa se è giorno o notte, il suo essere è indifferente a tutto ciò che non è lei.
Charlotte gli fa notare che lui non sa niente di lei. Lui taglia corto: 'Mon âme a reconnu votre âme''.
(Ora ditemi voi se un pretendente vi ha mai rivolto una frase così. A me no. Colpa mia, frequento uomini che non sanno a memoria il libretto del Werther e che sono, in aggiunta, senz'anima).
Come sappiamo, però, Charlotte ha promesso alla madre sul letto di morte di sposare Albert (baritono).
Se ne ricorda all'improvviso; per un istante, vicino a lui, ha dimenticato il suo giuramento.
Werther, ancora una volta, è categorico: ne morirà.
Nell'atto secondo Charlotte e Albert sono sposati da 3 mesi, riecco Werther, i suoi sentimenti non sono mutati, si fa audace: 'C'est moi! moi! qu'elle pouvait aimer! / J'aurais sur ma poitrine pressé / la plus divine, la plus belle / créature que Dieu même ait su former!'
Charlotte lo tratta con freddezza voluta, lo obbliga ad andarsene, a farsi vivo solo a Natale.
E qui ci siamo. Atto III, la vigilia.
Lei, malinconicissima, legge e rilegge le lettere che lui le ha inviato e che lo dicono solo, sotto il cielo di dicembre grigio e pesante come un sudario.
Lei si strugge davanti a questa assenza di tenerezza, di pietà, non sa nemmeno più come le sia venuto il triste coraggio di ordinare quell'esilio e quell'isolamento.
La scena è movimentata dall'arrivo di Sophie (soprano), la sorellina di Charlotte che, vedendola triste, la invita a raggiungerli tutti, i bambini hanno finalmente imparato il canto natalizio.
Charlotte è sempre in procinto di piangere, manda via con affetto la sorella, prorompe in un'aria di autentica protesta nei confronti di Dio, lei ha seguito la sua legge e compiuto il suo dovere ma tutto spaventa e ferisce la sua anima.
L'impeto è tale che la sensualità di lei, la disperazione dell'averla dovuta trattenere sono ormai pienamente leggibili.
Si apre la porta di fondo. 'Ciel! Werther!'.
E' la vigilia di Natale e lui è tornato. Non voleva, non era passato un solo istante senza che lui si dicesse che sarebbe morto piuttosto che rivederla.
Ma 'Qu'importe / d'ailleurs tout cela!...me voici!'
Eccomi, dunque.
Lei tenta ancora di metterla sull'amichevole, lui arde e brucia, arriva l'aria famosissima della traduzione di Ossian che lui aveva intrapreso 'Pourquoi me réveiller?...'.
Ho visto il Werther più di una volta a teatro, ho avuto anche l'onore di applaudire Alfredo Kraus, il più grande Werther di tutti i tempi (ma anche George Till non è male), a questo punto tutti stanno con la testa nel sacco, moribondi, assetati d'amore. Tutti quelli del pubblico, intendo. Quelli sul palco, ça va sans dire.
La voce di lei trema e nella voce di lei che trema, negli occhi di lei pieni di lacrime, lui trova la sua strada: 'Va! nous mentions tous deux, en nous disant vainqueurs / de l'immortel amour qui tressaille en nos coeurs'.
Charlotte: 'Ah! ma raison s'égare!'
Werther: 'Tu m'aimes! Ti m'aimes! Tu m'aimes!'
La musica sale nell'impeto della passione, lui sempre più esaltato: 'Hors de nous rien n'existe et tout le reste est vain'.
Finiscono finalmente l'una nelle braccia dell'altro, quando lei se ne rende conto è troppo tardi, lo respinge, lui implora il suo perdono, lei fugge dicendogli addio per l'ultima volta.
(Il teatro tutto fa il tifo perché Albert si tolga dai piedi in qualche modo).
Disperazione di Werther, inno alla natura, il suo figlio prediletto, il suo amante sta per morire. La sua tomba può aprirsi.
Rientra Albert, capisce tutto, lei cerca di controllarsi, viene portato un biglietto, il marito la obbliga a consegnare al domestico le pistole che Werther, in partenza per un lungo viaggio, chiede che gli siano prestate.
Atto IV, la notte di Natale.
Nevica, buio in sala, alcune finestre si illuminano poco per volta.
La musica si fa sempre più drammatica e continua fino al cambio di scena.
Secondo quadro.
Le cabinet de travail de Werther.
Un candeliere a 3 bracci, un tavolo pieno di libri e carte, un pane tagliato.
La grande finestra è aperta, attraverso di essa si vede la piazza del villaggio, la casa del padre di Charlotte è illuminata. Il chiarore della luna penetra nella stanza.
In primo piano, Werther, ferito a morte, giace a terra.
Entra Charlotte, bruscamente, lo chiama con angoscia, vede il sangue, lo implora di risponderle.
Lui riprende conoscenza, pronuncia il nome di lei, le chiede perdono.
Charlotte: 'Te perdonner quand c'est moi qui te frappe / quand le sang qui s'echappe / de ta blessure, c'est moi qui l'ai versé...'.
(E qui, sempre, dovunque io sia, a teatro, in casa mia, ieri al semaforo di viale dell'Oceano Atlantico con una ragazza nella macchina vicina che mi guardava sconcertata, oggi, 24 dicembre 2008, davanti al mio computer, mi sciolgo in un pianto torrenziale che niente arresta).
In quel limbo che precede la morte, nell'assenza di punti di riferimento dell'istante supremo, aiutati dal mondo che è occupato a festeggiare il Natale, Werther e Charlotte si ritrovano.
La complicità si fa avvolgente, lui non vuole che lei vada a cercare aiuto, nessuno deve più venirli a separare, si sta tanto bene così.
La voce di lui si è fatta dolce, quasi accarezzante. Muore felice, dicendole che la adora.
Lei ha resistito fino alla fine ma ormai può rivelargli che lo ha amato dal primo momento, 'j'ai senti qu'une chaine / impossible à briser liait tout les deux!'.
Parla, parla ancora.
Tutto, dimentichiamo tutto.
E dunque, prima che la morte lo prenda, lei gli concede un bacio, l'anima di lui, nell'anima di lei perdutamente si fonde, l'erotismo si fa palpabile, sentiamo nella musica l'odore del sudore e del sangue.
Lei si fa ardita: 'La mort, entre mes bras / n'osera pas te prendre!'
Dalla finestra entra il coro dei bambini: 'Noël! Jésus vient de naître...'.
All'ardimento di lei risponde l'ardore di lui, le indica il luogo dove vuole essere sepolto, i due grandi tigli sotto i quali vuole riposare e, se questo non sarà concesso a un suicida, lo accoglierà la terra nella valle solitaria e lì, se pure il prete, passando, distoglierà lo sguardo, ci sarà pur sempre qualche donna che verserà una dolce lacrima sulla sua tomba.
Dal grido di lei capiamo che lui è spirato.
Si alzano le voci dei bambini ' Noël! Noël! Noël!'.
Sipario.
Un paio di anni fa ho messo in bibliografia per i miei studenti I dolori del giovane Werther di Goethe.
L'ho fatto per contrastare la diffusione perniciosa dell'amore alla Federico Moccia, che continua a scrivere romanzi farlocchi per adolescenti che ci cascano.


