Opera Soap

 
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1. Questa è Opera Soap

Un divertissement a puntate in ciascuna delle quali, fateci caso, c'è un riferimento al tema del pulito, dello sporco, dello sporcare e del pulire nell'arte e in alcune cose che le stanno intorno
A cura di Rosella Gallo.

 

Notate bene: l'argomento che affrontiamo è insaponato. È, cioè, fluido, poco stabile, soggetto a variazioni di forma nei suoi diversi stadi; potrebbe accadere di trovare una puntata diversa da come la si era lasciata o di incontrarne una nuova non ancora sottoposta a pulizia. Probabile che si formino anche delle belle (e fragili) bolle di sapone. Leggete con la giusta disposizione d'animo e partecipate dando una mano, se non proprio a tirare a lucido i discorsi, almeno a segnalare soggetti e temi. Grazie.

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2. Andiamo con le citazioni

Marlene Dietrich

Charlotte Perriand

'FACCENDE DOMESTICHE
È la migliore terapia di lavoro; ed è anche la più utile. È una delle rare occupazioni che danno risultati immediati, il che (come minimo) dà molta soddisfazione.' (Marlene Dietrich, Dizionario di buone maniere e di cattivi pensieri, 1984)

'A casa mia, una volta alla settimana, il giovedì, prendevo possesso della cucina... pulivo le verdure, giocavo alla negoziante con il riso, il sale, le paste. Mi piaceva. Lavavo le stoviglie e ancora oggi posso farlo senza dispiacere, senza guanti. Fare ordine, fare piazza pulita mi calma'
(Charlotte Perriand, Une vie de création, 1998)

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3. Cominciamo con il cinema

Le Fabuleux destin d'Amélie Poulain

'...oggi...diventa possibile, anzi, necessario, produrre una definizione del film non più a partire dal campo ristretto della storia del cinema ma a partire da quello, più ampio, della storia dell'arte.' (intervista a Philippe-Alain Michaud, Cahiers du cinéma, maggio 2005)

Corrono tempi sporchi e disattenti.

Eppure al cinema puliscono, non dico volentieri ma, almeno, spesso. Pulisce la bonne de chambre in Ultimo tango e lo fa con lentezza e accuratezza narrative: passa e ripassa la vasca sporca di sangue nella quale Rosa si è suicidata, lascia scorrere l'acqua a lungo, si siede sul bordo e racconta che cosa le hanno chiesto i poliziotti. Non indossa guanti di gomma, ha con i liquidi un rapporto di famigliarità e dialogo.
Puliscono le donne dei film di Ozu, a ginocchioni per terra, sfregano i pavimenti con accuratezza, strette nei loro chimoni. Il loro pulire ha nei film la doppia funzione di presentare la nettezza delle case come abituale e di costituire uno spazio di tempo all'interno del quale accadono le azioni.
Pulisce la concierge de Il favoloso mondo di Amélie (Le Fabuleux destin d'Amélie Poulain, Jean-Pierre Jeunet 2001), sfrega il mancorrente delle scale e le cassette della posta, del resto quale migliore occupazione per una portinaia? Così è in mezzo al passaggio dell'atrio, nel cuore dell'edificio, che lei accudisce e, quindi, possiede, può vedere, ascoltare, controllare. E deve essere, quello delle pulizie, un destino anche per Yolande Moreau, la brava attrice che interpreta la concierge perché puliva anche in Senza tetto né legge (Sans toit ni loi, Agnès Varda 1985), era la cameriera che condivideva la casa con l'anziana zia e il letto con uno dei balordi del film, spolverava vaga le colonne a tortiglione del mobile e diceva che erano belle ma che era difficile togliere la polvere da tutti quegli anfratti, e nel suo grembiule riconosceva se stessa, senza era un'altra persona.

Pulisce pure William, il fiscalista scambiato per psicoanalista da Anna in Confidenze troppo intime (Confidences trop intimes, Patrice Leconte, 2003), film piccolo e squisito che da solo sarebbe in grado di incarnare il valore del cinema francese dei nostri giorni: non un computer né un cellulare guastano l'atmosfera nonostante ciò del tutto contemporanea nella quale si muovono Sandrine Bonnaire e Fabrice Luchini, tutti e due impegnati a cambiare vita sbagliando porta e persone. Qui il pulire è dedicato ai giocattoli collezionati dal protagonista maschile che, vestito in giacca e cravatta, li sposta tutti con cura e si dedica al ménage della mensola sulla quale sono collocati. Uno spesso strato di polvere (la medesima che, apprendiamo in un dialogo concitato, ha sommerso secondo lui l'esistenza dell'ex compagna, prima aspirante scrittrice e ora bibliotecaria senza sogni né intuizioni) viene eliminato con straccio e bomboletta spray mentre dalla finestra di fronte si scorge una domestica (lei, sì, in uniforme adeguata) che pulisce un altro appartamento. I due pulitori si scambiano uno sguardo al quale la complicità è estranea. Lei è nel ruolo, lui ci si è messo perché l'incaricarsi personalmente delle pulizie ha il valore simbolico di protezione di uno spazio privato nel quale ama sostare, in compagnia di un buon film e di una bottiglia di bordeaux.
La camera dei genitori è chiusa (ciò significa che non viene pulita o che viene pulita solo di rado, come certi ambienti delle case di un tempo in cui il soggiornare era un raro segno di festa), però l'andamento via via sempre più liberatorio della narrazione ci autorizza a pensare che questo stato non durerà a lungo e che essa, pure, subirà una mutazione e si aprirà all'esterno.

Pulisce la sua barra una delle lap-dancers che lavorano nel locale sotto la casa di Pauline in In the Cut (Jane Campion, 2003); forse la barra va mantenuta netta per poterci scivolare meglio, o forse è un istinto di cura domestica che anche la più disinvolta delle spogliarelliste esprime in un thriller poliziesco singolare e fitto di dettagli in cui la protagonista Frannie, insegnante di Letteratura, cerca di comprendere il mondo attraverso le parole in una fase rischiosa della sua esistenza.

Pulisce anche, ed è normale che lo faccia, la madre del piccolo Michele in Io non ho paura (Gabriele Salvatores, 2003): nell'altopiano delle Murge, in un'estate torrida nella quale la vita quotidiana viene attraversata dal crimine e dalla compassione, una casalinga lava e stende il bucato, cucina e cura la casa, e i gesti sono concreti e il regista filma con sapienza il mondo visibile e il suo parallelo mentale.

Pulisce Jeanne Hébuterne/Elsa Zylberstein in I colori dell'anima - Modigliani (Mick Davis, 2004), passa lungamente una spazzola sul gabinetto, è a terra, ma tanta prostrazione non basta a dare spessore al film, che langue nella sua finzione.

E pulisce il suo tavolo, prima di mettersi all'opera, Sally Potter in Lezioni di tango (Tango Lesson, 1997), anzi, il film comincia con una lunga inquadratura dello straccio passato insistentemente sul piano sul quale verranno poi appoggiati ritualmente carta e penna.
Anche qui l'idea dell'inizio è legata a quella del fare nettezza.

* È vero che puliscono, e puliscono vigorosamente, le proprie tombe, quelle di famiglia ma qualcuno anche quella sua personale, le donne che introducono coralmente il canto singolare di Volver (Pedro Almodóvar, 2006), 'sereno film sulla morte che fa ridere' (Morandini) ma anche opus tutto al femminile in cui le protagoniste e le comprimarie si sporcano generosamente le mani di tutte le immondizie dell'esistenza, ivi comprese quelle spirituali, forse le più riottose all'ubbidienza che dovrebbe imporre il principio dell'ordine. (segnalazione di Elisabetta Perazzo, 12 gennaio 2007)

Dov'è finito, oggi, il pulire? Dove sono le casalinghe che negli anni '60 esistevano perché facevano le faccende di casa, i mestieri, come dicono al nord, dove sono le massaie affaccendate, con la fissazione delle superfici lucide e senza macchia? Da chi, da che cosa sono state sostituite, da pulitrici estranee alla casa, da se stesse trasformate in altro, da modelli presi da quali reti televisive? Chi pulisce le seconde case, le case dei colleghi pendolari che dividono le spese e tacciono sulle scorte da mettere in dispensa, sui turni del cambio delle lenzuola, sulla biancheria della cucina usata anche da altri, ci si confronta mai sul come piegare nello stiro gli asciugamani, come impilarli, tutte tecniche che nei collegi svizzeri (ma non solo in quelli) venivano insegnate e dovevano essere rispettate pena punizioni severe?
Sembra che ci sia disattenzione su ciò che accade negli interni e che le faccende domestiche siano argomento trascurabile.

Allora il mondo è sporco ed è meglio abitarci dentro senza farci troppo caso?

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4. Ed ora passiamo alle arti visive

Roy Lichtenstein. Washing Machine, 1964

A frequentare l'arte se ne vedono di tutti i colori. Storia, miti, religione, grandi racconti morali, natura, animali, oggetti, nascita, morte, sesso, malattia, denaro, musica, pittura nella pittura, guerra e pace, terra e cielo, divinità, santi, angeli, sport, danza, vino, abiti, quadri nei quadri, maschere, orrori, estasi, banalità, momenti di eccezione.
Eppure un tema è trattato di rado e a seguirne la tracce si fatica: il pulire e le pulizie latitano, certe volte sembrano addirittura il vero soggetto tabù, la tessera mancante nel grande mosaico complessivo della storia delle opere più alte dell'ingegno umano. Proviamo, allora, a porre rimedio alla situazione e andiamo a cercare, nel grande mare dell'arte, le gocce che ci interessano, quelle relative a quell'attività del ménage che in privato tutti praticano e che scandisce l'atto del vivere, anche di quello più eroico, con implacabile puntualità.

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5. Una storia singolare per avviare il discorso

Walter de Maria, The New York Earth Room, 1977 www.earthroom.org

Quando è apparso il libro di Louise Rafkin Lo sporco degli altri, Avventure di una donna delle pulizie da New York a Kyoto (Feltrinelli, Milano 2000; tit. or. Other People’s Dirt, A Housecleaner’s Curious Adventures, New York 1998) mi sono davvero chiesta da dove fosse uscito.
La protagonista confessa che da ragazzina sognava di fare la spia e che aveva cominciato a esercitarsi osservando di nascosto una vedova, che viveva lì accanto e che sospettava essere stata sposa di un pluriomicida. Visto l’interesse che suscitava il suo appartamento, la vedova aveva pensato bene di offrire alla giovane e intraprendente vicina un lavoro di pulizie due volte la settimana dopo la scuola per due ore a due dollari l’ora.
Il presunto pluriomicida era stato, in realtà, un dentista, la biancheria da lavare si era rivelata meno interessante del previsto, l’impiego era durato un solo mese ma ormai era fatta: il modo per entrare nelle vite altrui era stato individuato e consisteva nel pulire lo sporco degli altri.

Singolare destino, quello della Rafkin: scrittrice per bambini e giornalista di costume, armata di stracci, detersivi e aspirapolvere, percorre gli Stati Uniti e anche un pezzo di Giappone facendo ordine nel mondo e, metaforicamente, nella propria vita.
Il libro è frizzante e per niente scontato, affronta i contatti con chi ha fatto le pulizie in case famose, le specializzazioni alle quali non avremmo mai pensato (le pulizie sulla scena del delitto), quelle inconfessabili (le ragazze vestite del solo grembiule su richiesta del cliente), riferisce in dettaglio il contenuto dei frigoriferi, dei secchi della spazzatura, del pavimento sotto i tappeti, dello scarico della vasca da bagno, dei cesti di fazzoletti usati dai pazienti in lacrime nello studio degli psicoanalisti, dei camion che trasportano i rifiuti.
Procede toccando il domestico e la chimica, la religione e il collezionismo, il feticismo e l’acquisto compulsivo, gli animali in casa e quelli in laboratorio, i corpi cremati (con le ceneri da disperdere quasi di nascosto ‘con il dubbio di compiere qualcosa di illegale. Come se ci stessimo liberando della spazzatura’), il rapporto con il cibo, con l’alcool, con il sesso, con il dolore, con la scrittura.

E con l’arte.
Racconta a un certo punto la Rafkin di essere stata invitata da un’amica a vedere, a New York, la Earth Room di Walter de Maria, l’installazione di ‘una stanza tutta piena di terra. In realtà, diverse stanze piene di terra. Un appartamento di mille metri quadri sepolto sotto duecentocinquanta metri cubi di terra’. L’approccio all’opera è da manuale. Si accorge subito che la terra non è né sporca né disordinata, che è stesa uniformemente con una profondità di mezzo metro, che è raccolta e disposta con attenzione, che ha, dunque, qualcuno che se ne prende cura. Il tutore della Earth Room si chiama Bill Dilworth e il suo compito è quello di ‘innaffiare, raccogliere, rovesciare e sarchiare il terreno’ per mantenerlo così come è stato pensato da de Maria nel 1977, quando una società di Long Island specializzata in architettura dei giardini ha effettuato il trasporto di tutto quel materiale soffice e umido che, mentre l’arte andava nella natura con l’esperienza della Land Art, portava la natura in un luogo d’arte e voleva mantenerne i processi basilari.

Il martedì è il giorno di pulizia della stanza terrosa. Dilworth indossa stivali di gomma e tuta e, con gli attrezzi da giardino, inizia la sua attività di ‘antigiardinaggio’.
Ama l’installazione, la rispetta, possiamo dire che la capisce meglio di chiunque altro. Con ‘cura a attenzione’ (l’essenza della pulizia) Bill si muove sul plateau di terra come su un altare. A primavera la terra, anche ‘quella’ terra, esprime il suo desiderio di semi, c’è pure l’episodio del visitatore che compie un atto di sabotaggio sull’opera (di aggiunta, non di sottrazione) e getta dei semi d’erba che presto germogliano generando ciuffetti di piantine che vengono prontamente eliminati.
C’è chi rimane sconcertato di fronte a tanto costoso spazio utilizzato da decenni ‘solo’ per custodire terra; chi si lamenta della mancanza di vegetazione.
Louise, entrata nelle simpatie di Bill, un giorno viene invitata ad aiutarlo. 'Soffice, appena scivolosa, sporca', in mutazione: la terra di de Maria cambia da una stanza all’altra, al riparo del sole sul fondo è più soffice, diviene più dura quando è colpita direttamente dalla luce, si trasforma in materia quando, bagnata dal getto di acqua, schizza sulle pareti come il colore manovrato da Pollock.
Il tempo trascorso sullo ‘sporco fatto di terra’ cambia la relazione della scrittrice con lo spazio, così come fare le pulizie muta il suo rapporto con la casa, la frequentazione dall’interno dell’opera ne varia la percezione e lei si accorge che c’è una parte della galleria che si può vedere solo se si cammina davvero sulla terra e che è, dunque, interdetta al normale visitatore.

Privilegio della frequentazione ravvicinata dell’arte, accesso al toccare e al praticare, atti di solito vietati e, quindi, ambiti, esame ravvicinato dell’opera che sorprende e apre nuove strade mentali. 

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6. Notiziola del 30 dicembre 2006

Anna Netrebko ne Le Nozze di Figaro

Anna Netrebko, soprano (Krasnodar, Russia, 1972), per pagarsi gli studi di canto, fece le pulizie al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo fino a che non fu scoperta dal Maestro Valery Gergiev.
Debuttò nel ruolo di Susanna ne Le Nozze di Figaro di Mozart.

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7. Un cartone animato perché è il Capodanno 2007

Topolino in Fantasia, Walt Disney, 1940

Nel 1938 Walt Disney era preoccupato per la tenuta della carriera di Mickey Mouse, il topo suo alter ego, star dei cartoons da ormai dieci anni.
Decise allora di introdurlo nella storia de L'apprendista stregone, un racconto dalla duplice fonte, una poesia di Goethe e un pezzo da concerto del compositore francese Paul Dukas. Mickey è l'apprendista che abusa dei poteri magici creando un disastro.
Bellissime le scope che puliscono da sole, un augurio a tutti coloro che fanno i mestieri di casa per un buon 2007.
In Fantasia novità tecniche considerevoli accompagnate dalla bacchetta di Leopold Stokowski e dalla Philadelphia Orchestra per un film di animazione costato 3 milioni di dollari nel 1940 e destinato a incassarne più di 30 solo negli USA.
Ripresa del titolo Fantasia nel 1993 ad opera del nipote di Disney con risultati di 'pseudoculturale mediocrità' (Morandini).
Si salva, però, il nostro Topolino, protetto dall'aura che hanno coloro che amano l'acqua e il pulito.

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8. Polvere di stelle

Erwin Wurm al Mumok di Vienna, un Attack! in grande stile

Jeff Koons, New Hoover Convertibles, 1981-86

’L’Arte lava via dall’anima la polvere della vita di tutti i giorni’ (Picasso)

Nel 1977 l’artista di Fluxus Robert Fillou (l’inventore della formula ’l’arte è ciò che rende la vita più interessante dell’arte’) pulì accuratamente lavori di Brancusi e di Malevich e conservò la polvere in un piccolo straccio trasformandola nella materia dell’opera d’arte.
Polvere come traccia del passare del tempo e come inevitabile compagna dell’oggetto tridimensionale nello spazio museale (non solo, dunque, nelle nostre case. Arte come consolazione).

Erwin Wurm (Austria, 1954) ha fatto di più. Scultore radicale e ironico, ha prodotto le Staub-Skulpturen (sculture di polvere), esposte in questi giorni (gennaio 2007) al Mumok di Vienna.
Sono dei parallelepipedi in tutto simili alle teche che si utilizzano per esporre oggetti, con base in legno e vetrina in plexiglas; l’unica differenza è che le sculture non ci sono, o meglio, ci sono in quanto hanno lasciato di sé una traccia ben visibile nella polvere che stava intorno alla loro base, come accade per il quadro che si stacca dalla parete per un trasloco, per la cucina a gas che si sposta per le pulizie di fondo o per il bicchiere bagnato che imprime sul tavolo il suo segno (termine tecnico: ’culaccino’, raro, dice lo Zingarelli, ma indubbiamente grazioso).
Grado zero della scultura, opera assente, riflessione sulla caducità degli oggetti, vanitas del quotidiano. Una passata di aspirapolvere e scompare l’opera d’arte.
Per fortuna essa è sigillata dentro la teca, altrimenti una colf pignola nell'esercizio delle sue funzioni potrebbe farla sparire.
Come accadde alla mitica porta di Duchamp che, sporca di colore, graffiata e messa da parte in attesa di essere esposta, fu diligentemente riverniciata da alcuni imbianchini solerti al lavoro per l’inaugurazione di una Biennale veneziana.

Vinsero la causa mossa dal collezionista perché la ragione sta dalla parte di chi possiede la Virtù, ce lo insegna il giovane David che sconfigge Golia armato solo di essa e il voler far pulito intorno a sé fra tutte le virtù è la più encomiabile, esige energia, organizzazione e un candore di spirito non comune.

Suggeriamo a Jeff Koons (USA 1955) di ritornare sugli Hoover dei giorni iniziali della sua carriera e di metterne uno in mano a un David: armato di aspirapolvere sarebbe un eroe ancora più dotato di glamour e di appeal, moderno, nell’aria del tempo, in dialogo con Wurm e con il mercato dell’arte tutto intero.

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9. A proposito di David: gli addii, quelli che partono

Sam Taylor Wood, David, 2004, Londra, National Portrait Gallery, video di 1 ora e 7 minuti (che tutti i visitatori guardano fino in fondo)

'MADRID - David Beckham lascerà il Real Madrid a fine stagione. Andrà a giocare con i Los Angeles Galaxy: presto firmerà un contratto quinquennale da record, per poi tentare la fortuna anche nel cinema.' (dai quotidiani, 13 gennaio 2007).

Trasloco facile per il bel David: non ci sarà bisogno di portare la lavatrice nella nuova casa di Los Angeles. La leggenda vuole, infatti, che il giocatore sia capace di arrivare a fine partita senza sporcarsi nemmeno il bordo dei calzettoni.

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10. La legge del Ripolin

Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda, Mr. Chin, Contaminuti in resina termoplastica decorato a mano, Alessi 2007

Ripolin

Le Corbusier, homme de lettres

La cucina, fra tutti gli ambienti della casa, sembra attrarre le più feroci perversioni: i ganci per appendere i canovacci sono fatti a forma di peperone o di pera, le presine citano la scultura organica di Jean Arp, probabilmente senza saperlo perché il risultato, nelle prime, è nuovamente quello della forma della verdura o della frutta (Arp sapeva, invece, fare astrazione) in modo tale che è possibile appendere una pera a un peperone o viceversa, facendo un esercizio di creatività di non poco conto.
Il contaminuti, oggetto tecnologico della massima importanza per chi non ama stare a guardare il sugo che cuoce considerando lo spettacolo piuttosto monotono, assume anch’esso aspetti camaleontici ed ecco allora pomodori che ruotano su se stessi e, quando è arrivata la loro ora, emettono suoni laceranti, oppure uova di acciaio delle identiche dimensioni di quelle di gallina che recano sul loro guscio tacche e tacchette che scandiscono il passare del tempo, per non parlare di pentoline con coperchio swingante e di coccinelle che, siccome portano fortuna, possono stare con loro buona pace dappertutto, anche vicino ai fornelli.
Alessi, che fa le cose in grande (ferocia) ha edito nel 2007 Mr. Chin, un contaminuti in resina termoplastica decorato a mano disegnato da Stefano Giovannoni e Rumiko Takeda. Così al posto del peperone possiamo esporre il cinesino (alto cm 11).

Diciamo basta, siamo realisti e chiediamo l’impossibile (la frase, lo sapevate? è di Marguerite Duras. Sono d’accordo con voi: merita di essere ripescata).

Ovvero: ganci minimali, robusti, legati alla tradizione, di forma che evochi solo la forma stessa, che guardi alla geometria, che profumi di proporzione e di sezione aurea. Contaminuti senza volto, da potersi portare in bagno, se si decide per la maschera con 20 minuti di posa, senza provare orrore.
E poi rotoli di carta da cucina in ottima cellulosa e con strappo perfetto e soprattutto bianchi come la felicità (marquer d’une pierre blanche, una citazione francese ci sta sempre bene), verginali, angelici, candidi come un paesaggio artico, come la pace, l’igiene, le cinture di Judo al primo livello, eleganti nella loro assenza di colore e soprattutto senza quella pletora di peperoni e pomodori che decora sempre la loro superficie.
Che la verdura disegnata sia bandita, che non compaia più sulle spugnette svedesi di pulizia (ripassare la vasca da bagno con un carciofo stilizzato fa un certo effetto), sulle tovagliette all’americana (la prima colazione, fosse pure estiva, si sposa male con le fette di anguria stampate), sui tovaglioli di carta (che assumono subito un’aria cretinamente adolescenziale), che la cucina ridivenga una volta per tutte e definitivamente il luogo dell’assenza della decorazione e si confermi quello della funzione.

Le Corbusier, il pioniere, l’iconoclasta, il martire, il folle, il santo, ovvero: il purista, quello che sul passaporto, alla voce 'professione' aveva scritto 'homme de lettres', certamente ci darebbe ragione. Sua era la legge del Ripolin (dal nome della ditta che produce colori. Intuitivamente, gliene interessava uno solo), ovvero dell’applicazione della pittura a smalto bianco su tutte le superfici, essendo ‘l’imbiancatura…la ricchezza del povero e del ricco…dello schiavo e del re’.

E chiediamo che sia estesa la legge del Ripolin anche alle tavole da stiro e che le fodere loro destinate non siano più costellate di pesci, orsacchiotti, barchette, fiori di provenienza alpina e, ancora e sempre, verdure quattrostagioni. Vogliamo stirare su superfici neutre, che non sollecitino in nessuna direzione la nostra fantasia, vogliamo fantasticare, stirando, su altro, vogliamo raggiungere i livelli di astrazione di Corbu, esibire la sua eleganza, essere del suo tempo e non di un tempo che non riconosciamo come nostro, che tutto decora, tutto rende allegro, tutto farcisce di peperoni.

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11. A qualcuno piace caldo, 1

Man Ray, Cadeau (Dono) objets trouvès on iron, 17,2 x 10 1921-1963

Qualcuno ama stirare.
Dicono che è un lavoro pulito e di grande soddisfazione.
Ho conosciuto una persona che dichiarava di impiegare 45 minuti per stirare una camicia da uomo e una volta sono stata davanti alla vetrina di una lavanderia cinese di Manhattan a guardare il titolare che ci ha messo un tempo analogo per trasformare un cencio in un capo di abbigliamento rigido e scintillante come una corazza. 
In ogni caso, fra tutti i mestieri domestici, stirare è probabilmente quello più specializzato, richiede destrezza e senso dei tessuti, della loro composizione, del verso e delle reazioni. Non a caso ‘il ferro è la bugia dei sarti’, capace di rimediare agli errori e di raddrizzare ciò che è storto.
Per stirare l’attrezzatura è fondamentale e chiunque abbia tentato di utilizzare in albergo un cosiddetto ferro da viaggio sa di che cosa stiamo parlando; uno dei sogni di chi ama stirare è di provare una volta una vera macchina professionale di quelle che sbuffano autentico vapore e in una sola passata hanno fatto il lavoro.
Le nostre riflessioni di inizio anno piacerebbero a Man Ray, che di un ferro da stiro trovato da un rigattiere (un ready made è questo) ha fatto un Cadeau. L’applicazione di una striscia di 14 chiodi ha reso inservibile l’oggetto privandolo non solo della sua funzione ma anche di alcune sue caratteristiche fondamentali: non più una superficie liscia che scivola facilmente sul tessuto ma un oggetto nuovo dal vago aspetto sadico (l’artista stesso disse di averlo usato per ridurre in brandelli l’abito di una bella ragazza per poi osservarla danzare, deduciamo senza più l’abito indosso), che non può più essere appoggiato orizzontalmente e che bisogna maneggiare con cura. 

L’arte è anche ‘cosa mentale’.

Ricordiamocene la prossima volta che ci troveremo davanti alla solita montagna di panni da stirare e avremo l’impressione non di una corvée ma di un raffinato impegno concettuale venato di humor.
Provare per credere.

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12. A qualcuno piace caldo, 2: Stirare stanca

Edgar Degas, Les repasseuses, 1884

Edgar Degas, Autoritratto, 1863

Stirare stanca.
Ce lo dicono le due donne del dipinto di Degas (Les repasseuses, 1884, Parigi, Musée d’Orsay), quella alla nostra sinistra che sbadiglia e si tiene la mano sulla nuca come a massaggiarla, mentre con l’altra impugna al collo una bottiglia, dicono di vino ma la supposizione che si tratti di acqua si fa strada, acqua come stato liquido del vapore, acqua sorella del sudore, acqua come pausa di ristoro.
La donna alla nostra destra schiaccia il ferro contro un capo di biancheria, preme con la mano sinistra la destra sul dorso per aumentare la pressione, condanna della stiratura fatta in quel modo, gli attrezzi riempiti di braci ardenti che dovevano essere alimentate con un soffietto, la fatica del gesto, la tensione sui polsi e sulle spalle, dovremo aspettare fino al 1891 per avere la prima piastra scaldata elettricamente e il 1926 per un embrione di ferro a vapore.
A quel punto il gioco è quasi fatto, rimane la necessità della perizia tecnica però ci si può dimenticare di quel continuo alimentare il calore.

Degas impagina la scena a modo suo, arditamente.
Entriamo anche noi dal tavolo obliquo, l’ambiente è descritto con pochi tratti e poi i capelli raccolti delle donne, gli abiti semplici, lo scialletto dell’una e il grembiule dell’altra, che interrompe il rosa della blusa. Una non ha volto, l’altra lo ha deformato, gli occhi socchiusi, la bocca spalancata nello sbadiglio, persone come tante, senza storia, la spietatezza di Degas rispetto alla vita è insuperata, lui aristocratico e distante, quello che incontra Manet, suo degno compare, al Louvre mentre sta lì a copiare Velázquez, l’esistenza sembra scorrergli accanto solo perché lui vi attinga i suoi motivi, ballerine, modiste, acrobate, cantanti e ora queste due creature, osservate con l’acutezza di chi vede anche a dispetto della vista (gli ultimi venti anni della vita li trascorse da cieco), afferrate nello sforzo, nella fatica delle ossa rotte e del calore, Degas completamente votato alla sua arte, qui realista senza protesi sociologiche, solo i gesti, l’atmosfera satura di umido, la registrazione sapiente di un mestiere.
Come le danzatrici ritratte dietro le quinte, nelle prove del balletto, anche le stiratrici affannate a preparare ciò che poi, senza una piega, in ordine e netto, compare sulla scena.

Se volete saperne di più su come si stirava all’epoca, fatevi guidare da Zola con il suo Assommoir. Uscito a puntate sul quotidiano ‘Le bien publique’ a partire dal 1876, racconta la storia tragica e poetica di Gervaise che segue a Parigi un amante indegno, si risolleva dopo i primi dolori grazie alla bottega di blanchisseuse che apre in rue de la Goutte-d’Or, assume ben tre lavoranti (una delle quali guercia, l’altra ‘brutta come il sedere di un accattone’), esprime un animo piccolo ma sicuro da imprenditore in giornate e nottate di lavoro, al punto da poter diventare golosa e un po’ grassa ‘perché quando si guadagna da fare dei buoni bocconi, non è vero? Sarebbe da sciocchi mangiare buccie di patata’ ma poi viene riafferrata dal suo terribile destino che le presenta un conto amaro: il marito alcolista muore pazzo, i figli si disperdono, lei si lascia andare, si ritrova a lavare i pavimenti di quella che era stata la sua bottega (sulla porta della quale le piaceva stare ‘un minuto, fra una ferrata e l’altra, per sorridere alla strada, con la vanità di un negoziante che ha un pezzo di marciapiede per sé’), è costretta a prostituirsi per sopravvivere e alla fine muore da sola, abbandonata da tutti i comprimari della sua esistenza, insultata, presa a torsolate di cavolo per la strada, consunta, ubriaca, le ossa ghiacciate, senza nemmeno la voglia di gettarsi dal sesto piano, buttata sulla vecchia paglia di un buco sulle scale.

Su tutto il romanzo, fra i tanti odori descritti, aleggia anche quello della biancheria stirata come possibilità esistenziale, illusione di redenzione, nostalgia.

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13. A qualcuno piace caldo, 3: Intermezzo domenicale

C'è chi non ha bisogno della lavanderia

Un pensiero riconoscente alla signora Rosa Di Silva, titolare della mia lavanderia, che confeziona camicie da uomo in impeccabili buste dopo averle ornate con cravatte a farfalla in cartone che piange il cuore staccare, compra in una delle ultime mercerie del centro storico bottoni in madreperla che tiene in bustine di plastica per ogni evenienza (perché si sa che un bottone mancante fa perdere la pazienza e, forse, un treno), bustine che sono finite per sua generosità fra la cancelleria de Il sole al guinzaglio e sono utilizzate ampiamente per mille evenienze, che mi restituisce come nuovi, netti e profumati, i miei golf preferiti in tempi record che mi commuovono e facilitano la vita, tratta le mie sciarpe con la devozione che meritano i pezzi più importanti del guardaroba, è sempre gentile, puntuale, al di là, al di sopra e prima delle migliori aspettative. Visto da davanti il suo bancone lo stiro è la più nobile delle arti, si fa senza fatica, riesce sempre bene, procura le più grandi soddisfazioni ed è il modo migliore per stare da vera regina al centro della città, sul ponte di comando di una nave che nessuna tempesta si permetterebbe mai di disturbare.

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14. A qualcuno piace caldo, 4: Scheggia (Core 'e mamma)

Barbra Streisand

Santabarbara. La madre dell’immensa Barbra Streisand (una che sta bene in tutte le categorie dello spettacolo, canto, cinema, composizione, produzione, realizzazione, copioni; prova tutti i tipi di uomo, dal suo parrucchiere al campione di tennis, passando per i grandi seduttori e via conquistando; è democratica; è intelligente e caustica; è una vera donna che si è rifiutata di farsi bucare le orecchie, figuriamoci di farsi rifare il naso o riparare lo strabismo) era stiratrice in una lavanderia di Brooklyn. Aveva previsto per la figlia un avvenire da dattilografa.

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15. Estate, tempo di test (di ammissione)

Gilberto, plurilaureato

Arne Jacobsen, Mixer Vola

Cito (non del tutto a caso) i corsi di Laurea A.A. 2007/2008 (Attenzione: i dati sono in costante aggiornamento, avverte una nota di apertura) dell'Università degli Studi di Parma www.unipr.it: Scienze gastronomiche (Corso di laurea specialistica); Servizio sociale; Beni artistici, teatrali, cinematografici e dei nuovi media (tutti insieme, finalmente una proposta decisamente spettacolare); Civiltà letterarie e storia delle civiltà; Scienze dell'educazione e dei processi formativi; Scienze della comunicazione scritta e ipertestuale; Arti letterarie e musicali dal medioevo all'età contemporanea; Conservazione della natura.

Davanti a tanta fantasia propositiva (ma Matematica e Fisica, Thank God, sono rimaste immutate) viene da commuoversi e da aggiungere qualcosa di nostro sotto forma di un modesto suggerimento da inoltrare ai Magnifici Rettore e Ministro: perché non istituire una bella Facoltà di Economia domestica (declinabile, ad esempio, in Scienze della gestione dell'alloggio)?

Mia sorella, maggiore di due anni, aveva alle scuole medie, per la materia che portava il medesimo nome della nascente unità didattica, un meraviglioso manuale con la copertina morbida e i disegnetti di una casalinga inizi anni ‘60 che sarebbe potuto servire come canovaccio per la definizione dei corsi.
In esso si spiegava, ad esempio, al capitolo Pulizie della casa, quale fosse il metodo da seguire: sgombero dello spazio, attrezzatura schierata rispettando il meticoloso ordine che derivava dall'imminente impiego di ogni utensile, apertura delle finestre per arieggiare gli ambienti, definizione della sequenza delle operazioni (spolverare, spazzare, lavare, lucidare), criteri per portare a compimento le medesime.
C'erano anche dissertazioni che sconfinavano in altre discipline (la fisica e la chimica soprattutto): era meglio spolverare i mobili dall'alto verso il basso o viceversa? La polvere scende o sale? E, a questo proposito, l'impiego della scopa o dei primi aspirapolvere era da collocare prima o dopo l'operazione sopra descritta?
C'era il capitolo dedicato al bucato: i disorientamenti di giovani spose ignare e di uomini rimasti soli davanti alla lavatrice e ai suoi programmi (anche questo generoso elettrodomestico, come i corsi universitari, ha dei programmi) non esisterebbero più, si conoscerebbe con sicurezza il metodo di divisione dei tessuti, la necessità del prelavaggio per le tende, i sistemi anti-piega e togli-macchia e via specializzando.

Era addirittura affrontato il tema delle malattie esantematiche e della cura dell'ambiente nel quale si trovava il bambino da esse affetto, arrivando fino ai suggerimenti più moderni per evitare il contagio e comprendere appieno le disposizioni del medico.

Rotazione della biancheria del corredo (le lenzuola stirate e lasciate freddare vanno messe sotto a tutte le altre, altrimenti si usano sempre quelle), numero di federe minimo da tenere in guardaroba, pulizie di Pasqua (radicali, quindi), contenuto della dispensa, ritmo della spesa settimanale, rammendo dei calzini e piccoli interventi di bricolage erano oggetto di analisi e approfondimenti.

Ce n'è a sufficienza per il triennio della laurea breve e anche per il biennio di quella specialistica, pensiamo a corsi che hanno nomi evocativi come Scienze del riempimento del caddy al supermercato o Strategia del riordino dell'ambiente domestico ma non arretriamo di fronte a studi di sapore più artistico che riguardino la disposizione dei colori in guardaroba o la conoscenza dei punti del ricamo tradizionale (Erba, Pieno, Catenella, Cappa, Broccatello, Nodini, Corallo, Filza, Margherita, Ombra, Palestina, Raso, Vapore), la scelta delle cornici per le stampe da appendere in soggiorno, il design delle cucine (da solo capace di fornire materia per studi matti e disperatissimi) oppure la storia dei sanitari (dalla tinozza alle interpretazioni della medesima di quel buontempone di Philippe Starck) e della rubinetteria con corso monografico dedicato a Arne Jacobsen e al miscelatore-capolavoro di funzionalismo e eleganza prodotto dalla Vola (www.vola.dk) negli anni '60 e ancora oggi insuperato.

Alcuni esami del secondo anno potrebbero riguardare i fondamentali elementi di contabilità per la gestione del bilancio domestico e alcune aperture sugli investimenti a portata di qualunque piccolissimo risparmiatore, la lettura critica delle bollette della luce, del gas e del telefono e una finestra di statistica alimentata dall'osservatorio dei prezzi per razionalizzare gli acquisti.
Tecnica di progettazione dello schermo piatto, modalità di resa e rateizzazione del medesimo potrebbero essere oggetto di seminari e un bravo visiting oculista potrebbe chiarire finalmente la giusta distanza che da esso bisogna tenere (5 volte la sua diagonale), un'agile dispensa (un altro termine domestico e universitario insieme) messa insieme con la consulenza di un elettricista ci direbbe finalmente come pulire senza rischi l'intrico di fili dello stereo e laboratori potrebbero essere organizzati per apprendere almeno le basi di sopravvivenza come riparare una presa elettrica e rimediare a una perdita d'acqua.
Il trionfo dei sensi si avrebbe con le specializzazioni culinarie e qui si potrebbe pensare a scambi culturali con le già citate Scienze gastronomiche mentre il delicato tasto dell'Erasmus (una festa mobile e continua della durata di un anno accademico?) acquisirebbe contorni più precisi con i contatti esteri che ne risulterebbero (come fanno gli olandesi ad avere case così nette e pulite? E gli svedesi, come possono utilizzare i davanzali delle finestre per metterci vasi di fiori e candele, fosse che le loro ante aprono all'esterno e non all'interno come le nostre?).

Avremmo finalmente una facoltà utile, concreta, ben piantata con i piedi per terra ma suscettibile anche di alzarsi in voli poetici, dalla quale uscirebbero manager capaci di istruire eserciti di colf e animare agenzie di lavoro interinale con sezioni dedicate all'emergenza del trasloco o della ridipintura dell'appartamento e bibliotecari oggetto di contratti a tempo determinato chiamati a sovrintendere alle operazioni criptiche dell'inserimento dei libri negli scatoloni salvaguardandone l'ordine alfabetico nei frangenti sopra citati.

E quanti e quali sarebbero gli sviluppi della nuova facoltà universitaria con la moda e con i suoi attori e produttori se solo si riflettesse per un attimo sul tema dell'abbigliamento in casa.
A questo proposito un sorriso di scherno fiorisce sulle labbra nel constatare come una delle bibbie più divertenti e autorevoli dedicata al grande tema del vestirsi appropriatamente che sia uscita negli ultimi decenni (Laetitia Cénac, Valerie Hanotel, Guide pratique à l'usage de celles qui n'ont jamais rien à se mettre, Acropole, Paris 1988), nella quale tutte le occasioni sono inventariate, dalla serata all'opera al divorzio, passando per l'invito al castello alla cena con lo spasimante sgradito, taccia miseramente sul tema tabù: non c'è letteratura su come ci si debba vestire quando si imbraccia l'aspirapolvere.
Nel paragrafo La femme pressée si analizza la delicata fase del risveglio e della colazione somministrata ai bambins dalla lavoratrice che deve essere fuori casa e metterci la sua famiglia in un tempo costretto e convulso: ‘un grand tee-shirt…En coton assorti d'un peignoir éponge ou en crêpe de Chine accompagné d'un kimono' con il ‘Touche finale: une pair de ballerines ton sur ton' sono esempi di come ci si possa conciare per la situazione salvaguardando l'eleganza. È tutto. Poi la vita in casa diventa altro, ci sono le amiche da ricevere per A cup of tea, c'è il Déjeuner canaille, c'è la merenda della prole già nutrita la mattina e nuovamente a stomaco vuoto, c'è la domenica senza ‘tralala ni falbala' e c'è pure il Petit matin langoureux (‘Version sage: un pyjama d'homme féminisé, soie, rayures et boutons dorés').

Sulla sessione di pulizie domestiche persiste la spessa coltre di silenzio e qui la nuova Facoltà potrebbe intervenire con il suo corso di Decorazione negli interni dedicato finalmente alle persone e non più alle finestre, aggiornati fashion designer proporrebbero tute elasticizzate e grembiuli multitasche per essere attraenti anche sotto la polvere che scende (o sale?) dai ripiani dei mobili, donne e uomini impegnati nell'operazione spiritualmente densa e antropologicamente fondante della cura del proprio spazio abitativo sarebbero ritratti come figurini stilizzati e sui fogli sarebbero appuntati con spilli campioni di stoffe resistenti a lavaggi a alte temperature.
Collane e orecchini in materiali insoliti come quelli che ebbi modo di vedere nella sezione Gioiello dell'insigne Akademie der Bildenden Künste di Monaco di Baviera (ci sono passati von Stuck, Klee e Kandinskij, roba da piangere di emozione solo a salirne le scale), fatti di carta stagnola o pastina in brodo (anellini, stelline e altri tipi dotati di foro; ripassata in padella per dare colore, si faceva in mancanza di videogiochi) costituirebbero altri terreni di indagine, proposte di stile, indicatori di tendenze e costume.

In caso la Facoltà fosse istituita (a Parma o altrove, c'è sempre una sede-pilota) ci proponiamo per il corso che porterebbe il nome del nostro divertissement: Opera soap, ovvero le pulizie nell'arte oppure l'arte di fare con arte le pulizie.

Il numero chiuso sarebbe di rigore e i test di ammissione tutti dedicati a indagare il livello di conoscenza che i candidati hanno di questo mondo, sporco, sporchissimo, tutto da detergere e nettare.

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16. Le smanie della villeggiatura

Agosto. Le colf se ne vanno in vacanza. Salutano, in qualche caso versano anche una lacrima, raccontano l’ansia della partenza, dicono che rinuncerebbero volentieri se solo potessero e, ineluttabilmente, scompaiono per 25 giorni, un tempo biblico in relazione alla gestione della casa. Nessun generale lascerebbe il suo esercito per quasi un mese, non un solo pastore si farebbe convincere ad abbandonare le sue pecore per così tanti giorni, il pianista non trascurerebbe la tastiera, il cantante i vocalizzi, un danzatore lo specchio che gli rimanda la sua immagine. Perché non vengono a più miti consigli, dividendo per esempio l’assenza in 10 + 10 giorni (e già, uno in fila all’altro, sono molti), perché non capiscono che la frase ‘Ho lasciato tutto pulito’ non ha senso corrente, visto che, prima che esse abbiano chiuso casa loro (hanno preso il tempo di fare la valigia e salutare i vicini, ci sono voluti almeno due giorni), casa nostra è già in uno stato di pietoso abbandono, fuori squadra, impolverata, intristita come una pianta tralasciata nelle operazioni di innaffiatura, in una parola sporca? Nel mezzo del vuoto siderale estivo, nel silenzio del telefono, nella chiusura surreale di tutte le farmacie del quartiere, nel senso di abbandono morale e spirituale che reca in sé il mese di agosto l’occhio si posa sul calendario e, come si fa con l’innamorato lontano, conta i giorni che separano la casa dalla persona incaricata di tenerla in ordine. Lei se ne sta probabilmente in spiaggia, casomai bruciandosi il naso, annoiandosi e sentendosi inutile , proprio quando qui la sua presenza sarebbe  benvenuta e gradita all’umore nostro e delle nostre quattro mura. Un caso moderno di incomunicabilità, di bisogni incrociati in modo asimmetrico, di domanda superiore all’offerta, di ferie eterne, inesauribili, infinite proprio come il mare che la colf ha in questo momento davanti e che ne dichiara, ineluttabile, la lontananza da noi e dalla nostra (ormai in stato precario) abitazione.

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17. Come te non c'è nessuno

Nel 1974 andai a fare la jeune fille au pair in Francia.
Volevo imparare la lingua e avevo molti grilli per la testa.

La famiglia presso cui mi recai era parigina ma stava in vacanza in Haute Savoie, così mi trovai sepolta in campagna (una bella campagna non lontana dal lago di Annecy) con due bambini a carico di 9 mesi e 4 anni. Ho superato l'esperienza di isolamento totale grazie a due fattori di sopravvivenza: 1. il fromage blanc, un cibo per gli dei, onnipresente sulla tavola, comprato letteralmente a secchi e servito con lo zucchero o con il sale. Per me è rimasto il cibo francese preferito, cene memorabili si sarebbero svolte negli anni successivi in diversi hotel dell'Esagono con un calice di rosso locale e una vaschetta da mezzo chilo del suddetto companatico divorato a cucchiaiate e accompagnato da baguette inzuppata nella pasta densa e profumata. 2. il Cif Ammoniacal, scoperto lì fin da subito grazie alla prima disposizione del servizio d'ordine: 'Frottez': i sanitari del bagno mio e dei bambins dovevano essere quotidianamente ripassati. Niente da eccepire. Li ripassavo.
E quella crema compatta, che emanava il miglior odore di pulito che avessi incontrato in vita mia, capace di eliminare senza fatica ogni traccia di sporco e di lasciare tutto, come dicono loro, 'nickel' senza il minimo problema di risciacquo, divenne mia alleata contro la noia. Ne facevo un uso smodato, intensivo, virtuosistico, dosavo ed esageravo secondo l'umore, sfregavo superfici che ricambiavano il mio interessamento mettendosi a brillare come nella pubblicità in televisione, le notti infinite di agosto (dove erano amici e amori, a ballare in mia dolorosa assenza?) sprigionavano sentori di igiene invece che di lavanda e nella mia fantasia esacerbata fromage blanc e Cif Ammoniacal intrecciavano relazioni bianche e compatte ed erano, più del 14 luglio e della 'cocarde tricolore' (che La Fayette sostiene di avere inventato il 17 luglio 1789) la Francia intera, la sua essenza, il suo carattere, il suo destino.

Al rientro mi resi conto che avevo di nuovo amici e amori ma avevo perduto cibo e detergente. Passarono anni e poi, un giorno, avvenne il ritrovamento fatale: il Cif arrivò anche da noi (Il fromage blanc non ce l'ha ancora fatta. Strano, gli italiani esportano la mozzarella in Giappone e i francesi non sono capaci di esportare il fromage blanc oltralpe), stava lì esposto al supermercato nella sua rigorosa confezione bianca con il tappo verde, minimale, ascetico, denso di suggestioni e di promesse. La fiamma divampò senza esitazione, si placò la sindrome da astinenza e i miei giorni assunsero di nuovo anche su territorio nazionale l'allure del Cif, come Proust (del quale criticavo, però, la gourmandise che lo portava a preferire le madeleines ai detersivi) la memoria degli odori costituiva il filo del quale era tessuta la mia esistenza.
Filammo d'amore e d'accordo fino a che non accadde quello che allora sembrò l'irreparabile: il Cif aveva la scritta 'nuova formula' e pure il flacone era diverso, aveva acquisito fianchi simili a quelli di una femmina, il tappo non si apriva più con una distratta, elegante pressione ma opponeva resistenza (una volta mi provocò un piccolo taglio), la crema sembrava una maionese impazzita, era un po' liquida e un po' densa, colava senza progetto, si incrostava, aveva anche un altro odore. Probabile che l'ira di Ulisse contro gli invasori che gli stavano usurpando il trono e insidiando la casa e la moglie abbia avuto meno veemenza di quella che sentivo sorgermi dentro. C'era già internet e la mia mail di protesta fu chirurgica, devastante, indignata, definitiva. L'Unilever dovette tremare tutta, dal vertice della piramide alla base: e lì sotto c'erano i consumatori, cioè io in prima persona.

Iniziarono le interviste del servizio clienti, come e perché la novità veniva rigettata così decisamente, confessarono che il progetto era di trasformare la confezione in qualcosa di più erotico, che avesse fianchi femminili (il flacone scivolava, però, di mano, quelli erano fianchi sui quali non si poteva contare) e che fosse piacevole tenere a bordo vasca con il bagno schiuma e lo shampoo. Si aprì il cielo, e per quale motivo i consumatori si sarebbero dovuti vergognare ad avere un detergente di quella dignità in vista, fosse che non avevano pensato che sarebbero potuti sorgere errori di utilizzo, Cif per la doccia e balsamo per i capelli spiaccicato sul rubinetto, scrisse un'incaricata dall'Inghilterra confessando che era d'accordo con le critiche, che da loro il new deal non era ancora cominciato e che resistevano con tenacia isolana, arrivò un altro cospiratore con l'aria da cane bastonato a ritirare il flacone con il contenuto poco stabile, un impero dava segni di cedimento ed io minacciavo di passare alla concorrenza (comunque inesistente, lo dicevo solo per strategia). Per farla breve: la vecchia confezione fu ulteriormente rivisitata, cambiò ma con criteri ergonomici, il contenuto fu ridefinito e riacquistò la virtù e la fluidità, la tempesta si placò, probabile anche che Mister Unilever in persona (da qualche parte deve esistere) abbia tirato un sospiro di sollievo.

Io ripresi il mio idillio. Tre giorni fa ho acquistato al supermercato 7 flaconi di Cif con Candeggina nella confezione da 500 ml e ne ho rilevato i colori tiepoleschi, flacone verde e tappo rosa; li ho collocati in un catino della medesima tonalità del tappo creando un'installazione effimera che è stata apprezzata da ospiti e che ho anche fotografato a futura memoria con il telefonino. Come dice la presentazione sul sito www.unilever.com 'tutti sanno che la vita reale è sporca' e quindi bisogna provvedere a pulirla.
Lì trovate suggerimenti su come rimettere in sesto la vostra casa anche 'under pressure' con 15, 30 o 60 minuti di tempo a disposizione e trovate anche tutta la storia del Cif: arrivato nel 1969, lanciato dapprima in Francia e solo in seguito (come sappiamo) in altri 45 paesi, ha fatto fuori le polveri abrasive precedentemente utilizzate e si è affermato per il suo carattere 'strong yet gentle'. In GB sponsorizza un programma TV prime time che si intitola How Clean is your House che va a scovare le case inglesi più sporche (1,4 milioni di spettatori nel 2004, c'è attenzione al problema) per ripulirle a dovere.
Manca sul sito la parentesi della variazione di immagine di cui vi abbiamo dato conto qui in Opera Soap. Come tutte le cose che accadono dietro le quinte si tratta di informazioni confidenziali, riservate agli addetti ai lavori (domestici) e ai cultori del dettaglio, destinate per lo più a rimanere patrimonio di pochi, gettando però, nel caso siano rivelate, una nuova luce sullo spettacolo.

E The Show Must Go On, come canta l'indimenticato frontman dei Queen Freddy Mercury (che, fra l'altro, appare nel video che gira su Youtube vestito da donna e nell'atto di passare l'aspirapolvere), come deve andare avanti e mai deve arrestarsi la missione di tenere la casa pulita, anche se 'Inside my heart is breaking' e 'my make-up may be flaking': una buona passata di Cif, se pure non rimetterà in sesto il cuore spezzato o il make-up sfatto, certamente ne eliminerà cocci e residui e ci aprirà uno spiraglio, consolatorio e sicuro, su un mondo più pulito, quindi più accogliente, quindi, ça va sans dire, migliore.

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18. Tigri di carta

Martin Parr, Sue has definitely given..., Signs of the Time, 1992

Quando la leva era ancora obbligatoria i soldati in libera uscita ne portavano una quantità stabilita in tasca. I tifosi della domenica saccheggiano la dispensa di casa per rifornirsi di rotoli da lanciare sul campo, stelle filanti di modesta capacità espressiva. La grandissima Marjane Satrapi (preparatevi, è in arrivo anche da noi. Questa donna cambierà la vostra vita) racconta in Persepolis con il suo tratto di 'potenza ieratica' (Cahiers du Cinéma) che con le sue compagne di scuola la usavano per fare ghirlande per decorare la classe per l'anniversario della rivoluzione in Iran suscitando così le ire di insegnanti velate. Loo in inglese corrente (ma non solo: toilet tissue, loo paper, lavatory paper, shit tickets, mountain money, TP, toilet roll, striking paper, loo roll, bumf, bumfodder, bog roll, date roll e arse wipe. La fonte è Wikipedia, ovviamente), papier de toilette in francese; Toilettenpapier o Klosettpapier in tedesco, la carta igienica rappresenta anch'essa bene il way of life dei nostri giorni, forzatamente allegro, perennemente in vacanza, smanioso di decorazione. E alla decorazione (non solo delle case ma anche della carta igienica) è dedicata una delle opere più eloquenti di Martin Parr (GB 1952, God save him, si prende sulle spalle tutti gli orrori del mondo e ci libera dal loro peso), Signs of the Time, realizzata in collaborazione con la televisione negli anni '90 ed impossibile da guardare senza sentirsi in uno stato di ilarità che volge al pianto (e anche al compianto nelle persone più sensibili). Nella fotografia intitolata Sue has definitely given the bathroom the feminine touch un rotolo di carta igienica con decorazioni floreali, quasi finito (visione tristissima: solo una storia d'amore alla sua conclusione ha identico sapore di cenere), pende dal suo sostegno di legno contro un muro ricoperto di mattonelle con stilizzati soli splendenti. La ricognizione della relazione che intercorre fra le case e chi le ha abbellite secondo il proprio gusto per abitarle con più piacere mette insieme ritratti feroci di placchette di interruttori incorniciate da stucchi, carta da parati come oggetto di colpo di fulmine, dipinti da esposizione fieristica della domenica indicati come rappresentazione della donna ideale, angoli very cosy di soggiorni di bruttezza fisica inaudita. Su tutto si allarga un pensiero molesto, quello della pagliuzza e della trave, non sarà, forse, anche la nostra casa degna di uno scatto di Martin Parr? E la casa delle persone che frequentiamo (il loro autoritratto) non ha qualcosa di ugualmente insopportabile che non avevamo mai visto e che l'occhio dell'artista ci ha fatto notare? Quanta carta igienica viene acquistata per dare, come ha fatto Sue, il tocco definitivo (feminine, trendy, cool, cute) alla stanza da bagno? La situazione fuori registro dell'Italia si coglie anche dalla qualità dei prodotti in vendita al supermercato. Carta igienica come metafora del nostro stare al di fuori della modernità, a questo non avevamo ancora pensato. Da noi la scelta è, a guardare con attenzione i pacchi in esposizione, variata nella forma ma assolutamente limitata nella sostanza. Non c'è una qualità alta (negli alberghi inglesi e americani si trovano magnifici rotoli della Kleenex incartati singolarmente che qui non avrebbero mercato, cosa che accade anche per i fazzoletti di carta), le marche si equivalgono e gareggiano, invece, nel faceto: decorazioni, imprimiture, deformazioni salvaspazio, camomilla, lavanda, fiori di pesco (Lucio Battisti seduce ancora), aloe, colori. E qui c'è da prendere uno dei nostri sentieri laterali e da dire qualcosa. La Renova, azienda giapponese, ha prodotto una carta igienica nera che va ad aggiungersi a quella arancio, rossa e verde già in circolazione. La campagna pubblicitaria usa termini come sensual, fashionable, small luxury, must have, cool, fun e architetti modaioli ne decantano la morbidezza e l'unicità in un videoclip facilmente reperibile in internet. È probabilmente destinata ai darks, che vivono nel nero e di nero si saturano, creature gotiche che circolano ormai da anni fra noi, oppure a coloro che in casa hanno già rifiutato il bianco, per esempio rifacendo il proprio letto con lenzuola nere (da sempre mi chiedo se le asciughino al riparo dal sole e come si comportino con il lavaggio: è ammesso solo quello freddo per tessuti delicati, la negazione, quindi, dell'igiene che per tradizione si riserva alla biancheria di casa?). La ricerca va nella direzione degli effetti speciali e non in quella del miglioramento della qualità. 'Honor, Quality and Integrity' reclama per il design Chrystina Schmidt, cofondatore di Skandium, negozio londinesi bello e stimolante, vero spazio di ricerca ed esposizione della produzione scandinava della tradizione storica e del contemporaneo www.skandium.com e noi ci uniamo alla richiesta. Non vogliamo più vedere sulla carta igienica cagnolini scodinzolanti che addentano rotoli, pupi felici di stare al mondo, flora di tutte le specie, stemmi che sono un incrocio tra il giglio di Francia e la corona d'Inghilterra. Per il 'posto dove anche la regina va a piedi' vogliamo un bianco impeccabile privo di variazioni sul tema, vogliamo starci dentro senza gadgets e con la dose di allegria che il Cielo quel giorno ci ha mandato, non un grammo di più indotto da chi pratica un design che copre il latitare delle idee con l'improbabilità delle proposte, vogliamo che la magia della carta, con il suo declinarsi in mille aspetti e il suo interloquire con noi a livelli molteplici e quotidiani, sia rispettata fino in fondo, vogliamo rotoli, infine, che onorino la forma di geometria solida che incarnano e che non siano cilindri schiacciati concepiti per salvare spazio. Noi nello spazio ci abitiamo, in esso agiamo, pensiamo, esistiamo e non ci piace la metafora della compressione, ne leggiamo in filigrana gli intenti soffocanti e allora chiediamo all'obiettivo di Martin Parr e all'occhio che lo governa di proteggerci e vendicarci usando tutta la ferocia dell'intelligenza d'artista, quella che tutto mostra e tutto rivela e di dedicare il prossimo lavoro, dopo il posto vuoto nei parcheggi (ciò cui tutti aspiriamo) e i cellulari (ciò da cui tutti dipendiamo) http://www.martinparr.com/, alla carta igienica e alle sue proteiformi e non richieste metamorfosi.

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19. Zerbinetta's aria

Le prescrizioni sull'osservanza del sabato ebraico sono rigorose e fra le 39 categorie principali di 'lavori' proibiti compare il trasportare.
Uscendo di casa, allora, non è possibile tenere con sé le chiavi.
Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, uomo di scienza e insigne studioso, ha suggerito di recente, in una replica di una bella puntata di Uomini e profeti (Radio3) di cui era stato ospite, di mettere le chiavi sotto lo zerbino. In questo modo si rispetta il divieto ma si rientra anche in casa.

Probabile che nessuno di noi metta da anni le proprie chiavi sotto lo zerbino, però il consiglio ci commuove perché ricorda uno dei gesti del vivere quotidiano che sono andati perduti e perché cita uno dei luoghi della nostra abitazione che stanno all'esterno, come il campanello della porta, la targhetta con il nome inciso e la cassetta della posta.
Lo zerbino, ben lontano dall'essere una superficie sulla quale ci si puliscono le suole delle scarpe prima di entrare (personalmente non lo uso mai a questo scopo), ancora una volta ci corrisponde ed è uno dei tanti autoritratti che offriamo di noi in modo poco consapevole.
E, come tale, diventa un'altra calamita di ogni possibile aberrazione.

Racconto in questa puntata di un'estate che si avvia al tramonto di una riunione condominiale nella quale proposi di unificare gli zerbini della scala del condominio in cui abito. Dissi poche cose che mi sembravano sagge, che il decoro dello stabile ne avrebbe guadagnato, che campanelli e cassette della posta sono progettati con l'intento di corrispondere a uno stile, che era una questione di ordine e che sarebbe stato probabilmente il caso di uniformarci tutti a un modello semplice e funzionale, realizzato in una robusta fibra naturale e con una forma geometrica rigorosa, per esempio un rettangolo (praticamente indicavo il mio zerbino come modello).
Frequento riunioni di docenti in Accademia da anni e le trovo molto colorate. Penso spesso ai divini Maestri del Bauhaus degli anni d'oro riuniti in una stanza per prendere delle decisioni (provate a immaginare Gropius, Klee, Kandinskij, Albers, Breuer, Schlemmer e compagnia, ciascuno con il proprio demone da tenere a bada, che si confrontano sul colore dei termosifoni). Non avevo mai assistito, nemmeno nel corso dei miei studi, a una levata di scudi così violenta e radicale: i miei condomini si rifiutarono decisamente di accogliere la richiesta e la giudicarono senza mezzi termini pericolosa per la loro libera espressione.

La signorina del piano di sotto, ragazza graziosa, di buon gusto, garbata, che ha più volte accolto piante che io smettevo (smetto spesso le piante, appena hanno finito di fiorire le comincio a guardare minacciosamente) gridò che mai e poi mai avrebbe rinunciato al suo Welcome davanti alla porta di casa, il signor Carlo del primo piano, appassionato rudemente di calcio, disse molte cose affettuose a proposito dell'orsa che abbraccia il suo orsacchiotto all'interno di una forma di muso di orso che segnala il suo appartamento, altri difesero la mezzaluna, il rombo, la circonferenza, i tulipani ben schierati, il Merry Christmas buono per tutte le stagioni, tutti i cuccioli del mondo, la zolla di erba artificiale (di forma, però, rettangolare), il Just married esibito a oltranza.

Ovviamente rinunciai, scusandomi per l'indelicatezza. Da allora, salendo le scale, cerco di non guardare, inseguo lembi di cielo sopra le cassette del gas, penso ai fatti miei, faccio astrazione.
Qualche giorno fa sono salita al quinto piano per visionare, su commissione di un amico, un appartamento che era in vendita. Davanti alla soglia di quella casa disabitata, in attesa di compratori, che esibiva un prezzo demente nemmeno trattabile, visitata quotidianamente da molta gente accompagnata da un solerte agente immobiliare, una gatta di dimensioni rispettabili, ritratta in atteggiamento sorridente (colpa di Lewis Carrol, questa faccenda dei gatti che ridono è opera sua), se ne stava acquattata contro il muro: l'incaricato delle pulizie aveva, come fa sempre, sollevato gli zerbini per spazzare e quello non aveva nessun proprietario che lo rimettesse al suo posto rientrando.

Come i gatti veri anche quelli sugli zerbini si affezionano al posto e non al padrone.
Ricordatevene e, se avete scelto uno zerbino a forma di gatto, durante il trasloco optate per uno nuovo che interpreti lo spirito del nuovo luogo che vi accoglie. Lo zerbino vecchio lasciatelo davanti alla soglia: meglio della sigla di Zorro, meglio di qualunque marchio, scelta di mattonelle del bagno, infissi, punti luce parlerà all'agenzia immobiliare, ai visitatori e, infine, al neo proprietario di voi.

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20. Dream world

Promet, Kawada 2007

Apprendiamo dai giornali che l'industria giapponese Kawada sta mettendo a punto un robot di nome Promet che potrà essere utilizzato per i lavori domestici. L'invecchiamento della popolazione, la chiusura all'immigrazione e, invece, l'apertura alle macchine (dalle nostre parti guardate sempre con sospetto; da loro apprezzate senza preconcetti) costituiscono la solida base che promuove le ricerche che consentiranno di tenersi in casa un collaboratore automatizzato. I video che compaiono sul sito www.kawada.co.jp sono impressionanti: Promet, che ha l'aspetto di un eroe dei manga, è agile e elegante, si alza da terra senza sforzo e sembra essere in grado di svolgere mansioni complesse. Provate a pensare: mai più ferie, mai più abbandoni del campo, una casa tirata a lucido for ever, anche oltre la durata della nostra stessa, umana e poco robotica esistenza.

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21. Bubbles

Jean Siméon Chardin, Bulle de savon, 1734

Edouard Manet, Les bulles de savon, 1867

What is so fascinating about bubbles? The precise spherical shape, the incredibly fragile nature of the microscopically thin soap film, the beautiful colors that swirl and shimmer, or most likely, a combination of all these phenomena? Why does a bubble form a sphere at all? Why not a cube, tetrahedron, or other geometrical figure? Let's look at the forces that mold bubbles. Ron Hipschman, www.exploratorium.edu/ronh/bubbles/bubbles.html)

Detesto l'acqua minerale effervescente, come diceva la mia migliore amica di università 'Non disseta', prima di bere un sorso di Perrier preferirei morire di sete, l'acqua deve essere 'piatta', i francesi, ancora una volta, hanno trovato la parola giusta, 'naturale' è un inganno bello e buono, e pezzi di teatro interi sono stati scritti sull'equivoco.

Mi piacciono invece le bolle nell'arte, quella di Chardin, grande, iridescente, immobile, quasi vetro soffiato nella fornace; e quella di Manet, omaggio gentile al grande maestro. Si tratta di passatempi giocosi che diventano cristallizzazione del gesto, impossibile vedere un aggeggio per fare bolle di sapone senza pensare a questi due, ecco il grande potere dell'arte che ti condiziona tutta la vita.

E poi mi piace il perlage dello champagne, quello che sale continuo e che garantisce la qualità; e le bolle di sapone che si formano quando sfrego con l'apposita spugna abrasiva ('consigliata per gli acquari') la vasca dei miei pesci rossi: mi fermo spesso a guardarne i riflessi, in essi si rispecchia la finestra della mia cucina, un pittore fiammingo ne avrebbe fatto un quadro d'interno. E mi piace la bollicina d'aria che emette dalla bocca il mio pesce preferito quando gli do la buonanotte: si chiama Brick, è stato recentemente malato e nelle chiacchiere serali gli chiedo di promettermi di non stare male mai più. Poi gli chiedo di farmi una bollicina. 'Plof', fa lui, dopo qualche insistenza. Che sia un caso oppure no, non importa. In un attimo, di fronte a un animale considerato (a torto) nemmeno troppo intelligente, Chardin a Manet fioriscono nel fresco della sera. Arte come bolla di sapone, come bolla d'aria che dà più vita alla vita.

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22. Parlami d'amore Mariù

Che ricordi ha di casa sua, di quella in cui ha trascorso l’infanzia?

‘‘Mia madre insegnò a me e a mio fratello a tenerla pulita, e ci diede un incarico ben preciso: ‘fare la polvere’, ‘pulire il pavimento con lo strofinaccio…’’ (intervista a Giorgio Armani, Il Venerdì di Repubblica, 28 settembre 2007. La barca di Armani si chiama Mariù come la madre del fashion designer, l’unica, la sola donna della sua vita)

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23. La sporcizia del riccio

Muriel Barbery (1969)

Un'altra vita è possibile e ogni tanto qualcosa ce ne dà una prova. Muriel Barbery (1969) è laureata in Filosofia presso la Normale Sup (École normale supérieure), una di quelle strutture universitarie niente male, concepita durante la Rivoluzione per dotare la Francia di insegnanti illuminati e in grado anche oggi di sfornare talenti che troviamo un po' dappertutto. Passa quattro anni a insegnare filosofia in Borgogna e chiedendosi come fare a uscire da quella vita (perché? Ci sembrava bello insegnare filosofia in Borgogna, suona bene, è anche un po' cinematografico e poi la Borgogna è aristocraticissima e ci si mangia e ci si beve molto bene). Come nelle migliori tradizioni sarà un uomo a salvarla: Stéphane Barbery, psicoterapeuta, specialista del trauma. La prima cosa che salta agli occhi è il nome: siccome lui firma così le foto dell'elegante blog di lei www.muriel.barbery.net, è evidente che Barbery è lui e non lei. E lei, allora, come si chiama? Non si sa, scomparso il nome di famiglia nella fusione con l'altro. Ma passons. Lei dichiara in un'intervista del maggio 2007 che lui le ha insegnato a vivere la vita pensandola. Qualche giorno fa Marco Lodoli, che ogni tanto ne dice una buona, ha affermato una cosa simile alla radio parlando della 'voglia di immaginare la vita, che è il fondamento della vita stessa'. Ora 'pensare' e 'immaginare' sono cose diverse, però i concetti sembrano sfiorarsi e darsi la mano e porsi come alternativa al vivere senza pensare e senza immaginare. Muriel Barbery, dunque, si fa ispirare da Stéphane e scrive il primo libro, Une gourmandise (Gallimard 2000), con una storia che ha qualcosa in comune con quella del critico gastronomico del delizioso Ratatouille Disney-Pixar (2007), che ritrova un sapore dell'infanzia in un cibo che gusta alla fine del film. Lei voleva descrivere un universo mentale e descrive quello di lui. E nella mente di lui, che è evidentemente complessa, abituata, come sappiamo, ad avere a che fare con il trauma e chissà con quante altre cose, si annida anche la storia di alcune persone che vivono al numero 7 di rue de Grenelle che è raccontata da due protagoniste singolari, la portinaia Renée e la dodicenne Paloma, praticamente L'élégance du hérisson (Gallimard 2006; L'eleganza del riccio, Edizioni e/o 2007). Lasciate perdere le affannate recensioni, trascurate il dettaglio del numero di copie vendute (600.000, e la cifra non è aggiornata. Ma anche un sacco di robaccia vende molto) e leggetevi il romanzo, che è esattamente quel qualcosa in grado di dimostrare che un'altra vita è possibile cui facevamo riferimento all'inizio di questa puntata. Muriel Barbery non solo scrive bene ma ha anche la capacità di spostare il punto di vista ordinario, esattamente quella che ci fa distinguere l'arte da ciò che non lo è (formula sintetica ma funzionante, parola di professionista dell'arte). E nel libro compare subito Manuela, la sola amica di Renée, femme de ménage portoghese, 'nata sotto un fico dopo 7 altri e prima di 6' (totale 14 figli), vessata dalla vita, impegnata il martedì con lo sporco della famiglia Arthens e il giovedì della Broglie, da venti anni all'inseguimento della polvere, laddove inseguire la polvere è una pudica sintesi di ciò che fa: 'Vuoto cestini pieni di assorbenti igienici... raccolgo il vomito del cane, pulisco la gabbia degli uccelli, non si riesce a credere che bestie tanto piccole facciano così tanta cacca, gratto i gabinetti. Allora la polvere? La belle affaire!'. Ma Manuela, sacrificata sull'altare di un mondo in cui 'i compiti ingrati sono riservati a certi mentre altri arricciano il naso senza fare niente', è un'aristocratica dell'anima e per mangiare una noce ci insegna che bisogna mettere una tovaglia, è capace di non farsi toccare dalla volgarità della famiglia, dei vicini e dei datori di lavoro, abitata dalla grazia, in grado di offrire alla sua amica 'come a una regina i frutti delle sue elaborazioni pasticciere' e di cambiare con la sua apparizione il gabbiotto della portineria 'in palazzo e i nostri spuntini di paria in festini da monarchi.' Ed ora ci siamo: 'Come il narratore trasforma la vita in un fiume cangiante dove si inghiottono pena e noia, Manuela trasforma la nostra esistenza in epopea calorosa e gaia', esattamente quello che tutti vorremmo, una metamorfosi che è indotta dal pensiero e dalla immaginazione. Siano rese grazie alla femme de ménage e sia fatto al più presto il film dell'eleganza del riccio, attento ai dettagli, intriso di odori, realista ma surreale, che usi un linguaggio che conosciamo facendoci scoprire in esso significati che sempre avevamo trascurato, stracolmo di immagini poetiche, eloquenti e talvolta funamboliche, tutto da guardare per imparare che vivere in un altro modo si può, anche se abbiamo contatti con lo sporco, anche se dalle parti nostre le città sono molto lordate e poco ripulite, anche se l'odore buono del sapone non è quello che si sente in giro e la polvere (e magari fosse solo polvere) sembra ricoprire il mondo nel quale abitiamo, ignaro dell'arte tutta e dei suoi mai sufficientemente cantati benefici.

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24. (S)Porco Mondo

Cinderella

La fotografia, partita dall’Inghilterra, è arrivata da noi con il solito mesetto di ritardo. (La mia rivista di decorazione di interni preferita è inglese. Esce da loro fra il 4 e il 7 del mese e arriva da noi fra il 21 e il 25. Il distributore di Milano si è abituato alle mie telefonate minatorie nelle quali spiego che: a. un mensile non può arrivare il mese dopo; b. se il mensile arriva il mese dopo le tendenze non sono più tali, le fiere sono finite da un pezzo, le mostre stanno per chiudere, i clienti di Harrods hanno fatto fuori tutti i saldi; c. non me ne importa niente di avere ragione, mi importa, in tempi di tempo reale, avere la rivista in tempi realistici per le tendenze e tutto il resto di cui sopra). La fotografia, dunque, è partita da un paese che a noi sembra strambo (quirky) e che ci piace anche per questo. Essa mostra una maialina della gloriosa razza Saddleback con le zampe calzate da wellies, vezzeggiativo per Wellingtons, gli stivali di gomma resi celebri da Arthur Wellesley, 1° Duca di Wellington, dandy aristocratico del primo Ottocento. La cosa sta così: Cinderella, questo è il nome della bestiola, è affetta da misofobia, ossia da paura patologica dello sporco. Se ne sono accorti i proprietari dell’allevamento dove lei è nata e sono arrivati alla diagnosi basandosi sul comportamento dell’animale che, contrariamente ai fratellini, si rifiutava di camminare nel fango e dava segni di sollievo e attività appena veniva messa in un posto pulito. Propendiamo per l’ipotesi di una maialina particolarmente aristocratica: nomen omen e Cinders porta il nome della servetta destinata al ballo con il principe, lei è un’eccezione, così come il topo Ratatouille, già comparso da noi, cerca cibi prelibati mentre i compagni si accontentano di bucce e croste trovate nella spazzatura. L’aspetto di Cinders, causa wellies, è diventato vagamente marziale e anche un po’ metropolitano. Dite se non sembra un guerriero della notte, sguardo tenero, codina al vento e passo dei romantici che incedono nel buio. Anche Baudelaire (Le Spleen de Paris, 1862, n° 46) ebbe a che fare con il fango: attraversando il boulevard in fretta per paura dei cavalli gli ci cadde dentro l’aureola (ebbene sì, tutti i poeti ce l’hanno, e anche gli artisti, ovviamente)  e non ebbe il coraggio di raccoglierla. Entrò così in un locale malfamato dove fu accolto con stupore, lui bevitore di quintessenze e mangiatore di ambrosia, da un avventore che lo riconobbe. Ma non se ne dolse. Poteva a quel punto aggirarsi in incognito, compiere azioni basse e dedicarsi alla crapula come i semplici mortali. Se avesse anche lui indossato dei wellies, però, sarebbe anche potuto andare a riprendersi le sue insegne e non lasciarle in balìa del primo venuto, forse cattivo poeta, forse spudorato usurpatore, forse maialino d’ordinanza vocato solo a un destino di salsiccia.

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25. Mal comune...

Piumino da spolvero dal catalogo Manufactum, www.manufactum.de

Musée du Louvre, Parigi

Pierre Rosenberg ha lavorato al Louvre per circa quarant’anni, prima nel Dipartimento dei Dipinti poi come Presidente-Direttore del Museo. Ha affidato a un bel Dictionnaire amoureux du Louvre (Plon, 2007) parecchi pensieri sparsi che aveva evidentemente voglia di rimettere insieme. Una delle voci si intitola ’Manutenzione’. Eccovela. ’Niente altro che lamentele, lamentele giustificate! Il museo è di una sporcizia ributtante, i gabinetti ripugnanti, il piumino da spolvero sconosciuto ecc. Regolarmente la stampa fotografava Pierre Verlet (1908-1987), l’eminente conservatore del Dipartimento degli Oggetti d’arte (e specialista mondialmente conosciuto del mobile francese del XVIII secolo), mentre lavava, spugna alla mano, i vetri delle finestre delle sue sale. Tutto ciò è finito, dimenticato...Il museo oggi è pulito, tale e quale i suoi rivali. E’ stato necessario fare appello a delle imprese private specializzate per assicurare la manutenzione dei gabinetti, per dare la cera al parquet (fare attenzione a non scivolare il mercoledì mattina!), per pulire i 673 vetri della Piramide e le circa 800 finestre del museo’.

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Realizzazione PanPot / Carlo Di Giugno